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Usa, il partito democratico è ancora vivo? La strategia per sconfiggere Trump: “Fingersi morti”

Ken Martin, l’attuale presidente del Comitato Nazionale del Partito Democratico (DNC) ha diffuso “The Autopsy”, un documento che indaga le ragioni della sconfitta di Kamala Harris alle elezioni presidenziali del 2024. Come sta oggi il partito? È unito solo dall’avversione per Trump

Usa, il partito democratico è ancora vivo? La strategia per sconfiggere Trump: “Fingersi morti”

La rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024 – segnata dal conseguimento della maggioranza (ancorché relativa) del voto popolare, dalla vittoria in tutti e sette gli Stati in bilico e dalla conquista del controllo della Camera e del Senato da parte del partito repubblicano – è stata una delle più clamorose sorprese della politica statunitense negli ultimi anni.

Il responso delle urne e le sue dimensioni furono talmente inaspettati che, malgrado la sua abituale tracotanza e spavalderia, perfino il tycoon dimostrò a caldo la propria incredulità, a tal punto che, nel rivolgersi ai suoi sostenitori, nella notte in cui furono diffusi i risultati, si lasciò scappare un “guardate cosa è successo, non è pazzesco?”.

In effetti, c’era davvero qualcosa di incredibile nel trionfo di un candidato misogino, xenofobo, pregiudicato, con già una condanna civile e una penale a proprio carico, imputato in altri tre procedimenti penali, istigatore di un mancato colpo di Stato con l’occupazione della sede del Congresso da parte dei suoi sostenitori il 6 gennaio 2021 nonché accusato di intenti autoritari – se non addirittura dittatoriali – dai suoi stessi ex collaboratori.

Le incertezze sull’introspezione politica del partito democratico

Mentre i repubblicani celebravano, i democratici hanno iniziato a interrogarsi sulle ragioni della sconfitta di Kamala Harris. Lo ha fatto per prima proprio la stessa candidata battuta da Trump che, nell’autunno dell’anno scorso, ha pubblicato una propria ricostruzione della campagna elettorale del 2024 (107 Days, Simon & Schuster, 2025; trad. it 107 giorni, La Nave di Teseo, 2026).

Più che un’analisi di quanto era successo tra il ritiro di Joe Biden, il 21 luglio, e il giorno del voto, il volume si configura soprattutto come un atto di accusa nei confronti dei principali esponenti del partito e dell’entourage del presidente, compresa la First Lady Jill Biden, che avrebbero in sostanza sabotato la candidatura di Harris.

Tuttavia, a sentire l’esigenza di comprendere cosa fosse andato storto nel 2024 è stato soprattutto Ken Martin, l’attuale presidente del Comitato Nazionale del Partito Democratico (DNC). Subito dopo il disastro elettorale, Martin si candidò a questa carica con l’assicurazione che avrebbe commissionato un’approfondita indagine sulle cause della débâcle contro The Donald.

Il suo impegno voleva rappresentare una dimostrazione di trasparenza alla luce del fatto che, in precedenza, un passo di tal genere non era stato compiuto né da Donna Brazile, la facente funzione di presidente del DNC al momento del successo di Trump contro Hillary Clinton nel 2016, né da Tom Perez, il successore di Brazile alla guida del partito democratico tra il 2017 e il 2021.

Martin reiterò la sua intenzione dopo essere stato eletto al vertice del DNC il 1° febbraio 2025. Nondimeno, il rapporto promesso – redatto ma non firmato da Paul Rivera e intitolato Build to Win, Build to Last,sebbene sia noto negli ambienti politici con il lugubre epiteto di “The Autopsy” (l’autopsia) – ha tardato a lungo a essere diramato.

Il posticipo ha alimentato sospetti su un suo ipotetico insabbiamento per non danneggiare una eventuale ricandidatura di Harris nel 2028 nonché voci sul fatto che addirittura non fosse mai stato redatto.

Su pressioni della rete televisiva CNN, lo scorso 21 maggio Martin ha finalmente accettato di diffondere una versione di questo rapporto, in una forma non definitiva (come attestato dai numerosi commenti all’interno del testo e dagli appunti a margine con richieste di integrazioni) e priva di conclusioni, precisando di ritenere il testo profondamente insoddisfacente e utilizzando questa sua valutazione per giustificare il motivo per il quale fino ad allora si era rifiutato di renderlo pubblico.

