Mercoledì 4 marzo segna una data storica per l’industria europea, che si trova in pesanti difficoltà: è stato presentato il nuovo Industrial Accelerator Act (IAA), il vero primo provvedimento – al momento un progetto di legge – che stabilisce requisiti di preferenza europea per gli appalti pubblici in settori strategici come l’acciaio e le tecnologie a basso impatto ambientale. Poiché questo perimetro tutelato include solo alcuni comparti strategici e ne esclude altri, e considerando che la lobby degli importatori dei paesi del Nord Europa e delle piattaforme online cinesi è molto attiva, è utile sintetizzare i principali aspetti della legge, che comunque verrà approvata. Resta fuori, però, il gigantesco comparto di tutti i manufatti e delle filiere per la casa, l’arredo, i macchinari, gli elettrodomestici e i servizi collegati. La seconda industria dopo l’automotive, quella degli elettrodomestici, strategica per il benessere e la qualità della vita dei cittadini europei, chiede misure concrete. Oltre al fatto che i committenti devono essere enti pubblici. Per il momento, ma l’area dovrà essere estesa per ragioni importanti.
Applia Europe, come massimizzare l’Industrial Accelerator Act
“L’Industrial Accelerator Act rappresenta un passo fondamentale per rafforzare la base industriale europea e sviluppare mercati di riferimento per i materiali a basse emissioni di carbonio. Tuttavia – dichiara a FIRSTonline Paolo Falcioni, direttore generale Applia Europe – la competitività dell’Europa dipende anche dai settori manifatturieri a valle, che trasformano questi materiali in prodotti competitivi su scala globale. L’industria degli elettrodomestici, uno dei principali ecosistemi europei di manifattura avanzata, sostiene filiere chiave come acciaio, elettronica, materie plastiche e tecnologie digitali, offrendo al contempo soluzioni di efficienza energetica per le famiglie. Per massimizzare la riuscita di questo strumento, è necessario che il quadro normativo riconosca settori strategici come quello degli elettrodomestici e garantisca misure concrete dal lato della domanda, investimenti facilitati e aree di accelerazione industriale per l’intero ecosistema manifatturiero europeo.”
Fermo alla dichiarazione di principio del 2022, l’IAA ha ora ricevuto l’approvazione dei 27 Stati membri, con una variazione fondamentale: il Made in Europe dell’industria deve salire al 20% del prodotto interno lordo della Ue entro il 2035 (rispetto al 14% attuale), un livello paragonabile a quello dei primi anni ’90.
Chi lo ha chiesto e per quali motivi
Le pressioni sono state esercitate da tutte le associazioni imprenditoriali e dalle rappresentanze sindacali europee, dopo le pesanti perdite di fatturato, produzione, vendite e occupazione di questi anni. Il vertice decisivo, ma solo l’ultimo, si è tenuto a Anversa, Belgio l’11 febbraio 2026. Le prime mosse risalgono però già a due anni fa.
La scomparsa e la crisi crescente della struttura industriale dell’Unione sono, in grande sintesi, causate da due fattori: dumping socio-economico di filiere extra-europee e carichi onerosi dei costi di produzione per il made in Europe. Questi oneri in più derivano dagli impegni attuati per una ecosostenibilità spesso insostenibile, da burocrazie europee contrastanti, da costi energia e materie prime oltre il 30% in più. Questo perché l’aggressione dell’America all’Iran renderà ancora più costosi i fattori di produzione.
La Commissione europea è stata costretta ad accelerare l’IAA a causa dei provvedimenti doganali di Trump, per la guerra in Medio Oriente e per le nuove tensioni sui prezzi a livello mondiale. Solo da poco si sono spente le “vivaci” discussioni tra i 27 stati membri favorevoli e quelli contrari a difendere il made in Europe, e ciò è avvenuto per la gravità della situazione economica e sociale dell’area europea.
Chi è contro o escluso
Prima della Brexit, furiosamente contraria era l’Inghilterra. Oggi lo sono la Germania e tutti gli Stati del Nord Europa per esplicite convinzioni: “difendiamo il diritto dei consumatori – dichiarano – ad avere sempre più prodotti a prezzi sempre più bassi”. La Germania perché ha accordi e contratti giganteschi con la Cina, e i paesi del Nord perché, non avendo fabbriche da tutelare, devono tutelare ben altro: gestiscono infatti in diversi modi i rapporti con gli operatori e le piattaforme cinesi.
Per approvare la nuova versione dell’IAA, i Paesi contrari hanno purtroppo ottenuto di escludere – come sottolineato in apertura – alcuni comparti. Sicuramente tutto il gigantesco settore della casa e degli elettrodomestici, considerati di serie B e non strategici. Da sottolineare che, per esempio, le aziende siderurgiche non sono obbligate a usare acciaio europeo, poiché la legge dice che l’acciaio deve essere solo a basse emissioni di carbonio.
Dove sta il trucco?
L’inghippo è stato introdotto dalla Germania insieme ai paesi nordici. La Commissione europea ha concordato che le aziende che producono in paesi partner non vengano escluse dal programma, a condizione che rispettino condizioni rigorose. Sono oltre 40, tra cui Inghilterra, Usa, Canada, Giappone.
Inoltre, una clausola impone obblighi di prestazioni in Europa – fabbriche, occupazione, Ricerca e Sviluppo – cioè investimenti significativi. Aziende coreane come Samsung o cinesi come Hisense hanno già rispettato questi criteri, e quindi i loro prodotti sono considerati Made in Eu, purché la fabbricazione avvenga effettivamente in Europa e non sia limitata al solo assemblaggio di semilavorati extra-europei.