Solo alle 3 del mattino di venerdì 19, dopo 16 ore di negoziato, si è capito che la proposta sostenuta dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e dal premier tedesco Friedrich Merz di utilizzare gli asset russi detenuti in Belgio da Euroclear non poteva essere utilizzata per finanziare il bilancio ucraino da qui ai prossimi due anni. Pena la creazione di un precedente pericoloso per i mercati finanziari mondiali e per la tenuta stessa dell’euro. La “soluzione più realistica e pratica”, come l’ha definita il presidente francese Emmanuel Macron, era dunque quella di approvare un prestito da 90 miliardi di euro a valere sul debito comune.
Il famoso “piano B” che sia la von der Leyen sia il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa tenevano come carta di riserva. Entrambi, alla vigilia del vertice, annunciavano che il vertice non si sarebbe concluso senza un accordo sul finanziamento all’Ucraina. Più drammatiche le parole del premier polacco Donald Tusk: “Dobbiamo solo decidere – ammoniva – se vogliamo scegliere soldi oggi o sangue domani, e non parlo solo dell’Ucraina ma dell’intera Europa”.
Un 2025 difficile per l’Unione europea
Si chiude così un 2025 non certo glorioso per l’Unione europea, se si mettono in fila gli accordi arrendevoli sul commercio con gli Stati Uniti, le maggioranze variabili che hanno archiviato gli obiettivi ambiziosi del vecchio Green Deal, fino alle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto l’ex capo del servizio estero della Ue Stefano Sannino e la presidente del Collegio d’Europa di Bruges Federica Mogherini. E ora la vittoria del premier belga Bart De Wever e della premier italiana Giorgia Meloni, che sostenevano fin dall’inizio la proposta del prestito comune rispetto alla linea della von der Leyen e di Merz. Prestito al quale non parteciperanno (ma non è una novità) Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.
De Wever: “La politica non è emotiva, ha vinto la razionalità”
“La conclusione, dopo oggi, è che il nostro sostegno all’Ucraina è garantito”, ha affermato la prima ministra danese Mette Frederiksen subito dopo la chiusura del vertice. “Certo, ad alcuni non è piaciuto… vogliono punire Vladimir Putin prendendo i suoi soldi”, ha detto De Wever, riferendosi al piano originale di utilizzare i beni della Russia. Ma “la politica non è un lavoro emotivo” e “la razionalità ha prevalso”. Del resto, la posta in gioco per il premier belga era altissima, dato che la maggior parte dei beni immobilizzati dalla Russia in Europa sono detenuti dalla società finanziaria Euroclear, che ha sede in Belgio.
Il nodo degli asset russi: la pressione di Berlino e lo stop del Belgio
Il presidente ucraino Zelensky non ha mai fatto mistero di preferire l’utilizzo degli asset russi come mossa per punire l’invasore, ma ha mostrato di comprendere tutte le difficoltà tecniche di una simile scelta. L’accordo è comunque un aiuto fondamentale all’economia ucraina, duramente colpita dalla guerra e in una situazione di crisi di liquidità già dalla prossima primavera.
Per settimane, l’esecutivo dell’Ue e Berlino hanno fatto pressione per arrivare a un piano per utilizzare fino a 210 miliardi di euro di beni russi congelati a favore dell’Ucraina. Ma hanno trovato la ferma opposizione di De Wever, che già a ottobre aveva fatto fallire il piano sui beni russi.
Il prestito Ue da 90 miliardi divide Nord e Sud
La proposta di varare un prestito di 90 miliardi di euro nell’arco di due anni, garantito dal bilancio comune della Ue, non era gradita alla Germania e ai Paesi del Nord Europa, che in passato si sono sempre opposti alla sottoscrizione di obbligazioni comuni per i Paesi più indebitati del Sud. Ma alla fine hanno prevalso l’urgenza di finanziare l’Ucraina e la volontà dei leader della Ue di mostrare il loro sostegno a Kiev mentre Trump tentenna.
Lunghe trattative si sono svolte nelle settimane precedenti il vertice. Le obiezioni di De Wever, popolari in patria, lo hanno reso un corpo estraneo nel Consiglio europeo, dove altri leader avevano ipotizzato l’idea estrema di superare il Belgio nei voti per raggiungere un accordo. Mentre la Commissione cercava di salvare il piano, un gruppo di Paesi, guidato da Belgio e Italia (ma comprendente anche Bulgaria e Malta), stava in segreto cercando di riportare in vita il loro piano B preferito: il debito comune dell’Ue.
Retroscena del vertice: Mercosur, Ucraina e bilancio Ue
Il vertice ha invertito l’ordine dei lavori per decidere più tardi sull’Ucraina, ma si è creata subito una sovrapposizione tra i tre grandi dossier sul tavolo: Mercosur, risorse russe e prossimo bilancio della Ue. Fin dall’inizio Merz, seriamente contestato in patria dal partito di estrema destra Alternativa per la Germania, non poteva permettersi di tornare a Berlino a mani vuote. Oltre a sostenere il piano sugli investimenti russi, il tedesco era anche un sostenitore dell’accordo commerciale Mercosur con il Sud America, appeso a un filo da decenni e che avrebbe dovuto essere firmato questa settimana.
È apparso però subito chiaro che la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni avrebbe cercato di affossare entrambi i progetti preferiti di Merz, facendo rinviare a gennaio l’accordo sul Mercosur dopo una telefonata con il presidente brasiliano Lula. “Ha prevalso il buon senso”, ha affermato Meloni.