Tutte le siderurgie europee e mondiali sono in piena attività nel mettere mano al grande salto produttivo e tecnologico che le attraverserà nei prossimi (ma vicini) anni. Il quadro strategico del pianeta non lascia dubbi su quelle che saranno le prossime sfide economiche tra i Paesi. Una parte importantissima di queste sfide sarà rappresentata dalla domanda crescente di acciaio in grado di rispondere ai bisogni di ricostruzione infrastrutturale in molti Paesi, alla rincorsa agli armamenti e al loro aggiornamento in ragione delle crescenti emergenze difensive di ciascun singolo Paese, alla ricostituzione delle scorte e all’allargarsi crescente dell’espansione delle aree produttive del Pianeta. Tutto ciò pretende acciaio. In tutte le sue forme e di ogni qualità: dall’elementare tondo da cemento armato, ai blumi da forgia, alle lamiere da treno, ai coils. Tutto a supporto di ogni settore produttivo e del loro risvolto sui beni e sui servizi. Militari compresi. Il grande investimento siderurgico norvegese in atto ai confini col circolo polare e la salvaguardia del grande centro siderurgico ucraino di Azovstal sono due segni emblematici di questa necessità presente e futura di acciaio.
Acciaio in Italia: il privato corre, l’ex Ilva resta bloccata
In Italia il settore dell’acciaio privato (esclusivamente da forno elettrico) tutto racchiuso nei confini dei cosiddetti “prodotti lunghi” è sicuramente attraversato anch’esso da questa sfida ma è altrettanto pronto a raccoglierla e a vincerla. Chi invece appare ancora incerto ed attardato è l’ex settore pubblico dell’Ilva con il grande stabilimento di Taranto in prima fila. Tutto fermo da anni. Tante chiacchiere e, da mesi, uno stallo preoccupante tra ministeri, i rari pretendenti, i sindacati, le realtà politiche e amministrative dei siti interessati.
Taranto è al centro di questo balletto, oggi limitato a due sole proposte. Quella del Fondo di investimento Flacks e, in extremis, il rinnovato interesse del gigante indiano Jindal.
Il primo offre zero euro per acquisire l’intero complesso ma promette investimenti per 5 miliardi forte di una promessa di collaborazione con il Gruppo Marcegaglia e con il Gruppo Danieli. Il primo si impegnerebbe ad acquistare parte delle sue necessità di coils a Taranto funzionante, mentre il Gruppo friulano si dice pronto a “vendere” la tecnologia e i macchinari necessari al futuro rinnovamento dell’impianto pugliese. Non è difficile comprendere, da subito, la solitudine finanziaria e gestionale del Fondo Flacks.
Ex Ilva tra investitori, Stato e sindacati: lo stallo
Il colosso indiano Jindal, riapparso a Taranto, pare più interessato a dare continuità alle discussioni e alle trattative che non ad una rapida riapertura dei forni e delle colate. Tanto è vero che in coda si sono messe sia Confindustria che Federmeccanica, intervenute solennemente per reclamare a gran voce il ritorno dello Stato nella proprietà dell’impianto, nella sua gestione e nella definizione delle strategie produttive. Immancabile il consenso del Sindacato con la voce di Rocco Palombella, 36 anni di sindacalismo tarantino, difensore proclamato della “cassa integrazione e senza produzione”.
Il ministro Adolfo Urso è tutto dentro, da anni, in questo labirinto di incertezze, promesse, contraddizioni, illusioni. Ma di fatto non riesce a misurarsi con progetti concreti. Perché?
Ostacoli e incognite per gli investitori: il nodo Riva
Forse basterebbe fare qualcosa in premessa. Prima di ogni offerta o di ogni trattativa. Bisogna togliere di mezzo i veri ostacoli che impediscono “in radice” qualsiasi investimento su Taranto. Ostacoli che disarmano qualsiasi vero investitore industriale. E i nostri ostacoli sono concreti e reali ma a tempo, da attivare nei momenti più opportuni, quelli più delicati e capaci di fiaccare, nei tempi medi, qualsiasi progetto di investimento e di impegno imprenditoriale.
Parliamo della recente sentenza del Tribunale di Milano (assunta su iniziativa di un Comitato residenti di Taranto) che sospende dal 24 agosto ogni attività sull’area a caldo di Taranto. Sono notoriamente pronte altrettante iniziative giudiziarie da parte dell’Associazione genitori tarantini. Per non parlare dello stato di perenne mobilitazione del Quartiere Tamburi e del fermento ecologico che attraversa le tre parrocchie intorno al sito siderurgico. Chi investirebbe senza vedere, in primo luogo, tolte di mezzo per sempre o confermate definitivamente queste iniziative?
A latere rimane minacciosa la questione sempre pendente con la famiglia Riva. I figli ed i nipoti di Emilio Riva continuano a governare con successo in Italia ed in Europa quello che rimane uno dei grandi imperi dell’acciaio. Ma nel contempo coltivano anche la causa di risarcimento per l’esproprio subito a Taranto. Un’altra incognita sui futuri investitori di quel sito.
