Considerato tra i più rivoluzionari del Novecento e definito nel 1908 “pittore della luce”, Giacomo Balla (Torino, 1871 – Roma, 1958) dedicò tutta la sua vita alla ricerca instancabile su luce, colore e movimento.

Opere, documenti e materiali d’archivio esposti in 13 sale
La mostra si basa sul nucleo di opere donato dalle figlie Elica e Luce Balla, arricchito da dipinti e disegni selezionati da Maurizio Fagiolo dell’Arco con Elena Gigli. A Parma, in 13 sale, l’“universo di luce” di Giacomo Balla sarà raccontato in chiave tematica e cronologica, ripercorrendo l’intera carriera dell’artista: dal realismo sociale al divisionismo, dalla stagione futurista – di cui fu protagonista accanto a Marinetti, Boccioni, Carrà e Russolo – fino alle ricerche figurative più tarde. Documenti e materiali d’archivio completeranno il percorso, restituendo l’immagine di un genio sperimentale e visionario.
Tra i nuclei più significativi della mostra spicca il ciclo Dei viventi
Delle 15 opere concepite da Balla, rivelate nel 1968 da Maurizio Fagiolo dell’Arco, ne restano solo quattro, dedicate agli ultimi e agli emarginati della nuova società del progresso, in dialogo con le ricerche di Cesare Lombroso conosciuto dall’artista a Torino. Tra queste, La pazza, ritratto potente di una donna malata, e I malati (o Prime cure elettriche), insieme a Il mendicante e Il contadino – quest’ultimo presentato a Parma attraverso una riproduzione fotografica. Le quattro tele saranno esposte secondo l’ordine voluto da Balla, a mo’ di polittico.
La ricerca dell’astrazione geometrica
Il percorso dedica ampio spazio al rapporto tra i disegni preparatori e i dipinti di Balla, elemento essenziale della sua ricerca. Ne è esempio lo studio per Fallimento (1902 ca.), ispirato agli scarabocchi infantili su una porta romana, che Enrico Crispolti riconobbe come precursore delle litografie murali di Dubuffet del 1945. Tra i bozzetti futuristi spicca uno dei due studi de I ritmi dell’archetto (1912), realizzato a Düsseldorf durante la decorazione della casa di Grethel Löwenstein, e legato alle osservazioni sul movimento delle mani di un violinista. Sempre al soggiorno tedesco appartiene uno studio sull’iride, con un autoritratto al verso, poi denominato Compenetrazioni iridescenti: tra le vette della sua produzione, segnano il passaggio a un’astrazione geometrica fondata sulla scomposizione ottico-dinamica della luce, che consacrò Balla come figura centrale nell’origine dell’astrattismo europeo. Del ciclo delle Dimostrazioni interventiste (1915) fa parte l’imponente Forme-volume del grido “Viva l’Italia”, al centro di nuove indagini radiografiche che rivelano, sotto la composizione orizzontale, la sagoma verticale di una donna. Secondo Elena Gigli, si tratta di un rimando allo studio per Nudo controluce (1908), ritratto della moglie Elisa, oggi noto in una collezione privata.
Tra cinema, natura e fotografia
Le sezioni finali della mostra presentano l’ultima produzione figurativa di Balla, ancora poco studiata, influenzata da fotografia, cinema e natura. Tra queste spicca La fila per l’agnello (abacchio) (1942), che ritrae dalla finestra di casa le code per il cibo a Roma durante la guerra. Anche in questa fase, la luce resta il filo conduttore della sua ricerca.
Immagine di copertina: Giacomo Balla: Pessimismo e ottimismo, 1923, olio su tela, cm 114,5 x 175,5. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. GNAMC/foto di Alessandro Vasari © Giacomo Balla, by SIAE 2025