Qualche merito del rapporto

Eppure, ancorché in termini generici, “The Autopsy” formula alcune considerazioni rilevanti: la debolezza intrinseca della candidatura di Harris, la sua scarsa attenzione per i sondaggi di opinione, la fragilità e la discontinuità della struttura comunicativa dei democratici – operativa con poche eccezioni solo nei mesi a ridosso del voto, anziché durante tutto l’anno e, pertanto, incapace di contrastare in modo efficace la propaganda costante dei repubblicani – nonché l’eccessiva attenzione per le politiche identitarie, a scapito delle questioni di natura economica, quelle che invece erano state particolarmente sentite dall’elettorato, soprattutto per le conseguenze nel medio periodo del balzo dell’inflazione al 9,1% nel giugno del 2022.

Del resto, gli eccessi politicamente controproducenti dell’ideologia woke erano già stati attestati da analisi immediatamente successive al voto del 2024 (Maureen Dowd, Democrats and the case of Mistaken Identity Politics, “New York Times”, 9 novembre 2024) e perfino da critiche precedenti le elezioni presidenziali, espresse addirittura da progressisti come Susan Neiman (Left Is Not Woke, Polity Press, 2024; trad. it. La sinistra non è woke, Utet, 2025).

Queste riflessioni, infatti, avevano sottolineato come l’ideologia woke si fosse progressivamente involuta, passando dalla promozione di forme di giustizia sociale per superare le diseguaglianze e le discriminazioni etno-razziali e di genere a manifestazioni parossistiche, come l’ossessione per il linguaggio inclusivo e la difesa inveterata di alcuni aspetti della cancel culture (per esempio, la rimozione dagli spazi pubblici di monumenti dedicati a personaggi del passato le cui idee non risultano più in sintonia con la sensibilità odierna e la censura di classici della letteratura per l’impiego di espressioni oggi considerate razziste).

Inoltre, “The Autopsy” richiama, sia pure in termini vaghi, l’incapacità del partito democratico nel consolidare il proprio seguito tra i lavoratori dipendenti, quella coorte dell’elettorato che un tempo veniva definito ceto operaio.

In effetti, sebbene il rapporto non indichi le percentuali di voto, il principale contributo alla vittoria di Trump nel 2024 venne soprattutto dalla working class euro-discendente, che lo premiò con il 66%, rispetto al 32% andato a Harris.

Grazie a questo apporto, il sostegno della working class nel suo complesso (comprendendo quindi anche le minoranze razziali) per il tycoon raggiunse il 56%, mentre quello per Harris si fermò al 42%.

Però, il rapporto non approfondisce la trasformazione dei democratici, almeno a livello di percezione pubblica, dal partito dei lavoratori a quello di una élite benestante e assillata dal politically correct, anziché da problemi di natura economica come il potere d’acquisto dei salari.

La campagna contro Martin e le divisioni interne ai democratici

L’inconcludenza e la superficialità di “The Autopsy” sono state sfruttate per attaccare Martin. Per esempio, Michelle Goldberg ha scritto un editoriale al vetriolo sul “New York Times” (The Agony Around the Democrats’ Mysterious, Ridicolous Autopsy, 22 maggio).

Per l’autrice, un’opinionista dal passato facile alle controversie, il vero “disastro” sarebbe stato non la campagna elettorale del 2024 bensì il rapporto sulle dinamiche del voto di quell’anno e, conseguentemente, la gestione di Martin nell’ultimo anno e mezzo, di cui “The Autopsy” sarebbe l’esempio paradigmatico.

Dopo un fugace accenno alle manchevolezze del rapporto (soprattutto la constatazione che nelle sue 192 pagine di testo non menziona mai né Israele né Gaza) e delle sue presunte ovvietà, la conclusione impietosa di Goldberg è che il partito democratico debba sostituire Martin.

Alla richiesta si è unito anche David Hogg, l’ex co-vicepresidente del DNC, sollevato dall’incarico lo scorso anno per iniziativa di Martin dopo pochi mesi di mandato. In un’intervista a Politico, riportata da questo giornale online lo scorso 21 maggio, Hogg ha dichiarato che Martin non è “la persona migliore” per guidare i democratici “in questo momento”.

Destituire o indurre alle dimissioni Martin a meno di sei mesi dalle elezioni di midterm del 3 novembre sembrerebbe un gesto per lo meno azzardato, quasi una riproposizione del ritiro di Biden dalla campagna del 2024.

