Non ha fatto neanche in tempo a compiere un anno. OpenAI ha spento Sora, il modello di intelligenza artificiale capace di trasformare semplici prompt testuali in video e diventato in pochi mesi anche una piattaforma social per la condivisione di clip generate dagli utenti. L’annuncio è arrivato senza preavviso, affidato a un messaggio sui social in cui l’azienda guidata da Sam Altman ha comunicato di “dire addio all’app”, riconoscendo il valore dei contenuti creati ma ammettendo che la decisione avrebbe deluso milioni di persone.
Nel giro di poche ore Sora è così scomparsa dagli store digitali, chiudendo bruscamente la parabola di uno degli esperimenti più avanzati e discussi dell’intelligenza artificiale generativa.
Sora: dall’ascesa fulminea alla chiusura improvvisa
La fine improvvisa racconta meglio di qualsiasi altra cosa la parabola di Sora. Presentata all’inizio del 2024, la tecnologia aveva subito attirato l’attenzione per la capacità di generare video estremamente realistici a partire da semplici descrizioni testuali, aprendo una nuova frontiera per l’intelligenza artificiale.
Il passaggio da modello sperimentale ad app, avvenuto nel settembre 2025, aveva segnato l’ingresso diretto di OpenAI nel mercato dei video brevi. L’obiettivo era intercettare l’enorme flusso di utenti e ricavi pubblicitari che ruota attorno a piattaforme come TikTok, YouTube e Instagram. Per alcuni mesi la strategia ha funzionato con Sora che era diventata un laboratorio creativo globale, alimentato da milioni di utenti e da una viralità quasi incontrollata.
Ma proprio quella crescita rapida ha mostrato presto i suoi limiti. L’entusiasmo iniziale si è progressivamente affievolito e i numeri hanno iniziato a scendere, con i download giornalieri passati da circa 100mila a fine 2025 a meno di 20mila all’inizio del 2026. E anche quel vantaggio competitivo si è assottigliato sotto la pressione di nuovi concorrenti, tra grandi gruppi tecnologici e startup sempre più aggressive. In pochi mesi, quello che sembrava un dominio incontrastato si è trasformato in un mercato saturo e altamente competitivo. E così, la stessa velocità che aveva portato Sora al centro della scena ne ha accelerato anche l’uscita.
Sora: costi fuori controllo e sostenibilità in bilico
Se la parabola di Sora si è consumata così rapidamente, una parte decisiva della spiegazione sta nei numeri. La generazione di video tramite intelligenza artificiale è una delle applicazioni più onerose in assoluto poiché richiede enormi quantità di potenza computazionale, Gpu ad alte prestazioni e un consumo energetico continuo. Negli ultimi mesi, l’infrastruttura di OpenAI era arrivata vicino al limite, mettendo sotto pressione l’intero sistema.
Mantenere così il servizio aperto al grande pubblico si è rivelato sempre più difficile. Secondo diverse ricostruzioni, il costo operativo di Sora avrebbe raggiunto circa 15 milioni di dollari al mese, una soglia difficile da giustificare a fronte di ricavi ancora incerti e di un interesse in calo. In queste condizioni, ogni risorsa destinata alla piattaforma finiva per sottrarre capacità ad altri progetti considerati più strategici.
È in questo equilibrio fragile che Sora ha cambiato status all’interno dell’azienda, passando da vetrina tecnologica a progetto ad alto assorbimento di capitale. La chiusura si inserisce così in una più ampia operazione di razionalizzazione, con OpenAI impegnata a rafforzare la propria struttura in vista della quotazione in Borsa prevista entro la fine del 2026.
Sora: il problema dei Deepfake e del copyright
Alla pressione economica si è aggiunto un fronte altrettanto delicato, quello dei contenuti. Fin dai primi mesi, Sora si è trasformata in un laboratorio globale della creatività generata dall’intelligenza artificiale, ma anche in uno spazio dove i confini tra innovazione e abuso sono diventati rapidamente sottili.
La diffusione di deepfake sempre più realistici e di immagini non consensuali ha sollevato preoccupazioni crescenti, in particolare nell’industria dell’intrattenimento. OpenAI è stata costretta a intervenire più volte per limitare video che utilizzavano i volti di personaggi pubblici, da Michael Jackson a Martin Luther King Jr., dopo le proteste degli eredi e delle organizzazioni di categoria. Interventi che però non sono bastati a spegnere le critiche.
