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Google Libri è un fallimento? Tutta colpa del copyright

Google Libri era un progetto teso a coniugare Internet e cultura creando una sorta di biblioteca universale anche se la componente business, uscita dalla porta, rientrava dalla finestra – In realtà Google Libri è stata ed è una manna per ricercatori e studiosi ma una jattura per editori e autori, per i quali il copyright è più importante delle vendite

Google Libri è un fallimento? Tutta colpa del copyright

La cultura sulla rete

Internet ha cambiato tutto, però non ha fatto molto per la cultura. Per la sua natura caotica, anarchica, libertaria, individualistica e per il suo modello economico pesantemente dipendente dalla pubblicità, il web non è l’ambiente ideale per sviluppare la cultura. Questo stato di cose senz’altro cambierà quando non ci sarà altro che la rete, ma per il momento la cultura nello spazio digitale non riceve l’attenzione che meriterebbe. Un ostacolo sono anche i gusti piuttosto dionisiaci del pubblico che consuma Internet. Un progetto culturale non sempre può incorporare il concetto di “gamification” che sembra essere la chiave di volta del successo di un contenuto digitale e della costruzione di un seguito sulla rete.

Su Internet ci sono però due risorse che rendono un enorme contributo alla cultura e alla conoscenza. La prima è l’enciclopedia libera Wikipedia e la seconda è Google Libri. Due progetti molto differenti, promossi da due realtà molto diverse, se non polari, con motivazioni e obiettivi divergenti. Entrambi, però, sono a disposizione di chiunque abbia una connessione Internet senza che debba versare un centesimo per accedervi. Un po’ quello che succede nei grandi musei pubblici di Londra e di New York dove non esiste un biglietto d’ingresso ufficiale.

Wikipedia rappresenta lo spirito originario della rete come Napoleone, secondo Hegel, era lo spirito della storia a cavallo. Google Libri è un progetto più complicato da inquadrare: in esso la componente commerciale, che ha un ruolo importante, si mescola indissolubilmente alla sua valenza, diciamo, sociale. È un mix un po’ subdolo, com’è con tutte le iniziative di Google. Nessun servizio di Google è a pagamento per il consumatore, eppure la società di Mountain View, che adesso si chiama Alphabet, ha una capitalizzazione inferiore solo ad Apple. Il messianismo di Google non può celare il fatto che le sue iniziative sono business. I soldi, e sono parecchi, entrano da una porta di servizio e al consumatore non sembra importare molto da dove arrivano pur di continuareutilizzare i suoi servizi gratuitamente. Si tratta di servizi che per il consumatore hanno un valore considerevole e lo hanno anche per la comunità. Google Translate, Google Maps e Google Libri sono tre progetti solo per i quali Google merita un posto importante nella storia dello sviluppo umano.

 

Il programma Google Libri

Larry Page ha raccontano al “New York Times” l’epifania di Google Libri. La sua passione per i libri risaliva agli anni trascorsi a Stanford (dove si era anche occupato di catalogazione) e l’idea che sui libri ci fosse una conoscenza che Google non avrebbe mai potuto mettere insieme stava iniziando a dargli il tormento. Perché non incorporarli tutti in Google e renderli ricercabili all’interno del motore di ricerca come una qualsiasi pagina web? Perché non costruire un grande database della conoscenza universale, una sorta di biblioteca universale, così da concretizzare le intuizioni futuristiche contenute nel Memex di Vannevar Bush, uno dei più grandi visionari dell’industria tecnologica? Da ex-montessoriani Larry Page, e il suo socio Sergey Brin che condivideva senza riserve la passione per i libri, sono abituati, fin da ragazzi, a pensare alla grande e a dare attuazione ai propri pensieri. E così nell’ottobre 2004 alla fiera di Francoforte è partito il programma con un buon portafoglio di accordi con biblioteche ed editori.

In dieci anni sono stati acquisiti 25 milioni di libri, sette milioni in meno di quelli prefissati al momento del lancio del programma. Infatti l’idea era quella di averne, nel 2015, 32 milioni che è il numero di libri registrati nel WorldCat.  Tutte le parole contenute nei libri scansionati da Google sono state indicizzate in un database e adesso sono raggiungibili dal motore di ricerca di Google al pari delle informazioni contenute sul web. Questo mescolone tra informazioni e conoscenza è l’aspetto che è stato fortemente criticato a un intellettuale ed editore come Roberto Calasso.

