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Libri sfoglia e fuggi? Alla ricerca dell’editoria perduta: chi paga lo scotto e come invertire la rotta

La pigrizia associata alla trasversalità ha generato la crisi dell’editoria; anzi, della cultura in generale. Le librerie hanno pagato lo scotto. I librai, ormai figure quasi estinte, erano il pilastro dell’editoria e validi alleati degli autori. Oggi, il fascino di entrare in libreria è sostituito dal caos degli stores

Libri sfoglia e fuggi? Alla ricerca dell’editoria perduta: chi paga lo scotto e come invertire la rotta

Cosa hanno in comune J.K. Rowling, Stephen King, Emily Brontë? Il rifiuto degli editori. La prima accusata di essere troppo prolissa e non adatta ai bambini; il secondo di non avere alcuna possibilità di vendita. La terza di avere scritto un romanzo non convenzionale per l’epoca… Proviamo a pensare se questi “pazzi visionari” non avessero creduto in se stessi, scardinando la posizione granitica degli editori con la propria determinazione. Non hanno ceduto a richieste che avrebbero snaturato il loro lavoro, destinato invece, così come lo avevano concepito, ad entrare nella storia mondiale della letteratura. Cosa sarebbero gli editori senza questo tipo di talenti lungimiranti? Dei semplici stampatori, privi di quell’ appeal intellettuale nel quale si ammantano, spesso compiaciuti.

Ovviamente non tutti gli editori sono uguali; quelli del mainstream, purtroppo sì. I dati del rapporto annuale tra titoli pubblicati e copie vendute dimostrano che l’editoria è in crisi e la colpa è proprio degli editori. In Italia si continua a premiare la quantità a scapito della qualità. Un flusso continuo di pubblicazioni rapide soffoca le voci autentiche: tanti libri restano invisibili, molti lettori restano insoddisfatti. La rincorsa alla novità ha trasformato la lettura in consumo veloce, lasciando poco spazio alle opere capaci di lasciare un segno duraturo.

La visione dell’editore blasonato è spesso tradita da una logica di marketing secondo la quale il manager che prima si occupava di lanciare un marchio di pasta può tranquillamente scegliere una linea editoriale. In fondo, qual è la differenza tra un pacco di rigatoni e un romanzo? Non è difficile trovare l’architetto o l’economista a ricoprire il ruolo di responsabile della narrativa. In fondo, qual è la differenza tra progettare un ufficio e costruire una linea editoriale? Non c’è da stupirsi se un direttore di una nota casa editrice, al sentire il nome di Marguerite Yourcenar, affermi con prosopopea: “Non prediligo le giovani scrittrici francesi di oggi”. E costoro sono quelli che decidono cosa si pubblica e cosa no.

A dire il vero, una linea omologata esiste, l’hanno, forse decisa ad un brunch o ad un aperitivo trendy: tutto deve essere pop! Questo acronimo fastidioso almeno quanto l’abusato iconico. No pop, no party! per restare in ambito di slogan. Ma un vero libro non può e non deve essere un assemblaggio di frasi ad effetto, un mucchietto di pagine stampate per attirare l’acquirente, non il lettore.

Pazienza se non è scritto bene, che vuoi che siano dei refusi qua e là; un italiano zoppicante o una storia banale, l’importante è che rientri nell’iconico pop… E se non rientra? Lo riscrivi. Se e a firmarlo è la celebrity di turno, il contenuto diventa un optional. Il nome che acchiappa è fondamentale. Pazienza se il giocatore o l’influencer non sia neanche in grado di parlare correttamente, diamogli la paternità di un libro e diventerà uno scrittore. La gente, quella facile al glamour, lo comprerà. Inoltre, il nome assicura i passaggi in programmi televisivi ed interviste. Ma il pubblico televisivo è totalmente diverso da quello dei lettori. Se uno sta davanti alla televisore, significa che non legge.

Dall’alto della loro albagia, gli editori mainstream credono di sapere cosa vuole il pubblico. Lo inseguono come cagnolini scodinzolanti, cercano di blandirlo, gestirlo… e sfruttarlo. Ma i numeri (non quelli delle traduzioni dei best sellers stranieri, troppo facile!) dimostrano che questa strategia dell’ “acchiappa l’attimo e pubblicalo” non dà i risultati sperati. Ciononostante, continuano, impigriti nella loro fortezza di potere che esercitano sugli autori meritevoli che hanno la colpa di essere ancora sconosciuti (come lo era una Rowling, una Agatha Christie, un Isaac Asimov o un Marcel Proust).