Con il passare dei mesi, Sora è diventata anche simbolo di un problema più ampio. Nel mondo dei media si è diffusa la percezione che strumenti di questo tipo potessero aggirare il diritto d’autore e mettere sotto pressione il lavoro creativo. La proliferazione di contenuti generati automaticamente, spesso definiti “AI slop”, ha ulteriormente alimentato il dibattito.
Un progetto quindi che oltre a rappresentare una sfida tecnologica portava con sé anche un rischio reputazionale crescente, fattore che ha contribuito a rendere sempre più difficile sostenere una piattaforma aperta su larga scala.
Disney spiazzata, l’accordo che non ha mai preso forma
La brusca uscita di scena di Sora ha avuto effetti immediati anche sul piano industriale, a partire dal rapporto con Disney. Solo pochi mesi prima, OpenAI aveva annunciato un accordo triennale da un miliardo di dollari che avrebbe consentito agli utenti di utilizzare oltre 200 personaggi iconici nei video generati dall’intelligenza artificiale. Quell’intesa era stata letta come un passaggio chiave nel rapporto tra tecnologia e industria dell’intrattenimento. Nei fatti, però, non si è mai tradotta in un’operazione concreta. Secondo diverse ricostruzioni, non c’è stato alcun trasferimento di denaro e la collaborazione è rimasta in una fase preliminare.
Il punto più sorprendente è stato il tempismo. I team delle due aziende stavano ancora lavorando insieme quando è arrivata la decisione di chiudere Sora, comunicata in modo improvviso e tale da lasciare spiazzati anche i partner. Una “brusca inversione”, secondo fonti vicine al dossier.
La reazione di Disney è stata misurata. Il gruppo ha dichiarato di rispettare “la decisione di OpenAI di uscire dal business della generazione di video e di spostare le proprie priorità altrove”, sottolineando al tempo stesso la volontà di continuare a collaborare con piattaforme di intelligenza artificiale, purché nel rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti dei creatori.
La svolta di Altman tra imprese e battaglie legali
La chiusura di Sora si inserisce in un cambio di rotta molto più ampio. OpenAI sta riorientando le proprie risorse verso attività considerate più sostenibili e prevedibili, come i servizi per le imprese e gli strumenti di programmazione, diventati centrali nella competizione globale sull’intelligenza artificiale. In parallelo, prende forma un progetto più ambizioso: integrare funzioni e prodotti in un’unica piattaforma. L’obiettivo è costruire una “super-app” dell’IA, capace di concentrare servizi, modelli e strumenti operativi in un ecosistema unico, riducendo la frammentazione e rafforzando il valore commerciale.
Accanto a questa strategia industriale, però, si addensano tensioni sempre più evidenti. Sul fronte legale, Microsoft, storico partner, starebbe valutando un’azione da 50 miliardi di dollari contro OpenAI e Amazon per l’accordo legato alla piattaforma Frontier, ritenuto potenzialmente in conflitto con i vincoli storici legati al cloud Azure. A questo si aggiunge la causa già avviata da Elon Musk contro Sam Altman, un contenzioso che riporta al centro le origini della società e le divergenze sulla sua evoluzione.
Non meno delicata è la questione reputazionale con l’accordo con il Pentagono per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito militare ha sollevato critiche e reazioni anche tra gli utenti innescando negli Usa un aumento delle disinstallazioni di ChatGPT, segnale di una crescente sensibilità sull’uso delle tecnologie in contesti di sicurezza e difesa.
In questo scenario si inserisce anche la scelta dello stesso Altman di fare un passo indietro dalla supervisione diretta dei protocolli di sicurezza, affidati a figure indipendenti e dirigenti tecnici. Il ceo punta a concentrarsi sulla raccolta di capitali e sulla preparazione dello sbarco in Borsa.
La fine di Sora, quindi, non è solo l’uscita di scena di un prodotto simbolo, ma il segnale di una trasformazione più profonda, in cui OpenAI cerca di rafforzare la propria struttura industriale mentre affronta sfide legali, costi crescenti e pressioni legate al ruolo dell’intelligenza artificiale.