Inoltre, pensare che il problema dei democratici sia la direzione di Martin pare voler nascondere l’impasse politica che sta caratterizzando da tempo un partito profondamente spaccato tra un’ala moderata e una riformista nonché incapace di operare una scelta chiara tra questi due orientamenti.

In termini di strategie elettorali, la prima componente mira a strappare ai repubblicani i votanti meno trumpiani; la seconda intende mobilitare gli elettori più progressisti in maniera da compensare e sopravanzare nel numero i reazionari che Trump è riuscito a portare alle urne non solo nel 2016 e nel 2024, ma perfino nel 2020, quando – nonostante la sconfitta patita contro Biden – il tycoon fu capace di conseguire oltre undici milioni di voti popolari in più rispetto a quelli ottenuti nella vittoria di quattro anni prima.

Dal rinvio di una decisione sulla linea politica da adottare sono iniziati i guai più recenti del partito democratico. L’improvvida ricandidatura di Biden nel 2024, giustificata in base al principio dell’usato sicuro e frutto di un comportamento omertoso sulle condizioni del presidente, consentiva di rinviare la resa dei conti tra le due componenti, evitando primarie profondamente conflittuali, le cui divisioni avrebbero potuto non essere ricomposte in tempo per le elezioni di novembre.

La sostituzione di Biden con Harris, in ragione del mero rispetto di un presunto ordine gerarchico precostituito, permetteva di non aprire una conta interna tra i progressisti (che avrebbero sostenuto la candidatura del governatore della California Gavin Newsom, il prescelto dalla ancora influentissima ex Speaker della Camera Nancy Pelosi) e i moderati (che si sarebbero probabilmente raccolti attorno al nome del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro) con conseguenze altrettanto devastanti, visto anche il poco tempo restante prima del voto.

Fingersi morti

L’occultamento di “The Autopsy” è stato al tempo stesso una metafora e un riflesso della scomparsa del partito democratico dalla scena politica nazionale nel primo anno e mezzo della seconda presidenza di Trump, quasi in conseguenza di una sorta di shock post-traumatico in seguito alla sconfitta di Harris.

A partire dal 22 febbraio 2025, la deputata newyorkese Alexandia Ocasio-Cortez e il senatore del Vermont Bernie Sanders hanno intrapreso un “Fighting Oligarchy tour”, una serie di comizi e raduni tenuti in svariate città del Paese per mobilitare la componente progressista della società statunitense contro la svolta autoritaria impartita dal tycoon dopo il suo ritorno alla Casa Bianca.

Questa iniziativa, però, è stata una delle poche manifestazioni di visibilità del partito democratico, insieme alle prese di posizione di Newsom contro sia le retate degli immigrati irregolari da parte dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) nel suo Stato sia il gerrymandering attuato dai repubblicani nel tentativo di conservare la maggioranza dei seggi alla Camera nelle prossime elezioni di midterm.

L’eclissi dei democratici ha trovato addirittura una teorizzazione. James Carville, lo storico stratega del partito e il principale artefice dell’elezione di Bill Clinton alla presidenza nel 1992, consigliò apertamente ai democratici di “buttarsi a terra” e “fingersi morti”, in attesa che il consenso per Trump subisse una diminuzione fisiologica dopo l’apice toccato alla fine del 2024.

In questo modo, restando nell’ombra, il partito democratico non sarebbe incorso in errori che ne avrebbero potuto pregiudicare le possibilità di vittoria nel 2028 e, senza colpo ferire, si sarebbe avvantaggiato delle decisioni e delle politiche avventate che prima o poi avrebbero inevitabilmente caratterizzato l’amministrazione del tycoon (It’s Time for a Daring Political Maneuver, Democrats, “New York Times”, 25 febbraio 2025).

In altri termini, per tornare al successo, per i democratici sarebbe stato sufficiente attendere l’implosione della presidenza di Trump sotto il peso degli sbagli che The Donald avrebbe commesso.

Parafrasando una delle massime zen più celebri, si potrebbe concludere che per Carville, i democratici avrebbero dovuto sedersi sulla riva del Potomac e aspettare che passasse il cadavere politico di Trump.

La polemica su “The Autopsy” nel contrasto interno al partito democratico

La polemica contro “The Autopsy” si colloca nel contesto dello scontro tra le due fazioni del partito democratico ed è alimentata dall’ala progressista.

