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Mes e Recovery Fund, paura dei controlli e opportunità a rischio

La pregiudiziale paura dei controlli sui finanziamenti europei rischia di far perdere all’Italia l’occasione d’oro di modernizzare il Paese, il cui primo investimento dovrebbe essere destinato alla costituzione di un centro collettivo interforze per la repressione della criminalità organizzata

Mes e Recovery Fund, paura dei controlli e opportunità a rischio

Mi è capitato di leggere due contributi che, sebbene di differenti dimensioni e argomento, mi hanno condotto su un unico terreno di riflessione: sono la esilarante pagina di Filippo Cavazzuti sul “furbetto di Palazzo Chigi” e il saggio di Leandra D’Antone sulle origini della Cassa per il Mezzogiorno. Entrambi affrontano il tema degli aiuti o prestiti (in questo caso a condizioni eccezionalmente favorevoli, come il Mes) da soggetti esterni, che pretendono di controllare come gli aiuti vengono impiegati. Perché dovremmo sottrarci a questi controlli, non è chiaro. Forse perché perdiamo la nostra sovranità? 

Non scordiamoci che nel 1945, in febbraio, c’è stata una Conferenza, quella di Yalta, che ci ha collocato in una sfera di influenza – per fortuna quella giusta, ma pur sempre una gabbia dalla quale, con le buone o con le cattive, era difficile fuggire. Nel dopoguerra, per la nostra ricostruzione, abbiamo dovuto far ricorso all’aiuto degli Stati Uniti. 

Quando Vittorio Valletta andò a Washington a chiedere gli aiuti ERP per “rifare” la Fiat, si presentò con un elenco dettagliato di 4000 items per 300 fornitori; il “professore” conosceva esattamente quello di cui aveva bisogno la Fiat e non aveva paura dei controlli; le sue richieste vennero subito accettate. 

La Cassa per il Mezzogiorno, tutt’altro che il “carrozzone” che un luogo comune ci induce a pensare, venne “inventata” dal governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, che non ebbe nulla in contrario a sottostare ai controlli della Banca Mondiale. 

Perché dobbiamo rifiutare il Mes? Forse perché limita i nostri interventi alla sanità. E pare poco? Qualcuno pensa che nuovi ospedali, nuove tecnologie, la ricostituzione di un tessuto territoriale di medici siano cose da quattro soldi? Dovremmo anche avere un piano per il Recovery Fund, che è diventato il nostro Godot, e che ci inonderà di soldi a patto che sappiamo come spenderli. 

Si palesa invece una tale incapacità di definire piani di spesa e investimento, una tale paura dei “controlli”, che si rischia di perdere, ancora una volta, l’occasione di fare finalmente dell’Italia un paese occidentale moderno in un’Europa moderna.

La mia idea è che, come ci fa notare un articolo del Financial Times dedicato al nostro paese, il primo consistente investimento debba essere la costituzione di un collettivo di interforze specializzato nella repressione della criminalità organizzata e della corruzione a ogni livello, senza se e senza ma, un collettivo che elimini ogni necessità di certificazione antimafia: nessuno è mafioso, perché per la nostra Costituzione tutti siamo innocenti, fino a prova contraria. 

Ma la velocità della repressione e la certezza della pena devono essere in primo piano: per colpire chi chiede il pizzo, chi spaccia droga su scala industriale, chi compra pezzi del paese in difficoltà con soldi riciclati, chi “investe” nella crisi economica e altre amenità del genere, purtroppo all’ordine del giorno. 

La criminalità organizzata non ha più una scala locale o nazionale, ma globale. Se l’Europa – la nostra casa, quindi tutti noi – si fa carico della ricostruzione economica, è necessario che intervenga anche nel controllo della destinazione dei fondi e nell’esito che questi hanno nel risollevare le economie nazionali che la compongono.

Vorrei quindi che a dirigere questa struttura anticrimine e anticorruzione fossero personalità tedesche, olandesi, francesi o portoghesi. 
Facevano così anche le nostre citta del Medioevo, quando sceglievano un podestà straniero per sanare situazioni di malgoverno e corruzione irrimediabili.

Lo scambio – sistematico, reciproco – di competenze e capacità di repressione e controllo della criminalità organizzata e della corruzione endemica sarebbe un modo spiccio per costruire veramente l’Europa.

Pensiamo alle energie – imprenditoriali, finanziarie, economiche, sociali – che un’iniziativa del genere libererebbe. L’Italia non sarebbe un paese “commissariato”, sarebbe un paese cardine dell’Europa nuova.

One thought on “Mes e Recovery Fund, paura dei controlli e opportunità a rischio

  1. alcune riflessioni :

    Yalta: anche la Germania fu messa in sovranità limitata ma non fa la questuante col cappello in mano

    Mes: cavallo di Troia per arraffare le ultime aziende strategiche Italiane

    1993 colpo di stato del club globalizzatore con manovalanza Italiana —
    subito dopo separazione banca Italia – Tesoro

    ma che combinazioneeeeeeeeee

    TO BADOGLIATE direbbero gli Inglesi che sono anni luce avanti noi

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