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Fondazione Rosselli: le banche devono recuperare redditività con il taglio dei costi

Il 18esimo rapporto sul sistema finanziario della Fondazione Rosselli indica un calo strutturale della redditività per il sistema bancario che deve essere affrontato con un deciso taglio dei costi – Redditività fondamentale per la stabilità di lungo periodo e per la ripresa del credito – Uno shock di efficienza può arrivare anche dalle nuove regole

Fondazione Rosselli: le banche devono recuperare redditività con il taglio dei costi

Non si può più parlare di sistema bancario: la situazione delle banche italiane è ormai sempre più diversificata e sempre più divergente. In altre parole, ci sono banche che “avranno un futuro” e altre banche che “avranno un futuro difficile”. È questa la fotografia del 18esimo rapporto sul sistema finanziario della Fondazione Rosselli che afferma: “non è (e non sarà mai più) vero che banche grandi o piccole, efficienti oppure mal gestite, presentino tutte sostanzialmente una analoga e discreta redditività, come invece avveniva nel paradiso perduto dei decenni scorsi, in un contesto stabile e scarsamente competitivo e innovativo”. Il calo della redditività che stiamo sperimentando non è infatti congiunturale ma  strutturale e la crisi lo ha solo accentuato. I numeri sono chiari: Il Roa (ritorno sugli attivi) del 2011 è allo 0,1%, il più basso degli ultimi cinquant’anni. E per la prima volta, al netto delle tasse, è risultato negativo. Nel 2012 l’utile consolidato dei gruppi bancari si è ridotto dai 5 miliardi di euro del 2011 a un solo miliardo che si trasforma in una perdita aggregata di 1,8 miliardi se si aggiungono le svalutazioni sugli avviamenti. Di più. Se le banche italiane si sono mostrate nel complesso affidabili, il rapporto osserva che nel lungo termine non ci può essere stabilità senza redditività. Il rapporto indica così nel “rapido recupero della redditività la vera sfida per l’industria bancaria per i prossimi anni, pena la sostenibilità nel tempo del settore stesso”.

STABILITÀ E REDDITIVITÀ, IL BINOMIO INELUDIBILE

Il rapporto conferma la robustezza complessiva delle banche italiane: il capitale di migliore qualità, nei dati di Banca d’Italia, è salito al 10,7% dal 7,1% dell’attivo e per le prime cinque grandi banche al 10,9% dal 5,7%. Inoltre, questo rafforzamento non è stato “drogato” dall’aiuto pubblico. L’Italia è ultima in Europa per aiuti di Stato alle banche: comprendendo Mps, il sostegno è pari allo 0,3% del Pil, mentre in Germania è l’1,8%, in Belgio il 4,3%, in Olanda il 5,1% e in Spagna il 5,5%, fino a 40% dell’Irlanda. Secondo i curatori del rapporto, i professori Giampio Bracchi e Donato Masciandaro, alla fine del 2010 gli istituti italiani complessivamente necessitavano di circa 30 miliardi di euro di maggiore patrimonializzazione mentre oggi, con le molte operazioni di consolidamento eseguite, il bisogno sarebbe attorno ai 9 miliardi, con 5 miliardi di aumenti di capitale che sarebbero già in fase di lancio. In ogni caso la strada è in salita: “Alcune banche faranno fatica: chi gli dà i soldi?”,  ha affermato Bracchi, presidente della Fondazione Politecnico di Milano spiegando che “in questa fase di crisi è difficile che il mercato risponda bene e, visto quello che hanno fatto Paesi sulla carta molto più liberali di noi, un intervento pubblico va considerato molto seriamente”.
Ma se da un lato il sistema ha dimostrato un buon livello di stabilità sistemica, mostrandosi affidabile con un solo caso di instabilità aziendale importante (Mps), dall’altro la perdurante incertezza del quadro congiunturale, ha incrinato l’affidabilità sistemica sul fronte della capacità aggregata di offrire credito, con una riduzione del credito alle imprese del 5% su base annua. “Bisogna ormai prendere atto dell’inefficacia che le abbondanti iniezioni di moneta a tassi di interesse minimi attuati dalla Bce stanno avendo in termini di credito per le Pmi” afferma il Rapporto sottolineando che le banche commerciali territoriali non hanno “sufficienti incentivi a creare significative dosi di nuovo credito commerciale” per diversi fattori: la remunerazione attesa dall’attività di credito non copre il rischio percepito; è aumentata l’avversione al rischio; aumentare il credito significa aumentare la raccolta di capitale di rischio, cosa particolarmente difficile fino a quando le banche non saranno redditizie senza l’aiuto della Bce. Spiega quindi il rapporto: “Una redditività sufficiente è dunque una condizione necessaria sia per la stabilità finanziaria sia per la ripresa del credito”. L’efficacia  di un modello di intermediazione si esplica infatti attraverso i due parametri stabilità e redditività secondo un “binomio ineludibile”, dove “l’una non può alla lunga resistere senza l’altra”.

