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Google, 22 anni fa il debutto in Borsa: dall’Ipo a 85 dollari ad azione al gigante Alphabet

Il 19 agosto 2004 Google debuttava al Nasdaq a 85 dollari per azione. Dall’Ipo agli split fino ad Alphabet, oggi colosso da 4.200 miliardi

Google, 22 anni fa il debutto in Borsa: dall’Ipo a 85 dollari ad azione al gigante Alphabet

Il 19 agosto 2004 Google entrava a Wall Street. Aveva appena sei anni di vita, era già diventato il motore di ricerca simbolo della nuova Internet e si presentava al Nasdaq con un’Ipo destinata a rompere più di una consuetudine. Il prezzo venne fissato a 85 dollari per azione attraverso un’insolita asta, pensata per allargare l’accesso all’offerta e ridurre il potere degli intermediari nella determinazione del prezzo.

Ventidue anni dopo, quella società si chiama Alphabet, controlla un ecosistema che va dalla ricerca online a YouTube, Android, cloud e intelligenza artificiale e vale in Borsa circa 4.200 miliardi di dollari. All’Ipo la sua capitalizzazione era poco superiore ai 23 miliardi. In mezzo ci sono la crescita vertiginosa del titolo, gli stock split, la nascita delle diverse classi di azioni e soprattutto la trasformazione di Google da motore di ricerca a uno dei più grandi gruppi tecnologici del mondo.

19 agosto 2004, l’Ipo più anticonvenzionale della Silicon Valley

La quotazione arrivò al termine di un percorso tutt’altro che lineare. Nell’autunno del 2003 Microsoft aveva persino sondato Google per una possibile partnership o fusione, senza che le trattative portassero a un accordo. Pochi mesi dopo la società imboccò definitivamente la strada della Borsa e affidò l’organizzazione dell’offerta a un gruppo di banche d’affari.

Google, però, voleva fare le cose a modo suo. L’Ipo venne costruita attraverso una sorta di asta olandese nella quale gli investitori indicavano quanto fossero disposti a pagare. L’obiettivo era individuare un prezzo che riflettesse meglio la domanda reale e, allo stesso tempo, aprire l’offerta anche a investitori diversi dai grandi clienti istituzionali normalmente favoriti nelle nuove quotazioni. Il risultato fu un prezzo di 85 dollari per azione, nettamente inferiore ai livelli inizialmente ipotizzati dalla società. Vennero collocate complessivamente 19.605.052 azioni, delle quali circa 14,1 milioni emesse direttamente da Google e 5,5 milioni cedute da azionisti già presenti nel capitale. L’operazione raccolse 1,67 miliardi di dollari e assegnò al gruppo una valutazione superiore ai 23 miliardi.

Quando il titolo iniziò effettivamente a essere scambiato sul Nasdaq, l’interesse fu immediato. Prima dell’apertura ufficiale ci fu persino un falso avvio, con Google apparentemente scambiata a 136 dollari a causa di due operazioni che, secondo il Nasdaq, non avrebbero dovuto essere eseguite. Il vero debutto avvenne intorno ai 100 dollari. La prima seduta terminò a 100,34 dollari, con un rialzo di circa il 18% rispetto agli 85 dollari dell’offerta e oltre 22 milioni di azioni passate di mano. Un balzo che, paradossalmente, alimentò i dubbi sull’esperimento dell’asta. Di certo l’Ipo cambiò immediatamente la ricchezza di chi Google l’aveva costruita. Larry Page e Sergey Brin diventarono miliardari almeno sulla carta, mantenendo ciascuno partecipazioni per oltre 3 miliardi di dollari. Secondo le stime dell’epoca, tra 950 e 1.050 dipendenti, su una forza lavoro complessiva di circa 2.300 persone, si ritrovarono milionari grazie alle azioni e alle stock option.

Azioni Google: da 100 a oltre 800 dollari, poi gli split

Quello del 19 agosto fu soltanto l’inizio. Google toccò quota 200 dollari nel gennaio 2005 e superò i 300 dollari nel giugno dello stesso anno. Meno di nove anni dopo l’Ipo, nel marzo 2013, il titolo chiuse a un nuovo massimo storico di 821,50 dollari. Rispetto ai circa 100 dollari della prima giornata di contrattazioni, il guadagno aveva già raggiunto allora il 721%. A spingere il gruppo non era più soltanto il dominio nella ricerca online. Android si stava imponendo nel mercato degli smartphone, mentre Google cercava di trasferire la propria leadership nella pubblicità dal computer al nuovo mondo mobile.

Nel frattempo diventava sempre più evidente anche un’altra caratteristica voluta dai fondatori fin dall’ingresso in Borsa. Essere una società quotata non avrebbe significato cedere il controllo della strategia agli azionisti esterni.

