La demografia è quasi una scienza esatta, perché lavora su dati già esistenti di cui, con criteri attuariali, è possibile prevedere l’evoluzione nel tempo. Considerata storicamente una scienza servente di altre più paludate come l’economia, da anni è divenuta il tapis roulant sul quale comminano il complesso dei processi sociali in una determinata fase storica procedendo nella direzione prestabilita. Le variazioni dei trend sono difficili e hanno bisogno di tempi lunghi, ammesso e non concesso che sia possibile invertire i cicli e le opzioni della vita.
Noi sappiamo che ci aspetta un restringimento progressivo della popolazione residente, che secondo l’Istat dovrebbe passare dai circa 59 milioni al 1° gennaio 2023 a 58,6 milioni nel 2030 e a 54,8 milioni nel 2050. Il calo della popolazione residente è accompagnato dalla diminuzione costante della quota di quella in età da lavoro (15-64), che rappresenta attualmente il 63,4% del totale. Parallelamente, la porzione di over 65 sul totale della popolazione italiana è arrivata al 24,7%, accompagnata dall’aumento della quota di over 80 (attualmente il 7,7% del totale) in un contesto di minimo storico della natalità (1,18 figli per donna nel 2024).
Secondo l’Oecd Employment outlook 2025 in Italia la popolazione in età da lavoro 20-64 diminuirà del 34% circa entro il 2060 a fronte di un corrispettivo medio dei paesi Ocse dovrebbe essere in riduzione per cica l’8%. La perdita registrata in Italia tra il 2014 e il 2025 – ha scritto l’autorevole Neodemos – è attribuibile per quasi i tre quarti al Mezzogiorno, mentre il Centro ha contribuito per il 15%, il Nord Ovest per il 10 e il Nord Est solo per l’1,4%. I fattori demografici hanno giocato un ruolo fortemente differenziato a livello territoriale con una netta contrapposizione tra le ripartizioni centrosettentrionali e il Mezzogiorno. Durante gli anni Novanta del secolo scorso le variazioni della popolazione sono state sostanzialmente dello stesso ordine di grandezza, anche se sul finire del decennio il Nord Est del paese ha iniziato a mostrare livelli di crescita più sostenuti delle altre ripartizioni.
La situazione è cambiata radicalmente nel primo quarto di secolo, quando grazie all’immigrazione straniera il Centro-Nord ha registrato ritmi di crescita molto più elevati del Mezzogiorno. Nell’attuale fase di declino, alla sostanziale stabilità del Nord-Est hanno corrisposto cali contenuti nel Nord-Ovest e nel Centro e una ben più sostanziosa diminuzione nelle regioni meridionali. Un risultato frutto di un interscambio migratorio interno che continua ad essere completamente sbilanciato a tutto sfavore di un Mezzogiorno che in termini relativi si presenta anche meno attrattivo verso i flussi provenienti dall’estero. In sostanza l’immigrazione ha rappresentato un fattore di maggiore sviluppo.
Nel contesto di “inverno demografico” che l’Italia sta affrontando, negli ultimi anni la componente straniera ha dato – secondo Neodemos – un contributo determinante per arginare il calo della popolazione: la componente autoctona, infatti, negli ultimi cinque anni presenta valori negativi sia nel saldo naturale (più morti che nati) che nel saldo migratorio (più partenze che arrivi). Al contrario, gli immigrati presentano valori positivi in entrambi i casi.
Tuttavia, anche il contributo demografico della popolazione immigrata è in calo. Diminuiscono i nati stranieri (sia in termini assoluti che rispetto alla popolazione), principalmente per due ragioni. Da un lato per un adattamento degli stili di vita al paese di residenza, per cui le famiglie immigrate fanno più figli rispetto a quelle italiane ma meno di quanti ne farebbero in patria. Inoltre, le crescenti acquisizioni di cittadinanza italiana “riducono” (da un punto di vista statistico) la platea dei genitori “stranieri” e, di conseguenza, il numero dei nati stranieri.
Inoltre, gli stranieri in Italia stanno progressivamente invecchiando (anche se l’età media è ancora molto più bassa di quella degli italiani), per cui, sia pur lentamente, la loro mortalità aumenta.
Divenuto sempre più cruciale del dibattito politico europeo (e non solo) il tema è affrontato con ambiguità che non vengono mai chiarite fino in fondo. Anche perché, per motivi spesso strumentali, si sovrappongono due aspetti di carattere strutturale che s’incarnano in situazioni differenti, nel senso che non può essere l’una a risolvere l’altra, ma, nello stesso tempo dell’altra non si può fare a meno. Cerchiamo di chiarire il ragionamento. L’Europa deve misurarsi con processi migratori dall’emisfero del Sud verso quello del Nord, che coinvolgono l’intero pianeta. Ciò pone seri problemi di governo e di accoglienza che è molto difficile affrontare e risolvere e che stanno dando vita a vere e proprie trasformazioni culturali, politiche, economiche e sociali nei Paesi sviluppati, destinatari delle migrazioni.

Nello stesso tempo, questi Paesi presentano dei deficit demografici crescenti, dovuti all’invecchiamento della popolazione e al preoccupante declino della natalità, tali da ipotecare il loro futuro sia sul versante dell’offerta di lavoro, sia per quanto riguarda la tenuta dei sistemi di welfare che sono entrati a far parte irrinunciabile della vita quotidiana delle famiglie, garantendone il benessere e tutelandone i bisogni. Dove sta, allora, il punto? Le società occidentali – soprattutto europee – hanno necessità di flussi costanti di lavoratori stranieri da integrare, ma questo contributo – indispensabile – non può venire, di per sè da coloro, che sbarcano sulle nostre coste per fuggire a qualche tragedia o per cercare una vita migliore. È vero che alle origini delle situazioni di presenza regolare vi sono spesso periodi più o meno lunghi di clandestinità legittimati negli anni scorsi attraverso le sanatorie.
