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L’export alimentare non si discute, ma occhio a dazi e cambi

Il Rapporto Ismea sottolinea l’avanzata dell’export agroalimentare, passato da un deficit di 6 miliardi di euro nel 2015 a un surplus di un miliardo nel 2024. Dentro questa spinta ci sono qualità certificata e reputazione. Ma attenzione alla svalutazione del dollaro sull’euro (circa -13% tra gennaio e settembre 2025).

L’export alimentare non si discute, ma occhio a dazi e cambi

Nel 2024 l’export agroalimentare italiano ha sfiorato quota 70 miliardi di euro, arrivando a pesare l’11% del totale. Nel decennio 2015-2024 il balzo è stato ancora più netto: +87%. Il Rapporto Ismea mette in evidenza un segnale strutturale: l’avanzata dell’export ha accompagnato il riequilibrio della bilancia agroalimentare, passata da un deficit di 6 miliardi nel 2015 a un surplus di un miliardo nel 2024. E nei primi otto mesi del 2025 le esportazioni agroalimentari sono cresciute ulteriormente (+5,5% rispetto all’anno precedente), nonostante uno scenario globale più incerto.

A trainare il risultato sono stati i prodotti trasformati, con dinamiche diffuse tra comparti. Nel 2024 i derivati dei cereali hanno superato 10,1 miliardi (+8% circa), mentre il vino ha toccato 8,1 miliardi (+5,5%). L’ortofrutta ha oltrepassato quota 12 miliardi (+5,4%), formaggi e latticini oltre 5,4 miliardi (+9% circa). Tra i segnali più vistosi spicca l’olio: la voce oli d’oliva arriva a circa 3,1 miliardi, con un balzo molto marcato in valore rispetto al 2023.

Dentro questa spinta c’è un fattore: la qualità certificata. Nel 2024 l’export dei prodotti Dop e Igp ha raggiunto 2,3 miliardi, pari al 18% delle vedite agroalimentari. E nel vino la “Dop economy” rappresenta quasi l’88% del valore dell’export vitivinicolo (il 77% in volume).

Il peso dell’export verso gli Stati Uniti

Se c’è un mercato che sintetizza opportunità e rischio, è quello degli Stati Uniti. Nel 2024 le esportazioni agroalimentari italiane verso gli Usa hanno raggiunto 7,8 miliardi, in aumento di oltre il 17% rispetto al 2023. L’agroalimentare pesa circa l’11% dell’export complessivo italiano verso gli Usa e non è solo una questione di volumi: sul fronte della bilancia, l’Italia registra con Washington un surplus di 6,3 miliardi.

Tuttavia, la forza americana presenta anche una criticità: l’elevata concentrazione. Su oltre 900 voci doganali, il 70% del valore esportato è coperto dai primi 13 prodotti. Di cui: vino, olio, pasta, formaggi stagionati, acque minerali e pochi altri “campioni” che costruiscono l’immagine dell’Italia nel piatto americano e che, proprio per questo, diventano i più esposti quando cambia la congiuntura.

Nel 2025 lo scenario si è complicato: l’intesa sui dazi Usa-UE entrata in vigore il 7 agosto 2025 prevede, per la generalità dei prodotti UE, un dazio complessivo non superiore al 15%. Nella lettura Ismea, però, conta soprattutto il differenziale rispetto ai dazi precedenti: per Parmigiano Reggiano e Grana Padano il differenziale è zero, mentre per prodotti come pasta, pecorino, aceto e acque minerali si arriva a un differenziale vicino al 15%; per l’olio extravergine il dazio aggiuntivo è intorno a 14,5-14,7%, varia per vini e spumanti.

In questo scenario, c’è un’altra variabile da non sottostimare: il cambio. Il Rapporto richiama la svalutazione del dollaro sull’euro (circa -13% tra gennaio e settembre 2025) e sottolinea che, insieme ai dazi, può amplificare o attenuare la competitività di prezzo. C’è un elemento che, per molti prodotti italiani, può fare da “cuscinetto”: il prezzo finale al consumatore non coincide con il prezzo all’importazione. Ismea osserva che, anche a margini invariati, l’aumento legato al dazio tende a pesare meno del 15% sul prezzo al dettaglio perché lungo la filiera entrano logistica, distribuzione e servizi commerciali. Se una parte degli operatori decidesse di assorbire temporaneamente il rincaro riducendo i margini, l’impatto sul consumatore potrebbe essere ulteriormente diluito. Infine, il Rapporto ricorda come l’export si intrecci con la reputazione: la ristorazione italiana nel mondo, stimata a 251 miliardi nel 2024, funziona da amplificatore culturale e commerciale, alimentando quella familiarità con i sapori italiani che poi si traduce nella domanda effettiva.

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