LE AZIONI DA INTRAPRENDERE: IL TAGLIO DEI COSTI OPERATIVI

Nello specifico tre sono le cause che individua il rapporto per spiegare il calo della redditività che è destinato a continuare:1) la caduta strutturale dovuta a una significativa riduzione di tutte le componenti di ricavo con il margine di interesse oggi al 30% del livello massimo conseguito nel 1990 e il margine di intermediazione del 2011 pari al 39% del livello massimo del 1986; 2) la mancanza di un significativo recupero di produttività con la riduzione dei costi che è stata solo frazionale alla forte caduta dei ricavi tanto che il cost/income è oggi lo stesso di quello di metà anni ’70 (circa 70%), con gli sportelli sono cresciuti troppo sia rispetto all’attività bancaria (indice di produttività pari a 108,5 per l’Italia rispetto a 183,6 per l’Ue, 184,4 per la Germania, 453,3 per la Svezia, 762,2 per la Gran Bretagna) sia al Pil (indice di produttività 44,7 per l’Italia rispetto a 51,4 per l’Ue, 61,1 per la Germania, 136,6 per la Svezia e 126,5 per la Gran Bretagna); 3) la caduta congiunturale della qualità del credito.

In questo contesto l’analisi svolta nel Rapporto indica che, non essendo prevedibile un’inversione di tendenza né sui volumi né sui margini di interesse, ricavi aggiuntivi potrebbero derivare solo dai servizi non legati al margine di interesse. Si tratta quindi di attività come la gestione del risparmio, i prodotti assicurativi e previdenziali, il private banking. Attività però che diverse banche in difficoltà sono state recentemente costrette a cedere per soddisfare i nuovi requisiti di capitale. È necessario così rivolgere l’attenzione al “recupero della produttività, realizzata tramite un incisivo taglio dei costi operativi”. Qui esistono ampi margini di miglioramento: dalla riduzione del personale alla razionalizzazione dei fornitori, dalla riduzione dei consumi alla digitalizzazione dei processi. L’innovazione tecnologica, insieme alla internazionalizzazione, rappresentano infatti i due percorsi virtuosi da intraprendere indicati dallo studio.

LE NUOVA VIGILANZA NAZIONALE ED EUROPEA

In questo scenario ci sono almeno due disegni di politica economica che possono aiutare: la struttura della fiscalità, e un richiamo è arrivato recentemente anche dal Fmi; il nuovo disegno della vigilanza con l’Unione bancaria. Il rapporto infatti segnala che un altro shock di efficienza può arrivare dalla nuova architettura della vigilanza europea e nazionale: il sistema europeo della supervisione rappresenterà la chiave di volta della futura Unione Bancaria. Per il Rapporto, l’azione attiva della vigilanza bancaria deve essere rivalutata, può contare molto in termini di performance finali con la Bce “deve avere gli stessi poteri di un supervisore bancario a tutti gli effetti”. Inoltre è importante che la politica delle regole sia “strabica”, ossia aumenti la solidità del sistema bancario nel lungo periodo senza accentuarne le difficoltà nel breve. Per migliorare la situazione finanziaria, a partire dal sistema bancario “in realtà l’Europa può fare molto poco – ha spiegato infatti Masciandaro, ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano – almeno finché la Federal Reserve continuerà a drogare i mercati di liquidità e mi sembra che ci siano le condizioni che lo faccia fino alle prossime elezioni presidenziali statunitensi”. La sfida sta quindi nelle nuove regole di controllo sul sistema bancario “perché ormai è chiaro a tutti che l’Eba ha fallito, a partire dalla gestione degli stress test. Il problema è che ora l’Europa si è presa un grosso rischio nel concentrare tutti i poteri – quelli di emissione monetaria, di supervisione e di risoluzioni delle crisi – nelle mani della sola Bce mentre andrebbero rigidamente divisi da muraglie cinesi”.

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