La critica al fatto di non avere menzionato Gaza, ad esempio, lascia intendere che il partito non vorrebbe ammettere di avere perso le elezioni del 2024 per il calo di consensi tra i votanti più giovani a causa dell’appiattimento dell’amministrazione Biden sulla soluzione militare di Israele nella crisi della Palestina.

Del resto, Build to Win, Build to Last presenta come strategia da seguire per rilanciare i democratici la loro collocazione nel “centro vitale” dello spettro politico, sul modello di quanto aveva fatto Ron Brown, il presidente del DNC tra il 1989 e il 1993, aprendo la strada a Bill Clinton per la conquista della Casa Bianca nel 1992, dopo le tre amministrazioni consecutive dei repubblicani Ronald Reagan e George H.W. Bush.

Non a caso, uno dei pochissimi esponenti democratici a esprimere un apprezzamento per “The Autopsy” è stato Liam Kerr, cofondatore di WelcomePAC, un political action committee che finanzia le campagne dei candidati legati alla centrista Blue Dog Coalition.

Un segno dell’impasse che ancora regna sovrana nel partito democratico è la constatazione che ciascuna delle 192 pagine di Build to Win, Build to Last si apre con un disclaimer in rosso: “questo documento riflette le opinioni dell’autore, non del DNC”.

L’asserzione equivale ad affermare che, proseguendo a essere diviso tra moderati e progressisti, il partito democratico non è riuscito a stabilire perché abbia perduto le elezioni del 2024 e meno che mai risulta in grado di indicare in forma ufficiale una strategia univoca per colmare il divario dai repubblicani.

Le prospettive dei democratici

Secondo The Economist, due giorni fa l’indice di approvazione di Trump era sceso al 34%, con una diminuzione di 1,9 punti rispetto alla settimana precedente, raggiungendo il livello più basso per un presidente statunitense dal 2009, cioè da quando l’autorevole periodico britannico valuta il gradimento degli inquilini della Casa Bianca.

Ad affossare il consenso per il tycoon sono la guerra contro l’Iran e le sue conseguenze, soprattutto per quanto riguarda l’andamento dell’inflazione: per esempio il prezzo medio di un gallone (circa 3,78 litri) di benzina è salito da meno di 3 dollari prima dell’apertura delle ostilità agli odierni 4,48 dollari.

Secondo The Economist, il crescente aumento dell’impopolarità di Trump darebbe ai democratici il 90% delle probabilità di conquistare la maggioranza alla Camera nelle elezioni di midterm mentre la partita al Senato sarebbe aperta.

Alla luce di queste stime, sembrerebbe che la strategia di Carville si stia dimostrando vincente. L’avversione a Trump è, infatti, l’elemento che accomuna e unisce i democratici. Lo attesta un recente sondaggio del “New York Times”, secondo il quale l’operato del tycoon alla Casa Bianca è approvato da appena il 5% di coloro che sono registrati come elettori del partito democratico.

Inoltre, il 95% è contrario alla guerra che The Donald ha scatenato contro il regime di Teheran e l’84% pensa che il costo delle operazioni militari costituisca comunque un inutile spreco di risorse finanziarie.

Tuttavia, contrastare Trump pare anche l’unico vero fattore di coesione dei democratici. Su numerose altre questioni, non certo secondarie, il partito continua a presentarsi spaccato. Per esempio, quasi la metà dei suoi potenziali elettori ritiene che il loro partito sia troppo allineato sulle posizioni di Israele.

Il 50% vuole che proponga strumenti più efficaci per contrastare il crimine e il 46% auspica che promuova misure più rigide contro l’immigrazione irregolare. Il 52% desidera che il candidato nelle presidenziali del 2028 si sposti verso il centro e il 25% che si orienti invece più a sinistra. A condividere nel complesso l’ideologia attuale del partito è solo il 55% dei votanti iscritti come elettori democratici.

Il prossimo novembre, con il tycoon ancora alla Casa Bianca, l’anti-trumpismo potrà aiutare il partito a serrare le fila e a conquistare seggi alla Camera e al Senato.

Questo elemento per compattare i democratici, però, verrà meno nel 2028, quando The Donald sarà ormai a fine mandato e non potrà figurare una quarta volta sulla scheda elettorale.

Nel medio periodo, quindi, le prospettive del partito democratico potrebbero essere meno rosee di quanto le previsioni sul voto del prossimo novembre sembrano suggerire.

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Stefano Luconi

Insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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