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Meloni e Schlein dovrebbero passare il week end a imparare da Veronica De Romanis che “il pasto gratis” non esiste

Nel suo nuovo libro “Il pasto gratis”, edito da Mondadori, l’economista Veronica De Romanis, spiega, con dovizia di dati e ragionamenti, come la spesa facile sia un vizio e un inganno della politica italiana che viene da lontano ma che ha costi pesanti e non risolve affatto i problemi dello sviluppo del Paese

Meloni e Schlein dovrebbero passare il week end a imparare da Veronica De Romanis che “il pasto gratis” non esiste

In Italia esiste un “partito unico della spesa pubblica”. Cioè tutte, o quasi, le forze politiche pensano che spendere soldi pubblici presi a prestito sia un gioco in cui tutti ci guadagnano e nessuno è chiamato a pagare il conto. Veronica De Romanis ha appena pubblicato presso Mondadori un agile volume, ben comprensibile anche ai non addetti ai lavori “Il pasto gratis – Dieci anni di spesa pubblica senza costi apparenti”, in cui spiega gli inganni perpetrati di vari partiti politici ai danni dei cittadini e i guasti creati nella nostra economia e nel funzionamento della stessa democrazia nel far credere che l’aumento senza limiti della spesa pubblica, e quindi del debito che si accumula a causa dei forti deficit annuali, sia la soluzione per le aspirazioni dei cittadini e per i problemi generali di crescita dell’intero paese. 

Governi: gara di “regali” dal 2013 ad oggi

È un racconto impressionante: tutti i governi dal 2013 in poi hanno fatto a gara a regalare qualcosa ai cittadini utilizzando soldi presi a prestito e dicendo che quei debiti si sarebbero ripagati da soli grazie alla crescita dell’intera economia.

Libro Il Pasto Gratis – Mondadori

Ad aggravare il problema sta il fatto che raramente, o quasi mai, quei debiti sono stati fatti per finanziare riforme o investimenti utili a rendere il paese più competitivo e quindi creare davvero le condizioni per una maggiore crescita. Invece quei soldi sono stati dati nella maggior parte dei casi per aumentare i redditi dei cittadini o per mandarli in pensione prima del tempo, o per concedere privilegi a questa o quella corporazione. Quasi sempre si giustificava tali spese con la necessità di tenere alti i consumi privati senza curarsi troppo del fatto che in un’economia aperta ai mercati mondiali come la nostra, non è affatto detto che gli acquisti dei cittadini si dirigano verso prodotti italiani e non piuttosto verso beni fabbricati all’estero. 

De Romanis ha fatto un lavoro prezioso di raccolta della documentazione degli ultimi dieci anni, integrata con dichiarazioni dei maggiori responsabili politici, che dimostra quanto i cittadini italiani siano stati presi in giro da abili imbonitori che promettendo pasti gratis per tutti ne raccoglievano il consenso per sperimentare però, dopo qualche anno, la perdita di quelle effimere fortune elettorali a causa della delusione degli elettori che non vedevano realizzate quelle roboanti promesse. Ed infatti, mai come in questi ultimi anni, la mobilità elettorale è stata così forte e tanti leader sono passati in poco tempo dagli altari alla polvere.

La spesa facile è un vizio che parte da lontano: iniziò Andreotti

Per la verità la tendenza alla spesa facile è iniziata ben prima del decennio preso in esame dal libro. Molti tra i meno giovani ricordano le baby pensioni volute da Andreotti o la celebre frase di Ferdinando Ventriglia direttore generale del Tesoro secondo cui sarebbe stato opportuno che lo Stato spendesse molto di più, anche “buttando i soldi dalla finestra”. 