Al di là dei suoi difetti, Google libri è una manna per i ricercatori e gli studiosi e, insieme, una iattura per gli editori e gli autori che lo combattono da 10 anni convinti che il programma violi il diritto d’autore e consegni a un’impresa privata un monopolio di fatto sulla conoscenza: uno status che, invece, dovrebbe essere appannaggio di un’istituzione pubblica. Il mantra di Google che “browse leads to buy” non sembra aver convinto per niente gli attori tradizionali dell’industria del libro. Per loro, la difesa del copyright è più importante delle vendite.

In realtà Google Libri non viola il diritto d’autore e neppure è una minaccia per la società: la scansione dei libri e l’esibizione, senza autorizzazione, di un breve contesto (20% del contenuto) collegato alla ricerca effettuata sono da considerarsifair use”, un concetto che non esiste nell’ordinamento giuridico europeo ma è contemplato nella legge sul copyright degli Stati Uniti d’America. Così il 16 ottobre 2015 tre giudici della corte di Appello del secondo circuito di New York, hanno confermato in via definitiva la sentenza a favore di Google emessa dal giudice Denny Chin il 14 dicembre 2013; un giudizio contro cui era ricorsa la Gilda degli autori (che rappresenta 8000 autori) a cui adesso resta solo la Corte suprema per ricorrere e sembra che accadrà. Secondo la corte d’Appello di New York il programma Google Libri “fornisce un servizio pubblico senza violare la legge sulla proprietà intellettuale”.

 

Gli autori a mischia chiusa sul copyright

Abbiamo già ampiamente commentato la sentenza del 2013. Quello che ci interessa adesso è seguire l’evoluzione dell’atteggiamento della Gilda degli autori e quello degli editori nel corso di questa decennale e confusa vicenda. Nel 2005 la Gilda degli autori e l’Associazione degli editori avevano fatto causa a Google perché la scansione di libri senza l’autorizzazione dei detentori del diritto era una violazione della legge sul copyright. Da notare che alcuni degli editori avevano aderito al programma di Google.

Nel 2009 le parti si erano accordate, in sede extragiudiziale, per una compensazione di 125 milioni di dollari. Google avrebbe versato 45 milioni di dollari ai detentori del diritto, 15 milioni agli editori per le spese legali, 20 milioni alla Gilda per pagare gli avvocati e infine destinato 30 milioni per creare un registro degli aventi diritto così da introdurre una sorta di copyright collettivo che sarebbe servito per distribuire agli autori il 63% degli eventuali ricavi derivanti da vendite e abbonamenti effettuati tramite Google Libri. Ogni libro scansionato per intero era valutato 60 dollari e tra i 5 e i 15 dollari uno scansionato parzialmente. Paul Aitken, il direttore della Gilda degli autori, definì questo accordo “il migliore mai stipulato nell’industria del libro”.

Ma l’accordo, fortemente criticato da un cospicuo numero di autori e unanimemente dalla stampa europea, fu respinto nel 2011 dal giudice Denny Chin perché garantiva a Google nel lungo periodo “un significativo vantaggio sui propri concorrenti” concedendogli il “diritto di sfruttare interi libri senza il permesso del proprietario del diritto”. Il senso della sentenza è che l’accordo  concedeva a Google un monopolio di fatto sul patrimonio librario mondiale.

Dopo questo azzeramento, la Gilda ha proseguito nella causa (gli editori si sono accordati separatamente con Google), alzando enormemente la posta: a Google è stato chiesto un risarcimento di 750 dollari per ogni libro scansionato, così da portare il rimborso complessivo a 3 miliardi di dollari. Una rivendicazione al limite dell’irragionevolezza, alla luce anche della fondatezza della difesa di Google incentrata sul concetto di fair use. Rispetto a quanto concordato nel 2009, questa rivendicazione registrava un mutamento drammatico di scenario in un lasso di tempo brevissimo. Segnava il passaggio del mondo degli scrittori e degli editori da una ragionevole disponibilità a sperimentare nuove forme di distribuzione del contenuto e di collaborazione con le realtà nate su Internet a una chiusura pressoché totale in direzione di un arroccamento intorno a una interpretazione gravemente restrittiva del copyright.

