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Europa: il dopo Merkel tra rinnovabili e gas in gran quantità

Russia e Norvegia aumentano le forniture di gas ai Paesi europei. Il ruolo della finanza ancora debole sulle rinnovabili. Che succede in Europa dopo la fine dell’era Merkel?

Europa: il dopo Merkel tra rinnovabili e gas in gran quantità

Una gimkane. La transizione europea verso le fonti rinnovabili somiglia sempre più a un tragitto fatto di curve e rettilinei. L’addio di Angela Merkel si fa sentire anche in campo energetico ed ambientale. Il suo Paese come altri non riesce a fare del tutto a meno delle fonti fossili per sostenere l’economia. I piani per procedere soltanto con eolico, fotovoltaico o idrogeno verde, sulla carta , sono cosi’ accattivanti che si stenta a credere a quanto accade nella realtà. La Merkel ha caratterizzato la sua politica con uno spiccato senso di realpolitik energetico senza chiudersi nessuna strada. Vista da casa nostra la situazione in evoluzione ci presenta il sussulto degli italiani contro l’aumento delle tariffe elettriche e del gas – mitigato da un rapido intervento del governo- e una maggiore disponibilità di gas in tutta Europa, compreso il Tap che arriva in Puglia.

Pochi giorni dopo il completamento del gasdotto Stream2 dalla Russia verso la Germania,Energia: parte il Nord Stream 2, una spina per l’Europa la Norvegia ha annunciato l’immissione di 2 miliardi di metri cubi di gas in più verso l’Europa. La Norvegia è il secondo Paese che trasporta gas dentro i confini europei. Dopo la Russia, ovviamente. E in un anno ne ha già messo in rete 106 milioni di metri cubi per soddisfare la domanda crescente dell’industria. Una potenza energetica in ascesa, quindi. La nuova offerta di gas si configura come una buona risposta da parte della Società norvegese Equinor alla ripresa economica post pandemia. Ed anche in questo caso la Germania è al top. Che poi in queste settimane ci sia anche un impennata dei prezzi, non rileva. L’Agenzia Reuters ha calcolato che le nuove quantità di gas in arrivo corrispondo ad un aumento del 2% annuo di quello già esportato. Le estrazioni dai campi Troll e Oseberg sosterranno imprese di ogni settore, lavorazioni di ogni tipo con conseguenze immaginabili sull’ambiente.



La domanda che circola, non solo per l’addio della cancelliera, ma anche per le dichiarazioni di Draghi all’Assemblea di Confindustria è : quali effetti avrà il maggiore afflusso di gas, sulla transizione energetica e sugli investimenti del Green New Deal ? Una risposta univoca non c’è. Soprattutto se prendiamo a riferimento studi e ricerche attendibili. La realtà è che i processi di riconversione produttiva verso le rinnovabili vanno a rilento. Dentro il gioco della domanda e dell’offerta con i miliardi di dollari in circolazione per i contratti di import-export, le fonti alternative sono ancora in posizione subalterna. L’industria europea è mediamente indietro. Fa pensare anche il ruolo delle grande finanza da cui tutti si aspettano soldi. Le contraddizioni non mancano rispetto alle strategie stabilite tanto a livello europeo quanto nei singoli Paesi. Cosi’ se è vero che l’Italia non riesce a ridurre la quota di incentivi alle fonti fossili, è altrettanto vero che la finanza sostenibile non ha inserito ancora la marcia giusta. Non ha assunto quel ruolo da protagonista, persuasivo, verso gli investitori. E’ banale ricordarlo, ma per la transizione ci vogliono soldi sia pubblici che privati. Angela Merkel negli ultimi anni del suo mandato è stata in equilibrio tra spesa pubblica e capitali privati, tra fonti fossili e rinnovabili. Poi grazie a Draghi e Cingolani anche l’Italia ha tracciato la propria strada.

Uno studio del Forum per la Finanza Sostenibile https://finanzasostenibile.it/attivita/tassonomia-ue-implicazioni-prospettive-operatori-finanziari/ ha messo insieme le normative Ue sulla tassonomia degli investimenti green con l’auspicio che si giunga presto in ogni Paese ad una reale applicazione. Pochi mesi fa c’è stato l’allarme dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) verso i governi. I sostegni fiscali alle nuove fonti, ha denunciato, sono appena il 2 % dei bilanci statali. Di questo passo le immissioni di CO2 dall’industria pesante, dai mezzi circolanti, nei prossimi due anni aumenteranno piuttosto che diminuire. Senza sapere che da li’ a qualche mese altri miliardi di metri cubi di gas sarebbero stati bruciati nelle centrali per produrre energia elettrica. Tuttavia il gas resta la fonte privilegiata per accompagnare il passaggio al nuovo, riducendo nel contempo l’uso del carbone. Dinanzi a queste imponenti nuove quote di metano , in Germania ed oltre, ci si domanda se siamo già alla revisione del pacchetto europeo Fit for 55” ? Non è detto. Vedremo come si arriverà alla Conferenza sul clima di Glasgow a novembre, quali nuove proposte faranno i Capi di Stato e di governo, se la finanza internazionale si allineerà alla esigenze climatiche, se gli investimenti pubblici saliranno. Intanto i gasdotti saranno in piena attività a sostenere la ripresa , a far funzionare le centrali elettriche e la Germania non sarà più nella mani di frau Merkel.

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