Ma la sostanza è un’altra: non si possono respingere i barconi dei “dannati della terra” senza trovare un’alternativa (che per ora è solo teorica); non si può, nel contempo, negare che vi sia bisogno di braccia, di intelligenze, di sudore e fatica, in grado di colmare gli effetti dirompenti di una demografia rovesciata rispetto alle naturali tendenze.
Ma i due fenomeni – propri di una modernità senza prospettive – non si integrano. Ne deriva così un vantaggio competitivo per le forze populiste e sovraniste, identitarie e tutto sommato un po’ razziste nei confronti di quelle più aperte all’accoglienza. Lo hanno dimostrato gli esiti delle elezioni, non solo in Italia. Le istanze “aperturiste” e solidaristiche finiscono per essere sopraffatte dalla brutalità degli avversari, i quali non si limitano a promettere di risolvere con la semplicità della chiusura dei porti e delle frontiere, o con le deportazioni forzate (copyright Donald Trump) un problema irrisolvibile, perché determinato e condizionato da fenomeni strutturali inarrestabili e da caratteristiche ineludibili, come se la storia dell’umanità dovesse muoversi in un sistema di vasi comunicanti: l’emisfero settentrionale del pianeta si sta congelando in un implacabile “inverno demografico”, mentre l’emisfero meridionale è composto in larga maggioranza di giovani che fuggono dalla fame, dalla sete, dalle malattie, dall’inedia.
Man mano che i problemi si complicano finiscono per aver buon gioco le forze che offrono soluzioni semplici e sbrigative, tutte riconducibili ad una posizione di fondo: quella di negare dapprima, come processo normale ed utile, l’esigenza di una società multietnica ovvero di una immigrazione regolare ed integrata che, in base al loro pregiudizio ideologico, sottrarrebbe invece lavoro agli italiani. Più recentemente tale posizione estremista è in via di archiviazione perché la smentita dei fatti non può lasciare dubbi. In questo campo, infatti, “più che il dolor potè il digiuno”; nel senso che gli effetti della crisi demografica sul mercato del lavoro sono troppo evidenti per non essere ritenuti prossimi a divenire irreversibili. Secondo la Confindustria il fabbisogno di manodopera dovrebbe essere coperto con un ampliamento degli ingressi di lavoratori stranieri di circa 120mila unità in più all’anno, se si vuole evitare che la mancata disponibilità di lavoratori (ormai non è più soltanto una questione di mismatch) limiti – la constatazione è inquietante – la crescita dell’attività economica.
Si tratta di un fenomeno paradossale: il lavoro c’è, ma mancano i lavoratori con le competenze adeguate. Ma tutte le considerazioni svolte fino ad ora impallidiscono davanti alla madre di tutti i paradossi. Nella Europa dell’inverno demografico, della crisi dell’offerta di lavoro e che necessita di trasfusioni di sangue straniero per non divenire un cronicario in cui fanno affari solo gli importatori di badanti provenienti dal saccheggio di luoghi sempre più lontani; nell’Europa che se chiude i confini sarà costretta prima o poi a chiudere anche le fabbriche, il tema delle migrazioni è divenuto il motore dell’avanzata delle “democrature” e dei partiti di estrema destra.
Le forze politiche democratiche sono costrette ad agire per contenere questa slavina, ma devono dimostrare alle loro opinioni pubbliche di essere alla ricerca di soluzioni alternative rispetto a quelle demagogiche e facilone delle destre che, alla prova dei fatti, si rivelano impraticabili, ma che impressionano gli elettorati per la loro radicalità. Gli estremisti non compiono mai delle analisi razionali dei fatti, si limitano ad incolpare gli avversari di incapacità e persino di complicità e pertanto di non sapere o volere risolvere quei problemi che loro affronterebbero con determinazione. Ma senza saper dire come, perché anche loro lo ignorano. Sicuramente si è inserita – per ora in una logica di provocazione minoritaria – nel dibattito italiano una proposta irricevibile per motivi pratici prima ancora che etici che è stata definita “remigrazione” e “riconquista”, una seconda definizione che spiega l’obiettivo della prima evocando la “cacciata dei mori” dalla Spagna del Cid Campeador.
Verrebbe istituito un Patto di Remigrazione Volontaria basato su di uno accordo tra lo Stato e il singolo che consenta allo straniero regolarmente soggiornante in Italia di ricevere un contributo economico per il rientro nel Paese d’origine a fronte della rinuncia definitive e irrevocabile a ogni diritto di soggiorno e cittadinanza in Italia.
I risparmi derivanti dal drastico taglio della spesa pubblica destinata all’immigrazione sarebbero interamente destinati in un fondo finalizzato al finanziamento dei patti di remigrazione volontaria, delle spese logistiche e amministrative e di tutte le misure connesse alla politica di remigrazione. Questo è ideologismo allo stato (im)puro e pertanto costituirebbe un’operazione in perdita, perché non avrebbe alcun senso investire risorse per allontanare manodopera di cui le attività produttive del Paese hanno una conclamata necessità. Se vogliamo fare un paragone un po’ forzato su di una diversa scala di problemi, sarebbe come incentivare la fuga dei cervelli. Come dice il proverbio: la madre degli imbecilli è sempre incinta.
