Arriva il momento della verità sul Golden power applicato dal governo all’ops di Unicredit su Banco Bpm. È atteso per domani, giovedì 20 novembre, il verdetto della Commissione europea che, secondo Milano Finanza, invierà all’Italia una lettera di messa in mora, aprendo la strada a una procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese. Bruxelles infatti non avrebbe dubbi: l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha ostacolato la libera circolazione dei capitali e il consolidamento bancario, interferendo con i poteri in capo alla Commissione e alla Bce.
Le interlocuzioni tra Bruxelles il Governo italiano
Una decisione da parte di Bruxelles è attesa da settimane. Ma prima di agire, la Commissione Ue voleva maggiore “sicurezza e chiarezza giuridica su una serie di fattori, legati ad alcuni requisiti legali specifici”, scrive Mf citando una fonte europea, anche per evitare di guastare i buoni rapporti esistenti con il governo italiano. Un rischio che la presidente Ursula von der Leyen non può permettersi di correre, considerando l’equilibrio traballante su cui si regge la sua maggioranza. E così, nelle ultime settimane, sarebbero state intavolate delle trattative tra Roma e Bruxelles, nel corso delle quali Palazzo Chigi avrebbe anche aperto alla modifica della legge sul golden power. In campo sono scesi direttamente il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha incontrato due volte Maria Luís Albuquerque, la commissaria ai Servizi Finanziari responsabile del fascicolo con la sua Dg Fisma, ma anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avrebbe parlato direttamente con von der Leyen per cercare quantomeno di rinviare la procedura, promettendo in cambio il suo appoggio su temi caldi attualmente in discussione a livello continentale, rivela il quotidiano economico.
La lettera di messa in mora e la procedura di infrazione
Nonostante i tentativi fatti finora, l’arrivo a Roma di una lettera di messa in mora appare ormai inevitabile, mentre sulla possibile procedura d’infrazione la partita sarebbe ancora aperta, con la Commissione disposta (forse) a tornare sui suoi passi a patto che l’Italia modifichi la legge sul golden power.
“Fino a qualche giorno fa il governo non aveva ancora ancora presentato una proposta per iscritto, circostanza che potrebbe aver spinto l’Europa ad agire. Di sicuro l’Italia proverà a confermare il principio – caro a Giorgetti – che il risparmio rientra nella sicurezza nazionale”, sostiene Mf.
Un assist per Unicredit
La decisione non avrà alcun impatto sull’operazione Unicredit-Banco Bpm, ormai definitivamente archiviata dopo il ritiro dell’offerta. Ma potrebbe fornire a Piazza Gae Aulenti un assist importante in un’altra partita: quella che si gioca davanti al Consiglio di Stato.
Lo scorso 10 novembre, la banca guidata da Andrea Orcel ha presentato un ricorso contro la sentenza del Tar sui poteri speciali che aveva accolto solo parzialmente le obiezioni di Piazza Gae Aulenti, annullando due delle condizioni imposte dal governo e lasciando inalterate le altre due: il primo punto riguardava l’obbligo imposto dal governo di non ridurre per cinque anni il rapporto impieghi/depositi in Italia da parte di Unicredit e Banco Bpm, con l’obiettivo dichiarato di sostenere famiglie e Pmi. I giudici amministrativi considerarono non proporzionata la durata quinquennale della misura, ritenendo che un vincolo temporale rigido e predefinito non potesse essere imposto in assenza di un piano industriale definito.
La seconda misura annullata riguardava invece l’obbligo, imposto sine die, di mantenere invariato il livello del portafoglio di project finance detenuto da Unicredit e Banco Bpm. Il Tar aveva ritenuto che tale prescrizione, senza alcun limite temporale, configurasse un’ingerenza diretta e inammissibile del potere pubblico nella strategia creditizia della banca.
La condizione più indigesta per Unicredit, quella che imponeva l’uscita dalla Russia entro gennaio 2026, è però rimasta in piedi, così come quella che obbligava Unicredit a mantenere inalterati gli investimenti in titoli italiani di Anima, controllata da Banco Bpm. Un vincolo che secondo Piazza Gae Aulenti sarebbe in contrasto con l’autonomia Mifid e le norme del diritto comunitario.
“Penso che si tratti di un dovere. Il consiglio della banca ha un dovere di diligenza nei confronti di Unicredit”, ha detto la settimana scorsa l’ad Andrea Orcel, spiegando i motivi del ricorso dell’istituto. “È importante ottenere chiarezza legale, in un senso o nell’altro. Direi che probabilmente la cosa per noi più importante è che non possiamo accettare l’affermazione secondo cui saremmo una minaccia per la sicurezza nazionale, perché non lo siamo”. La decisione della Commissione Ue potrebbe dunque corroborare la sua tesi.