Una visione molto distante da quella dello stesso Pierre Leval, uno dei giudici della corte d’Appello di New York che ha deliberato sul caso. Nel lontano 1990, Leval aveva delineato, in un articolo dal titolo Toward a Fair Use Standard pubblicato dalla  “Harvard Law Review”, la sua visione sul copyright e sul concetto di fair use: “Il copyright non è né inevitabile, né divino e neppure un diritto naturale che conferisce agli autori la proprietà assoluta delle loro creazioni. È piuttosto concepito per stimolare l’attività e il progresso delle arti e per favorire l’arricchimento intellettuale del pubblico”.

Che cosa era successo tra il 2009 e il 2011 nell’industria editoriale? Alla minaccia di Google si era aggiunta Amazon che con gli ebook, in crescita a tre cifre, stava scardinando l’intero assetto dell’industria del libro spostando il baricentro dell’industria dal trinomio editori/autori/librerie verso il trinomio Amazon/Google/Apple, anche se a quest’ultima gli editori affidavano un ruolo stabilizzatore. Questo ruolo di Apple ha attirato le ire del Dipartimento della giustizia che vi ha visto una violazione delle norme antitrust, dando così avvio a una nuova saga giudiziaria che adesso è nelle mani della Corte suprema. Ecco perché le conseguenze di Google Libri, ben oltre i suoi meriti e demeriti, sono state piuttosto devastanti su tutto l’ecosistema del libro e sulla sua ordinata evoluzione verso il digitale.

 

Le conseguenze di Google Libri sugli autori

Pur avendo vinto in tribunale, Google Libri è costato molto caro ad Alphabet anche in termini di immagine. La lunga battaglia legale sul copyright con l’Associazione degli editori e la Gilda degli autori non ha giovato alla società californiana additata dai media di tendenza, specialmente in Europa, come un’iniziativa disgregante di una delle basi della società moderna: il diritto d’autore, un principio che dà da vivere a milioni di persone.

La conseguenza più devastante è stata però un’altra. Il programma Google Libri, avviato e portato avanti da Google in modo spesso unilaterale e con la logica del fatto compiuto, ha contribuito ad avvelenare le relazioni con i soggetti che sono la materia prima dell’editoria, gli autori. Questi soggetti, con un’influenza mediatica vastissima e senz’altro superiore a quella della società nate su Internet, dopo una inziale simpatia per il fenomeno della rete, hanno cominciato a percepirla come un nemico mortale del loro business e hanno iniziato a combattere ogni iniziativa che non provenisse o fosse controllata da loro o dagli editori. Piano piano, l’avversione verso Google e Amazon si è trasformata in una lotta contro la tecnologia in sé. Non è un caso che la nutrita pattuglia dei tecnoscettici annoveri molti scrittori guidati da Jonathan Franzen.

 

Biblioteche vs. editori/autori

La rotta di collisione di Google nei confronti dell’industria del libro e della scrittura ha sfiorato il punto d’impatto fatale quando Google, seguendo il doppio dogma dei nerd “prima fai e poi chiedi il permesso” e “muoviti veloce e rompi tutto”, si è concentrato sulle biblioteche per ottenere i libri che gli editori e gli autori non volevano che ottenesse. E nelle biblioteche ha trovato un inatteso e vitale alleato. Le biblioteche delle università d Harvard, di Oxford, di Stanford, della California, del Michigan, della Columbia, della Cornell, di Princeton, la New York Public Library e in Italia (dal 2012) la Biblioteca Nazionale di Firenze e quella di Roma hanno infatti aperto le porte a Google nel quale hanno visto la possibilità di digitalizzare il loro patrimonio librario così da avere a costo zero un servizio così importante e diversamente difficilmente realizzabile.

La quasi totalità dei libri digitalizzati da Google viene infatti dalle biblioteche, le quali, nella maggior parte dei casi, non hanno fatto distinzione tra opere nel pubblico dominio e opere sotto copyright: hanno messo tutto su un pallet o su un carrello indirizzato ai laboratori di Google dove i libri erano lavorati con una tecnologia proprietaria finalizzata a non arrecare alcun danno al manufatto. Solo Harvard, Stanford e Oxford hanno proibito a Google di acquisire libri sotto copyright.

