Roma cambia le regole del Golden Power, lo strumento pensato per proteggere gli asset strategici italiani, introducendo una novità sostanziale: per le operazioni che riguardano banche, assicurazioni e settore finanziario, lo Stato non potrà intervenire prima del pronunciamento delle autorità europee competenti.
Con un emendamento al decreto Transizione 5.0, il governo stabilisce che i poteri speciali dello Stato entreranno in azione solo dopo che la Banca centrale europea avrà valutato i profili prudenziali e la Commissione europea quelli concorrenziali. Fino ad allora, le procedure nazionali restano sospese. La mossa, se da un lato appare tecnica, dall’altro invia un segnale politico chiaro: il Golden Power resta attivo, ma il suo esercizio sarà più coordinato con Bruxelles, riducendo così i potenziali attriti sull’uso estensivo dello strumento nelle grandi operazioni di mercato.
Golden Power, cambiano le regole: entra la sicurezza economica
Il nuovo quadro normativo chiarisce anche il perimetro del Golden Power, che non si restringe: resta valido per soggetti extra-Ue e per operazioni interne all’Unione, comprese quelle tra operatori italiani, quando l’acquisizione comporta il controllo stabile di imprese strategiche. Tra i criteri ufficiali entra ora anche la sicurezza economica e finanziaria nazionale, accanto a ordine e sicurezza pubblica, ma solo nei casi in cui non esista già una disciplina europea sufficiente.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha strenuamente difeso questo principio nei colloqui con Bruxelles, sottolineando che la sicurezza economica e finanziaria rientra pienamente nell’ambito della sicurezza nazionale.
Il caso Unicredit-Bpm, simbolo della tensione tra Roma e Ue
Simbolo delle tensioni tra poteri nazionali e regole europee è stato l’intervento sul dossier Unicredit-Bpm: l’esecutivo italiano ha imposto condizioni stringenti che hanno di fatto costretto la banca a ritirare l’offerta, nonostante l’ok preliminare della Commissione Ue.
Roma ha già mostrato apertura a modifiche per trovare una via d’uscita dalla procedura d’infrazione Ue, pur ribadendo il diritto dello Stato a tutelare gli interessi nazionali. Non è chiaro se l’Italia accetterà eventuali richieste di Bruxelles di annullare le condizioni o se impugnerà la decisione in tribunale: una sentenza sfavorevole potrebbe esporre lo Stato a richieste di risarcimento per miliardi di euro.
Non solo Italia: una prassi europea
Il caso italiano non è isolato. Anche in Spagna, il governo è intervenuto nella fusione Bbva-Sabadell, imponendo vincoli politici e limitazioni temporali che di fatto rallentano l’operazione. Anche qui Bruxelles è dovuta intervenire, aprendo una procedura d’infrazione per presunta violazione delle competenze della Bce e delle norme Ue sulle fusioni bancarie.
Questi episodi mostrano come, in tutta Europa, i governi amino ricordare la propria presenza nei grandi affari strategici. L’Italia prova ora a farlo con maggiore discrezione, coordinandosi con Bruxelles, senza rinunciare del tutto al ruolo di custode dei propri asset più sensibili.