C’è chi affonda le radici nella storia e chi, come l’Enantio, le ha semplicemente tenute. Letteralmente. Questo vitigno antico, che cresce ancora a piede franco lungo l’Adige tra Avio e Brentino Belluno, ha attraversato due secoli di cambiamenti agricoli, guerre, confini e reimpianti, restando sostanzialmente sé stesso. Pur essendo diventato presidio Slow Food nel 2022, la sua storia comincia molto prima.
Enantio: un nome antico e una doppia identità
Si scrive Enantio, ma si pronuncia Enanzio, alla latina. Plinio il Vecchio lo cita già nella Naturalis Historia del I secolo d.C., suggerendo un’origine molto antica. Nelle campagne della Valdadige lo si conosce anche come Lambrusco a foglia frastagliata, o “zicolada” in dialetto trentino.
La somiglianza con il Lambrusco emiliano è solo linguistica: geneticamente, l’Enantio appartiene alla famiglia delle Ambrusche, vitigni autoctoni dell’arco alpino oggi quasi scomparsi.
Quando la fillossera risparmiò un angolo di mondo
A fine Ottocento la fillossera, l’insetto che devastò quasi tutti i vigneti europei, cancellò intere generazioni di piante. Per salvarle, molti produttori ricorsero agli innesti su radici americane, resistenti al parassita. Lungo le anse sabbiose del fiume Adige, però, le condizioni del terreno impedirono all’insetto di attecchire. Qui i vigneti di Enantio rimasero franchi di piede, cioè non innestati, una rarità che oggi si incontra poco in Europa.
Ancora oggi le nuove piante nascono con la propaggine: un tralcio interrato mette radici e cresce come nuova vite. Un metodo antico, semplice e naturale, che mantiene intatto il patrimonio genetico.
Il salvataggio familiare
La storia recente dell’Enantio è legata a tre aziende: Cantina Roeno (Cristina Fugatti), Azienda Agricola Lorenzo Bongiovanni e Azienda Agricola Vallarom, tra Verona e Trento. Negli anni Ottanta, mentre molti vigneti locali venivano sostituiti con varietà più redditizie come il Pinot Grigio, queste aziende hanno mantenuto le viti storiche.
Un episodio curioso riguarda Silvio Bongiovanni, nonno di Lorenzo: nel 1908 comprò quattro ettari a Brentino, allora territorio italiano, per recuperare i “rasoli”, tralci destinati a reimpiantare le vigne di Sabbionara d’Avio, allora sotto dominio austriaco. Un piccolo gesto di conservazione che oggi ha valore storico.
Enantio a piede franco: carattere alpino e spirito mediterraneo
Le viti a piede franco di Enantio sono rustiche e longeve, relativamente resistenti alle malattie. I grappoli sono spargoli e gli acini piccoli, ma il vigore naturale richiede potature precise. L’allevamento tradizionale avviene a doppia pergola trentina e la vendemmia manuale si svolge tra metà e fine ottobre, con rese basse e selettive.
In cantina, l’approccio è rispettoso: fermentazioni spontanee, nessun lievito selezionato, pochi interventi. Eppure il risultato varia da produttore a produttore. C’è chi imbottiglia l’Enantio dopo un anno, chi attende fino a quattro anni, offrendo interpretazioni diverse dello stesso vitigno.
Nel calice, l’Enantio si presenta rosso rubino intenso, tendente al granato con l’invecchiamento. Al naso emergono piccoli frutti rossi, erbe selvatiche e leggere note speziate. Al palato è secco, pieno e armonico, con acidità presente e tannini equilibrati. È un vino semplice, senza artifici, adatto a piatti rustici, carni, selvaggina, salumi e formaggi stagionati.
Un presidio nato da ricerca e pazienza
Il riconoscimento Slow Food, arrivato nell’ottobre 2022, è stato il punto d’arrivo di due anni di lavoro coordinato da Tommaso Martini: mappatura dei suoli, studio bibliografico, analisi storiche, degustazioni di vecchie annate delle tre aziende.
Oggi il Presidio copre circa 15–20 ettari nella Terra dei Forti, ma può estendersi ad altri produttori con condizioni pedologiche simili. Si tratta di un mosaico di vigne ultracentenarie che continuano a esistere senza necessità di dichiarazioni retoriche o mode passeggere.