Ma nel decennio appena trascorso si è manifestato un fenomeno nuovo e preoccupante: dopo il governo Monti chiamato a evitare il fallimento verso cui ci aveva portato il governo Berlusconi-Bossi, e che era riuscito con misure tutto sommato non così pesanti, a stoppare l’arrivo della Troika, le forze politiche invece di fare tesoro di quella esperienza si sono messe a parlare male dell’austerità, ad inseguire Grillo nelle sue stravaganti teorie su come porre riparo ai guasti (veri o presunti) delle classi dirigenti. Si sono quindi lanciati sul piano delle promesse facili, dei regali possibili per tutti. Il risultato è stato che al di là delle chiacchiere, la spesa pubblica, o almeno quel tipo di spesa pubblica, non ha portato significativi aumenti del PIL. Si è chiarito che i veri guai del nostro paese sono altri e non si curano con la spesa pubblica. E vanno dalla inefficienza dei servizi, a cominciare da quelli pubblici, alla scarsa formazione del personale, alla inadeguatezza delle infrastrutture, alle distorsioni che le varie corporazioni impongono al buon funzionamento dello Stato e dei mercati. 

Qualcuno, e cioè Renzi, aveva certo usato in maniera spregiudicata la spesa pubblica, allora chiamata flessibilità, ma aveva anche tentato di fare riforme profonde a cominciare dalla scuola, dal mercato del lavoro e infine dagli assetti istituzionali per far funzionare meglio i poteri pubblici. Ma le riforme sono fallite mentre sono rimasti i debiti fatti per regalare bonus più o meno generosi ai cittadini. 

I peggiori dissipatori di denaro pubblico sono M5S e Lega

I peggiori sono stati certamente 5 Stelle e Lega. Se guardiamo le politiche di Conte i cui provvedimenti principali sono il reddito di cittadinanza, il cashback, e il Superbonus 110%, si capisce chiaramente che l’ex presidente del Consiglio non sa nulla di economia, ma ha una spiccata capacità di raccontare favole che poi non hanno alcuna attinenza con la realtà. Meraviglia che un simile partito abbia ancora un seguito e che alcuni esponenti del Pd, a cominciare da Romano Prodi , pensino a un’alleanza con lui quando si capisce chiaramente che Conte è un nemico del Pd e soprattutto dell’Italia. 

Salvini non è da meno. Il rappresentante del Nord produttivo, che commercia con tutto il mondo, si è messo in casa gente come Borghi e Bagnai che hanno sostenuto la nostra convenienza ad uscire dall’Euro e dall’Europa, che il denaro non è un problema perché se serve la banca centrale italiana può stampare più banconote, che si poteva andare in pensione a sessant’anni in modo da fare assumere più giovani. Cosa che come si sa non è affatto avvenuta.  

Salvini difende non solo le Regioni del Nord, ma soprattutto il capitalismo municipale e cioè quelle società pubbliche controllate dalle autonomie locali che sono fonte di sprechi e di oneri caricati sui cittadini e sulle imprese. 

Severo è anche il giudizio sul governo Draghi accusato da un lato di aver inventato il concetto di “debito buono” che alla fine ha dato una nuova spinta alle fameliche classi politiche per aumentare la spesa e il debito, e dall’altro per non aver avuto il coraggio di proporre la revisione profonda sia del reddito di cittadinanza che del superbonus. 

Forse bisognerebbe tenere in maggior conto che in una situazione drammatica come quella della pandemia Covid e della guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, Draghi ha svolto un ruolo fondamentale per il paese, mettendo la propria credibilità e la propria autorevolezza al nostro servizio, cosa che certo Conte non avrebbe potuto fare. 

Alla fine di questa galleria degli orrori viene da pensare con tristezza a Laocoonte che secondo Virgilio aveva sconsigliato i troiani dal fare entrare in città il famoso cavallo. “Timeo danaos et dona ferentes”. Se invece dei greci mettiamo i partiti il monito va benissimo per i nostri concittadini specie se prendiamo le versioni più moderne della traduzione dal latino: Temo i politici soprattutto quando portano (solo) doni. Il libro di De Romanis sarebbe un utile promemoria per la Meloni che, almeno in parte, sembra aver capito che l’epoca della irresponsabile spesa facile è terminata, ma soprattutto dovrebbe essere letto dai cittadini, a cominciare dai più giovani, per capire e non cadere nelle trappole della cattiva politica. 

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