Quando propongono un manoscritto con grande potenziale, ricevono al massimo un rifiuto dopo qualche email che potrebbe fare sperare in un sì. A questo punto, inizia il gioco perverso del gatto con il topo. Il topo potrebbe essere appetitoso purché non abbia troppe pretese. Già gli fanno un favore a rispondere, hanno tanto da fare, loro (è ovvio che non siano organizzati bene, se tutti hanno sempre altro da fare). D’un tratto, fanno ghosting come degli adolescenti che si lasciano con il silenzio, sicuri che l’altro capirà. Curioso che chi fa del proprio lavoro la comunicazione, non sia poi in grado di sostenere una comunicazione, ma scompare alla Garbo… Di quante piccole Greta è costellata la strada di uno scrittore di talento ma non facente parte del cerchio magico. Lo sa bene Joanne Rowling: inviato un manoscritto con uno pseudonimo, le suggerirono di frequentare un corso di scrittura. Solo rivelando la sua identità, quel manoscritto diventò l’oggetto del desiderio a suon di milioni di sterline.

Scrittrici come lei non sono diventate grandi perché il sistema le ha riconosciute. Sono diventate grandi nonostante il sistema. L’editore ha perso di vista la sua missione: lo scouting che richiede una preparazione personale di spessore, un gusto elastico, il fiuto per l’originalità, e la determinazione ad essere il primo a pubblicare qualcosa che nessuno abbia mai pubblicato prima. Creare il gusto, non seguire la scia per pubblicare una sfilza di fotocopie di un libro che ha avuto successo. “Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito,” ammoniva Antoine de Saint-Exupéry che si è visto respingere il suo Piccolo Principe da molti editori francesi prima di incontrare quello con il fiuto vincente.

Una volta, ogni casa editrice si distingueva per stile, linea editoriale. Non erano infallibili basti pensare alle diverse cantonate eclatanti come quando Mondadori rifiutò Il Gattopardo, o quando Einaudi considerò scarsamente vendibile Se questo è un uomo di Primo Levi. Ma ci sono anche esempi positivi come quello de Il Nome della Rosa di Umberto Eco, “autore esordiente” boicottato per scetticismo, e fiutato solo da Valentino Bompiani che decise di pubblicarlo.

L’editore lanciato nel futuro non legge, oberato com’è di briefing aziendali, bilanci, public relations. Hanno, però, dei preziosissimi “lettori fidati” che, Neronianamente, danno il loro consiglio da intenditori formato Instagram.

Poi, c’è un esiguo gruppetto di letterati che scrivono, discettano, pontificano, sono gli pseudo-intellettuali del nostro Stivale che, già a Lugano, non conosce nessuno. Ed eccoli, questo stuolo di solerti portabandiera della letterarietà nostrana, onnipresenti in festival letterari, sui giornali, in radio, addirittura pubblicano contemporaneamente con diverse case editrici (quando si dice il genio italico!). Sono facce non parole.

Elena Ferrante a parte, che è stata il “caso letterario” che ha prodotto una caterva di imitazioni nella speranza di replicarne il successo di vendite, tra l’altro pubblicata da una piccola\media casa editrice non si è mai vista in volto, non è andata in TV… A dimostrazione che per vendere un libro, ci vuole un libro che soddisfi i criteri dei lettori esigenti: sono loro che scremano, non i follower.

“L’editore è niente, puro luogo d’incontro e di smistamento, di ricezione e di trasmissione…Occorre incontrare e smistare i messaggi giusti, occorre ricevere e trasmettere scritture che siano all’altezza della realtà,” diceva Gian Giacomo Feltrinelli, una visione piuttosto diversa da quella da multinazionale quali sono le odierne case editrici, Feltrinelli in primis. Lontani sono i tempi di Arnoldo Mondadori che sosteneva: “L’intento di partecipare alle correnti più vive del pensiero e della vita nazionale con un contributo editoriale informato a novità e arditezza.”

Come il turismo mordi e fuggi così il libro sfoglia e fuggi. Cosa ci ritroviamo? Un florilegio di scuole di scrittura; una smania di scrivere, il self-publishing selvaggio ha dato la batosta finale.

La pigrizia associata alla trasversalità ha generato la crisi dell’editoria; anzi, della cultura in generale.
Mi fa sorridere che a sollevare la questione della crisi attuale siano le stesse penne che l’hanno creata. Hanno sbarrato strade e alimentato club esclusivi di intelligentsia effimera e timorosa di confronti veri.

