La Cina brinda al grande risultato: per la prima volta il carbone scende sotto il 50% nella produzione di elettricità. Ma è un abbaglio. Di più: quasi un disastro per le ambiziose promesse del colosso asiatico sul fronte della decarbonizzazione. Sotto la spinta dei consumi il parco di generazione elettrica continua infatti a crescere a ritmi superiori al 10% l’anno. Le rinnovabili avanzano in maniera prorompente, ma non bastano. E così il carbone continua a crescere a ritmi furibondi: 95 gigawatt (GW) nel solo 2025 a fronte di quasi 4.000 GW di capacità di generazione elettrica già installata. Qualcosa di più arriverà quest’anno, mentre sono in campo altri progetti per la bellezza di ulteriori 500 GW. Con una magra consolazione: secondo le autorità cinesi le emissioni complessive mostrano una seppur lieve flessione. Anche le tecnologie del carbone esibiscono qualche progresso sul fronte dell’efficienza e del (modesto) contenimento degli inquinanti.
Il paradosso è evidente, per un paese che ha fatto delle rinnovabili un impegno categorico per risolvere i suoi micidiali problemi ambientali, specie nelle grandi città. E comunque per accaparrarsi una quota egemone dei grandi affari mondiali legati alle sfide per la transizione energetica. Senza trascurare i vantaggi – di cui il regime della Repubblica popolare non fa mistero – di un affrancamento dal difficile scenario geopolitico legato all’uso dei combustibili fossili.
Verdi e untori dell’ambiente. I guasti della marcia in parallelo
Sta di fatto che le ambizioni cinesi sul fronte delle rinnovabili sono davvero alte e i risultati non mancano: solo 10 anni fa il carbone copriva oltre il 70% della domanda nazionale di energia, che però era la metà rispetto ai 10.500 terawattora (TWh) chiesti dal Paese lo scorso anno. Nel frattempo le rinnovabili hanno coperto progressivamente la metà della richiesta: oltre un quarto da fotovoltaico e eolico, il 16% dall’idroelettrico, un modesto 5% del nucleare e qualcosa dal gas (che in paesi come l’Italia fa la parte del leone) e dalle biomasse. E la Cina è diventata anche un avamposto nella controversa soluzione della cattura e sequestro dell’anidride carbonica, inaugurando l’anno scorso l’impianto CCS (Carbon Capture and Storage) più grande al mondo, il Huaneng Longdong Energy Base.
Ma perché non si fa di più? Come rendere credibile la promessa del regime cinese di coprire la domanda elettrica con almeno il 65% di energie rinnovabili entro il 2060? Perché, allora, il ricorso al carbone in termini assoluti (e non solo percentuali) continua a crescere superando abbondantemente la mostruosa cifra di circa 3 miliardi di tonnellate consumate ogni anno? Perché l’ingordigia carbonifera cinese non si riduce rapidamente, come logica vorrebbe, nonostante i costi marginali nella produzione da fonti rinnovabili siano ormai più bassi?
Le ragioni di una supremazia che non si riesce a scalfire
Gli analisti attribuiscono la persistente egemonia del minerale nero a tre fattori. Il primo: proprio la rapida crescita delle rinnovabili sta creando evidenti problemi di continuità nelle forniture elettriche, dovute ai noti problemi (ne sa qualcosa anche l’Occidente) di programmabilità di queste fonti. Tant’è che cinque anni fa la Cina si trovò a fronteggiare non pochi blackout diffusi, con danni economici importanti. Di qui la scelta di continuare ad affidarsi all’unica fonte programmabile e largamente disponibile, in alternativa ad uno sviluppo più deciso del nucleare.
Secondo fattore: la gigantesca disponibilità del carbone in terra cinese con infrastrutture e filiere industriali che non è facile né smantellare né riconvertire, perché i problemi di lobby industriale e gestione della manodopera hanno il loro peso anche in un paese estraneo ai normali parametri democratici. Ed ecco il terzo fattore: i meccanismi di remunerazione della produzione elettrica cinese continuano a privilegiare proprio il carbone, con qualche correzione introdotta solo recentemente. È il caso degli accumuli a batteria, che sono da tempo obbligatori per i grandi progetti di energia rinnovabile ma godono di un premio di remunerazione molto ridotto, un po’ valorizzato solo di recente.
I buoni consigli, anche per noi occidentali
Va detto che la denuncia di tutto ciò arriva anche dall’interno del claudicante sistema di confronto e di dibattito del colosso asiatico. Una diagnosi di grande interesse anche per noi occidentali viene dalla prestigiosa (e splendida, anche nelle dotazioni a disposizione degli studenti) Tsinghua University di Pechino. Un team misto di ricercatori inglesi e cinesi capeggiato dal Professor Ying Zhou, che fa la spola tra la Tsinghua University e la britannica Università del Surrey, dove Zhou dirige il Future of Work Research Centre, ha pubblicato su Energy and Climate Management una ricerca in cui denuncia e suggerisce.
Denuncia che così facendo la Cina non potrà certo ridimensionare in maniera significativa il ricorso al carbone. E suggerisce, per invertire la tendenza, di adottare proprio il sistema in uso in Inghilterra dove la remunerazione della capacità di generazione elettrica avviene con un sistema di aste competitive basate sostanzialmente sulla neutralità tecnologica. Un sistema che comunque dovrà essere progressivamente corretto proprio in favore delle batterie. O meglio di quelle soluzioni di accumulo a batteria capaci di conservare elettricità per un tempo sufficientemente lungo, ammonisce Ying Zhou.
“Più aumenterà la percentuale di rinnovabili intermittenti nel mix energetico, più ci sarà bisogno – spiega il Professore – di accumuli di media e lunga durata, capaci di coprire le assenze prolungate di sole e vento, e successivamente di spostare l’energia accumulata da una stagione all’altra”. Soluzioni che richiedono inevitabilmente remunerazioni più elevate a causa del loro utilizzo meno frequente” ma che “con il sistema inglese rischiano di essere tagliati fuori dal mercato”. Un monito e un buon suggerimento anche per il nostro paese, che si ritrova ad affrontare le stesse identiche sfide.
