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Mps, anche dopo il ritorno di Lovaglio alla guida della banca senese le acque restano agitate e l’orizzonte futuro tutto da scrivere

L’applicazione del nuovo Ddl Capitali rende complicata la governance del Mps malgrado la netta vittoria assembleare della lista Lovaglio su quella del cda uscente targata Caltagirone

Mps, anche dopo il ritorno di Lovaglio alla guida della banca senese le acque restano agitate e l’orizzonte futuro tutto da scrivere

Il rinnovo del consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi del 15 aprile era diventato una sfida aperta tra due idee di banca e di potere. Da una parte vi era la lista varata dal board uscente con Nicola Maione alla Presidenza e tre possibili amministratori delegati, Fabrizio Palermo, Corrado Passera e Carlo Vivaldi tra i quali è stato poi scelto il primo. Dall’altra, c’era la lista alternativa, presentata da Plt Holding, riconducibile alla famiglia Tortora che propone Luigi Lovaglio come amministratore delegato e indica Cesare Bisoni per la presidenza. Il quadro si complica ulteriormente con una terza lista di Assogestioni.   

Qualche strascico è in atto e non potrebbe essere altrimenti. Tuttavia per il buon clima una soluzione si dovrebbe trovare. Si apre il Consiglio e le buone intenzioni svaniscono. 

Il consiglio, insediatosi il 23 aprile – dopo sette giorni in cui si era tenuta l’assemblea – ribalta gli equilibri e sancisce il ritorno del banchiere al vertice dal 2022 a un mese fa. Alle votazioni in assemblea Luigi Lovaglio si afferma con la lista Plt grazie a due scelte repentine e decisive. Era partita dall’1,2% del capitale e ottiene il 32,4%, quasi metà del 65% del capitale presente. I due soggetti che hanno determinato questo risultato sono stati, oltre ai fondi internazionali, la Delfin, primo socio con il 17,5% e Banco Bpm con il 3,7%. 

Decisivi Delfin e Banco Bpm

Per la prima volta il legame Delfin e Caltagirone si è rotto per una presa di distanza dalle lotte di potere, legate al controllo di Generali, che stava mettendo a rischio un’operazione tra Mps e Mediobanca. In secondo luogo, con l’attenta regia dell’avvocato Sergio Erede, si trattava di rispondere “a logiche prettamente finanziarie volte a garantire agli azionisti la massima valorizzazione degli asset in portafoglio”. 

L’altro contributo alla vittoria della seconda lista è prodotto da Banco Bpm che ha preso la difesa di Lovaglio. L’acquisto di titoli Banco Bpm era sollecitato dal Tesoro per acquisire Mediobanca e, a cascata, le Generali. Il suo obiettivo era quello di garantire l’italianità delle Generali, mentre per i soci finanziari era di gestire il risparmio, assicurando rendimenti maggiori.

Le nomine di Lovaglio e Bisoni

Dalla stampa si ricava quanto è avvenuto. La riunione inizia bene ma è l’unico momento, poi riprende la lotta. Si tratta della nomina del capo ufficio legale a segretario del consiglio. Per la scelta dell’amministratore delegato si propone Lovaglio a capo della lista vincente. Si approva anche con la sua rinomina il licenziamento subito il 7 aprile. E qui nasce un caso esplosivo: la candidatura dell’ad uscente in una lista rivale rispetto a quella del board è una anomalia rara nella finanza italiana.  

La stessa proceduta è per la nomina del presidente. È Cesare Bisoni docente emiliano già presidente di Unicredit. Sia Lovaglio che Bisoni si sono addirittura votati per superare lo stallo. Anche i due vicepresidenti sono stati nominati con l’astensione, con garbo istituzionale (ma che vale comunque come voto contrario) di due consiglieri di minoranza. 

La seduta è durata a lungo, tanto chedovranno ancora essere nominati altri comitati previsti dallo statuto. In prospettiva, la conflittualità è una palla al piede in un sistema competitivo come quello della finanza! E pensare che prima della seduta Tortora avrebbe aperto al negoziato. 

Spetterà agli organi di controllo nazionale ed europei seguire quanto sta avvenendo.  Si diffonde in questi ultimi giorni la notizia che “Luigi Lovaglio starebbe valutando la cessione della partecipazione in Generali, valutata intorno ai 7,4 miliardi di euro, per finanziare l’acquisizione di Banco Bpm e dar vita a un grande polo bancario nazionale. Mps ha però subito smentito: fatto sapere che “non è allo studio alcuna ipotesi relativa alla vendita della quota in Generali e che la banca è interamente focalizzata sul processo di integrazione e fusione con Mediobanca”. 

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