Le librerie hanno pagato lo scotto. I librai, ormai figure quasi estinte, erano il pilastro dell’editoria e validi alleati degli autori. Lettori raffinati e onnivori, riuscivano a fare più di una campagna su TikTok. Oggi, il fascino di entrare in libreria è sostituito dal caos degli stores che vendono di tutto: ombrelli, bonsai, e… Anche libri. Tutti uguali. Copertine simili, titoli omologati che si contendono l’attenzione a colpi di marketing. Secondo articoli di settore che rielaborano le statistiche di produzione e vendita basate sui dati NielsenIQ/GfK e sui rapporti dell’Aie, nel 2025, sono stati pubblicati circa 100.000 titoli in Italia. Di questi, solo poco più di 3.000 avrebbero superato la soglia delle 2.000 copie vendute, circa il 4%. Tutto il resto finisce al macero.

Se questo è il futuro, ridateci il passato. E non mi venissero a dire che il pubblico vuole questo perché il pubblico non va assecondato, bensì incuriosito, stimolato, sorpreso, anche deluso purché dalla delusione nasca la scoperta. La verità è che non sono più in grado di farlo. Le case editrici sono delle multinazionali: fagocitano i marchi e li snaturano, schiacciano i piccoli editori, con la distribuzione.

La democrazia è un concetto, ormai, pervertito. Tutti possono fare tutto. Non è vero. Tutti non possono fare tutto. E fino a quando non si rivede questo concetto, continueremo ad assistere ad una caduta vertiginosa. Molti autori di talento sconosciuti devono competere con chi talento non ne ha, ma “ha conoscenze” o frequenta costose scuole di scrittura, immerse in un sistema editoriale che un po’ se la canta e se la suona. Nessuno ammette che scrivere non si insegna: è un dono. O ce l’hai, o non ce l’hai. Queste scuole promettono di trasformarti ora in sceneggiatore, ora in poeta, ora in scrittore, come se una skill valesse l’altra. Ricordano quei camerieri davanti ai ristoranti che, con cortesia fastidiosa, esortano il passante: “Venghino, scrittori, venghino!”

L’editoria è in crisi perché ha smesso di credere in se stessa e si è piegata ad una logica di mercato miope. Il libro è un oggetto complesso, delicato. Metterlo sul mercato richiede figure adeguate: editors con cultura, scouts intraprendenti, direttori editoriali con una visione chiara, e una guida imprenditoriale capace di generare guadagno.

Come invertire la direzione, dunque?

Servono quattro cose antiche e rivoluzionarie: competenza, pazienza, scouting e coraggio. Restituire centralità alla competenza significa restituire alla pubblicazione il suo valore essenziale. L’editoria è crollata nella gara al ribasso: chi pubblica di più, chi vende nel minore tempo possibile, chi clona ciò che ha funzionato. La direzione giusta è l’opposto: la gara al rialzo. Chi scopre un libro originale e di qualità superiore dovrebbe diventare esempio: non perché tutti lo copino, ma perché stimola una sana competizione a cercarne altri altrettanto validi o migliori. E il gusto del pubblico si eleverebbe come la richiesta, rispettando, ovviamente, la varietà di generi e di scelta.

La qualità vende. Tanto. Serve solo chi la sappia riconoscere, posizionare e raccontare. Il mercato si rigenera attraverso il nuovo, non attraverso il già visto. Uno dei grandi inganni recenti è l’illusione che un successo social equivalga ad un successo editoriale. Non è vero. Il libro è un medium autonomo, con una profondità che non si misura in follower. La dipendenza dalle piattaforme ha deformato la produzione, banalizzato la narrativa e ingannato il mercato editoriale.

Occorre ripristinare la distinzione tra linguaggi: la TV fa la TV, i social fanno i social, il libro fa il libro. Un libro ha bisogno di fermentare, respirare, maturare. Il turnover forzato delle uscite – migliaia di titoli alla settimana – è la radice dell’invisibilità degli autori. La pazienza della attenzione è l’unico modo per costruire un catalogo che duri, non una lista di “novità” effimere.

Non in ultimo, ripensare alle librerie come new curiosity shops: luoghi di scoperta e relazione. I librai devono tornare consulenti culturali. In un nuovo sistema editoriale sono l’esercito di difesa e di attacco: gli unici capaci di portare il libro giusto al lettore giusto. Per salvare l’editoria servirebbe una selezione che torni a basarsi sulla qualità effettiva, non sui legami personali, sui numeri social, sulla convenienza commerciale del momento.

Non significa tornare indietro, ma prendere dal passato ciò che funzionava – il rispetto, l’umanità, il coraggio, il gusto del bello, e applicarlo agli strumenti innovativi di oggi. Resta, tuttavia, una verità indiscutibile: non tutti possono scrivere, e gli editori hanno una grande responsabilità. Altrimenti, come dice George Ade: “Dopo essere stato rifiutato da numerosi editori, ho deciso di scrivere per la posterità.”

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