Il risiko bancario torna di nuovo in tribunale. In attesa del verdetto della Commissione Ue sul decreto del 18 aprile con il quale il governo ha applicato il golden power all’ops, poi fallita, di Unicredit su Banco Bpm, la banca guidata da Andrea Orcel ha presentato un ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar sui poteri speciali che aveva accolto solo parzialmente le obiezioni di Piazza Gae Aulenti, annullando due delle condizioni imposte dal governo e lasciando inalterate le altre due. La decisione non punterebbe a riaccendere le ostilità con il Governo, ma a sottolineare che Unicredit non rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale, soprattutto in relazione alla sua presenza in Russia, “praticamente eliminata entro la fine del 2026”, secondo quanto dichiarato da Orcel al Financial Times.
La sentenza del Tar
Per comprendere le basi su cui si appoggia il possibile appello di Unicredit bisogna tornare indietro di circa quattro mesi, al 12 luglio, giorno in cui il Tar del Lazio pubblicò la sentenza sul ricorso presentato da Piazza Gae Aulenti contro il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 18 aprile 2025, con cui l’esecutivo aveva imposto all’operazione su Banco Bpm quattro condizioni ritenute fondamentali per la tutela dell’interesse nazionale.
All’epoca i giudici amministrativi accolsero solo parzialmente il ricorso, annullando due punti su quattro: il primo punto riguardava l’obbligo imposto dal governo di non ridurre per cinque anni il rapporto impieghi/depositi in Italia da parte di Unicredit e Banco Bpm, con l’obiettivo dichiarato di sostenere famiglie e Pmi. I giudici amministrativi considerarono non proporzionata la durata quinquennale della misura, ritenendo che un vincolo temporale rigido e predefinito non potesse essere imposto in assenza di un piano industriale definito.
La seconda misura annullata riguardava invece l’obbligo, imposto sine die, di mantenere invariato il livello del portafoglio di project finance detenuto da Unicredit e Banco Bpm. Il Tar aveva ritenuto che tale prescrizione, senza alcun limite temporale, configurasse un’ingerenza diretta e inammissibile del potere pubblico nella strategia creditizia della banca.
La condizione più indigesta per Unicredit, quella che imponeva l’uscita dalla Russia entro gennaio 2026, è però rimasta in piedi, così come quella che obbligava Unicredit a mantenere inalterati gli investimenti in titoli italiani di Anima, controllata da Banco Bpm. Un vincolo che secondo Piazza Gae Aulenti sarebbe in contrasto con l’autonomia Mifid e le norme del diritto comunitario.
Governo verso il contro ricorso?
Il termine ultimo per presentare un ricorso al Consiglio di Stato scadeva domani, 60 giorni dopo il verdetto del Tar. La decisione di procedere, oltre a voler ribadire che Unicredit non è un pericolo per la sicurezza nazionale, servirebbe, secondo il Corriere, a proteggere gli stakeholder dell’istituto, ma anche gli amministratori e la banca stessa da eventuali ricorsi da parte degli azionisti che potrebbero ritenere non adempiute tutte le strade nel corso dell’Ops. Ora il Consiglio ha 9-12 mesi per chiamare Unicredit in udienza.
Nel frattempo, il governo – piuttosto infastidito dall’iniziativa di Piazza Gae Aulenti – starebbe pensando di presentare un controricorso ai giudici d’appello amministrativi. E potrebbe non essere finita qui, considerando che per giovedì 13 novembre è attesa la decisione della Commissione Ue sulla possibile procedura d’infrazione contro l’Italia e sull’altrettanto possibile annullamento del decreto del 18 aprile con cui il governo ha imposto il golden power all’ops di Unicredit su Banco Bpm. Una decisione contro la quale il governo italiano potrebbe presentare l’ennesimo ricorso in appello, stavolta davanti alla Corte di Giustizia Ue. L’ops sarà anche fallita, ma i suoi strascichi si faranno sentire ancora per diverso tempo.