Le azioni destinate al pubblico, oggi identificate nella Classe A con ticker Googl, attribuiscono un voto ciascuna. Le azioni di Classe B, concentrate soprattutto nelle mani dei fondatori e dei primi dirigenti, attribuiscono invece dieci voti per titolo. Successivamente vennero create anche le azioni di Classe C, oggi scambiate con ticker Goog, prive di diritto di voto. La struttura ha consentito alla società di emettere azioni, utilizzarle nei piani di remunerazione e finanziare la propria espansione limitando la diluizione del potere dei fondatori. A rendere ancora meno immediato il confronto tra il prezzo del 2004 e quello attuale sono poi arrivati gli stock split del 2014 e del 2022. Per questo mettere semplicemente a confronto gli 85 dollari dell’Ipo con gli oltre 300 dollari di oggi darebbe un’immagine distorta della performance realmente ottenuta dagli azionisti.

La filosofia, del resto, era stata dichiarata fin dall’inizio. Google non voleva fornire previsioni finanziarie pensate per soddisfare il mercato trimestre dopo trimestre e sosteneva di voler privilegiare il potenziale di lungo periodo. Una scelta resa possibile proprio da una governance che lasciava a Page, Brin e al management una forza di voto molto superiore al loro peso economico.

Da Google ad Alphabet, mentre Internet diventava mobile e poi “AI first”

La trasformazione societaria decisiva arrivò nel 2015, quando Google venne inserita all’interno della nuova holding Alphabet. L’idea era separare con maggiore chiarezza il gigantesco business costruito intorno al motore di ricerca dalle altre iniziative del gruppo e lasciare alle diverse attività maggiore autonomia.

Larry Page spiegò che la nuova struttura avrebbe consentito di mantenere un forte focus sulle opportunità presenti dentro Google. La guida del motore di ricerca e delle sue principali attività passò a Sundar Pichai, mentre Alphabet diventò la casa delle diverse scommesse tecnologiche del gruppo.

Nel giro di poco più di dieci anni era cambiata anche Internet. Quando Google era nata nel 1998, ricordava Pichai nella lettera agli azionisti del 2015, gli utenti online erano circa 300 milioni e navigavano prevalentemente da computer desktop. Erano diventati circa 3 miliardi, sempre più spesso collegati attraverso uno smartphone. Google accompagnò quella trasformazione costruendo attorno alla ricerca un ecosistema sempre più ampio. Maps, Photos, YouTube, Android, Chrome e Google Play portarono l’azienda molto oltre la pagina bianca con il suo campo di ricerca. Ma nella visione delineata allora era già evidente quale sarebbe stata la nuova frontiera. Il machine learning veniva descritto come il motore che permetteva di migliorare ricerca vocale, traduzioni, riconoscimento delle immagini e sistemi anti-spam. La vittoria di AlphaGo contro Lee Sedol mostrava le possibilità raggiunte dall’intelligenza artificiale.

Pichai sintetizzò la direzione con una formula destinata a diventare centrale nella strategia del gruppo: “passeremo da un mondo mobile first a un mondo AI first”.

Ipo Google: ventidue anni dopo, un colosso da circa 4.200 miliardi

Ed è proprio sull’intelligenza artificiale che si gioca oggi una parte decisiva della nuova fase della storia iniziata con quell’Ipo da 85 dollari. Nel giorno del ventiduesimo anniversario dello sbarco a Wall Street, Alphabet vale in Borsa circa 4.200 miliardi di dollari. Sulla base degli ultimi prezzi disponibili del 18 agosto 2026, le azioni di Classe A viaggiano intorno ai 344 dollari, mentre quelle di Classe C si trovano poco sopra i 341 dollari. Attenzione. I due valori non rappresentano società diverse e le rispettive capitalizzazioni non vanno sommate. Googl e Goog sono semplicemente due classi di azioni dello stesso gruppo, con differenti diritti di voto.

Il numero che meglio fotografa la distanza percorsa resta quindi quello della capitalizzazione. Dagli oltre 23 miliardi di dollari dell’agosto 2004 agli attuali 4.200 miliardi, il valore di Borsa è diventato circa 180 volte maggiore.

Quel 19 agosto Google arrivò sul Nasdaq tra dubbi sull’asta, polemiche sulla governance e interrogativi sulla capacità di trasformare la ricerca online in un business duraturo. La prima seduta si chiuse a 100,34 dollari e sembrò già un successo straordinario. Ventidue anni dopo, quella quotazione appare soprattutto come il primo giorno in Borsa di un’azienda che avrebbe attraversato tre grandi ere tecnologiche, Internet, smartphone e intelligenza artificiale, fino a trasformarsi da motore di ricerca in Alphabet.

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