Pensioni: per le opposizioni il governo Meloni “assomiglia” sempre di più “a Kramer contro Kramer“. In effetti, nella notte l’esecutivo ha vissuto un paio d’ore ad alta tensione, nel momento più delicato dell’esame della manovra in commissione Bilancio al Senato. A cavallo della mezzanotte, infatti, la Lega ha sollevato una dura opposizione alla stretta sulle pensioni che sarebbe servita a coprire le misure per le imprese, misura poi accantonata dopo due passaggi: una telefonata del capogruppo leghista Massimiliano Romeo al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, del suo stesso partito; e a seguire, come si apprende, una call con lo stesso Giorgetti, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, il sottosegretario all’Economia Federico Freni, la Ragioniera dello Stato Daria Perrotta e i due sottosegretari alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.
Pensioni, saltano tutte le norme: ecco cosa è successo
Sono le ore in cui Giorgia Meloni è impegnata a Bruxelles nel momento cruciale del Consiglio europeo che in nottata ha deciso il prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina. Disturbarla in quella fase è impossibile, la premier sarà aggiornata qualche ora più tardi e risulterà tutt’altro che entusiasta delle tensioni emerse, come è accaduto ogni qual volta problemi interni al governo si sono verificati durante una sua missione all’estero.
Le fibrillazioni si sono registrate in particolare nella Lega, da dove sin dalla serata sono partiti fitti contatti con Giorgetti. “Nessuno scontro interno alla Lega”, ha assicurato in mattinata Romeo, raccontando la telefonata in cui anche Giorgetti “sosteneva la tesi che fosse possibile utilizzare fondi alternativi” alla stretta sulle pensioni, evidenziando che “i tecnici del Mef e la Ragioneria invece insistevano sulle pensioni e questa cosa andava avanti da ore”.
C’è chi racconta che la cancellazione della misura sia arrivata anche dopo minacce clamorose, ma “è esagerato dire che abbiamo messo sul tavolo la tenuta del governo – precisa una fonte di primo piano del partito di Matteo Salvini -. Era un fatto di sensibilità politica, andavano sistemate delle cose che non funzionavano”. Mentre in commissione Bilancio si profila la possibilità di chiudere l’esame della manovra entro la giornata, ai piani alti del governo si tende a minimizzare, riconducendo tutto a “dinamiche fisiologiche che si vedono da decenni quando la manovra arriva a questo punto. Conta la soluzione definitiva, e la quadra si è trovata”.
Dunque, dall’emendamento del governo alla manovra saltano anche le norme sul Tfr per i nuovi assunti. La misura – contenuta nella prima versione della proposta di modifica a firma dell’esecutivo – prevedeva l’adesione automatica alla previdenza complementare per i lavoratori dipendenti del settore privato di prima assunzione.
Intanto, ecco altre novità: tornano i fondi per le tv locali nel 2026, ma resta il taglio di 20 milioni nel 2027 e nel 2028; spunta un emendamento che affida ai ministeri di Infrastrutture e Difesa l’individuazione di “attività, aree e progetti” per rafforzare produzione e commercio delle armi; sarà ritirato il testo nato per votare anche il lunedì al referendum; diventa un caso il disegno di legge Gardini sui condomini con lo stop da FdI e Lega.
(Ultimo aggiornamento alle ore 16)