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Energia: parte il Nord Stream 2, una spina per l’Europa

La grande infrastruttura porta il gas in Germania e si ripercuote sul Green New Deal. Soddisfazione della Russia mentre Ucraina e Polonia protestano. Alla realizzazione dell’opera hanno partecipato le maggiori aziende di fonti fossili. Neutralizzata anche l’opposizione degli Usa.

Energia: parte il Nord Stream 2, una spina per l’Europa

Quel che non si comincia non si finisce, dice il vecchio adagio. E la Russia in fatto di energia non é seconda a nessun Paese al mondo. Dire che “compete” con gli altri Paesi produttori di petrolio e gas vuol dire ridurre la forza e la capacità di una potenza che non ha mai fatto mistero di saper trarre vantaggio dalle proprie risorse naturali. E Vladimir Putin è il leader che ha interpretato alla perfezione questo ruolo di stratega global.

Quando due giorni fa è stata annunciata la conclusione dei lavori del gasdotto Nord Stream-2, il mondo dell’energia ( e non solo quello) ha- giocoforza- dovuto ammettere che Mosca non rinuncia mai ai propri obiettivi. I piani definiti a tavolino vanno sempre a concludersi. Nel caso specifico tubazioni imponenti sotto il Mar Baltico che trasporteranno verso la Germania 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Un serpentone di 1.230 km con linee operative controllate e moderne che entra nel cuore di quell’Europa incamminata sulla transizione green. Un continente, che non riesce ancora a fare a meno delle fonti fossili. Ancora ? Già, perché la dicotomia politica e strategica del business dell’energia blu in un Paese che sta per salutare Angela Merkel e vede i Verdi protagonisti dalla politica, sarà evidente per molti, lunghi anni. 

 Il Paese locomotiva dell’Ue godrà in abbondanza di quella fonte che il Green New Deal della tedesca Ursula von der Leyen, votato dal Parlamento europeo, vuole gradualmente ridurre. Certo, la Germania ha detto che il gas russo in arrivo tra qualche mese dovrà rispettare le direttive dell’Unione Europea. Ma si sa che mercato e regole comunitarie spesso prendono strade parallele. Ai margini si accumulano contenziosi, trattative, negoziazioni. L’Europa in realtà non ha avuto la forza di bloccare il progetto del raddoppio del gasdotto. Circostanza che fa pensare sulla reale capacità di svoltare per il bene del Pianeta. Pur cercando alternative alle fonti fossili, creando straordinarie premesse di finanza pubblica, alla fine da’ ragione a chi sostiene che la transizione green non fermerà l’uso di petrolio e gas. Sebbene i traguardi siano fissati al 2030 e 2050.

L’annuncio della fine dei lavori del nuovo Stream è stato dato da Alexei Miller, Ceo di Gazprom. Un manager fiero delle proprie capacità gestionali ed ora anche di aver portato a termine una grande infrastruttura. Qualcosa che, invece, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito un’arma geopolitica della Russia. Il raddoppio del gasdotto, infatti, esclude Ucraina e Polonia che definire ora arrabbiate è eufemistico. Ma 10 miliardi di euro di investimenti con la partecipazione di colossi dell’energia come Omv, Engie, Wintershall Dea, Uniper, Shell, che hanno sconfitto anche l’opposizione ai lavori di Joe Biden una volta giunto alla Casa Bianca, dovevano pur rendere. E renderanno.

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