Questo atteggiamento della maggior parte delle biblioteche, assolutamente divergente rispetto alle politiche degli editori e degli autori, mostra quanto sia complesso, sfaccettato e differenziato l’ecosistema del libro nel quale operano molti soggetti con finalità e visioni differenti. È un dato di fatto che acquisire, indicizzare e creare gli algoritmi di ricerca è fuori dalla portata delle biblioteche e un costo che non possono permettersi. È però una cosa di cui hanno assolutamente bisogno per traghettare la loro esperienza nel futuro. Si calcola, infatti, che completare l’acquisizione dei libri nel WorldCat possa avere un costo di 800 milioni di dollari. Poi c’è il software, la parte decisiva del processo, che è un investimento economico e in risorse umane insostenibile per le biblioteche. A questo proposito Paul LeClerc, per 10 anni presidente e CEO della New York Public Library, ha dichiarato: “Tutti mi chiedono quando la biblioteca sarà online. Io rispondo che vorremmo…, ma non possiamo perché nessuno ha intenzione di darci i soldi che occorrono… Poi è venuto Google e in Google ho visto il modo più rapido, più efficace per portare online la nostra raccolta gratuitamente”. Ecco qua che abbiamo un bell’insieme di forze confliggenti: gli autori, gli editori, i librai, le biblioteche e i gruppi media tecnologici. Chi tirerà una sintesi, il mercato, il legislatore, il consumatore? Nessuno lo sa.

 

Google Libri è bello ma limitato

Vista la perturbazione arrecata dal meteorite di Google Libri, oggi sono in molti a chiedersi se ne valeva veramente la pena. Infatti ad oggi il valore del programma è oggetto di discussione tra gli utenti di Internet, gli accademici e tra gli stessi googlers.

Il “New Yorker” ha pubblicato un articolo (What Ever Happened to Google Books?) a firma di Tim Wu, professore alla Columbia Law School, che sintetizza bene le criticità di Google Libri. L’idea originaria della biblioteca universale è di fatto venuta meno dal momento che la maggior parte dei libri rimane inaccessibile nel suo contenuto: i brevi estratti visualizzati aiutano relativamente e spesso il titolo non è neppure disponibile per l’acquisto né in forma cartacea né in forma elettronica. Succede così che l’enorme risultato di aver trovato un contesto interessante, non trova seguito e rimane qualcosa di interrotto come un troncone di strada che finisce nel nulla lasciando intravedere un paesaggio suggestivo. Non è colpa di Google se è così! Siamo proprio sicuri di questo? Non meritava questo progetto ambizioso e veramente rivoluzionario una migliore conduzione, un’allocazione maggiore di risorse economiche e diplomatiche per portarlo avanti con maggiore sicurezza del risultato? L’idealismo e l’ammirevole messianismo originario ha veramente giovato al progetto? E infine la domanda madre: era veramente Google il soggetto giusto per questo progetto vitale per lo sviluppo umano?

L’amarezza deriva dalla constatazione che, nonostante sia stato ostacolato in molteplici modi, una società come Google non sia riuscita a fare di meglio di quello che ha fatto. Lascia ancora più sconcertati l’impressione che sia mancata una volontà da parte di Google di trovare un accordo risolutivo sul piano economico con le parti per ottenere il consenso a mostrare più libri nella loro integralità. È come se il progetto fosse caduto in una sorta di limbo, come se fosse meramente un esperimento, uno dei molti che Google mette in cantiere senza completarli.

Alla critica del “New Yorker”, fors’anche ingiusta, si sono aggiunti i risultati di un’indagine su Google Libri condotta da un team della Vermont University. Questa indagine ha messo in luce le falle della raccolta. I ricercatori della Vermont University intendevano utilizzare il corpus di Google Libri per capire, attraverso l’analisi degli Ngrams, l’evoluzione della lingua, della società e della cultura. Alla fine il corpus di Google Libri ha dimostrato i suoi limiti e la sua eterogeneità tanto da renderlo un strumento inadeguato per ottenere statistiche attendibili. Ci sono lacune nella metadatizzazione e, siccome ogni opera conta per uno, succede che un’opera come Moby Dick vale quanto un romanzo di un autore sconosciuto. Per di più vi è uno sbilanciamento verso testi scientifici che sono preponderanti e quindi tendono ad alterare i risultati di indagini di tipo statistico.

Google Libri avrà i suoi difetti e le sue falle, ma se non ci fosse saremmo tutti più poveri e se è com’è, la colpa non è delle stelle. La colpa è del copyright.

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