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Dopo Pechino: Ue in cerca di politica industriale. Dal modello tedesco al nuovo protezionismo

L’Europa deve decidere se e come giocare un ruolo come terzo attore dell’economia mondiale e imboccare un cammino condiviso su una politica industriale all’altezza delle sfide mondiali. I piani della Commissione su cinque pilastri

Dopo Pechino: Ue in cerca di politica industriale. Dal modello tedesco al nuovo protezionismo

Il viaggio di Donald Trump a Pechino con tutti gli inevitabili riflessi sulla geopolitica mondiale e sulle relazioni commerciali tra Bruxelles e Washington mette a nudo tutte le difficoltà dell’Europa di imboccare un cammino condiviso su una politica industriale all’altezza delle sfide mondiali. Come ha felicemente sintetizzato l’ex premier Mario Draghi pochi giorni fa ad Achen, ricevendo il premio Carlo Magno, “il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più”.

Al contrario, è necessaria una crescita sempre maggiore per finanziare la transizione energetica, difendere il continente e costruire le industrie nell’era digitale. Investimenti complessivi che dagli iniziali 800 miliardi di euro l’anno sono ormai saliti a 1200 miliardi con i nuovi impegni nella difesa. L’Europa tarda a reagire adeguatamente alle sfide e agli shock esterni siano esse le guerre commerciali o le crisi in Iran e Ucraina. Draghi suggerisce quindi di puntare sulle cooperazioni rafforzate come è avvenuto con successo per l’Euro.

Difficile dire se questo basterà. Nel frattempo Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione Ue per la prosperità e la strategia industriale lancia il programma “Un’Europa, un mercato” che delinea una tempistica per raggiungere accordi su almeno 40 provvedimenti legislativi entro la fine del 2027. Séjourné punta a creare una nuova era di produttività, innovazione e competitività, prendendo in considerazione tutti i diversi aspetti, dal mercato unico alla ricerca, all’economia e alla produttività, al commercio, alle dogane e ai mercati finanziari. “Sono convinto che arrivi un punto in cui dobbiamo dire che tutto è collegato e che non si possono avere solo le politiche che si vogliono su un determinato argomento”.

A Cipro i rappresentanti di Commissione, Consiglio e Parlamento hanno messo a punto un accordo interistituzionale per coordinare tutti i testi tra loro. Uno degli aspetti più difficili sarà quella sull’unione dei mercati dei capitali, e in particolare sulla proposta della Commissione – sostenuta da Francia, Germania – di trasferire maggiori poteri all’organismo di vigilanza centralizzato dei mercati dell’UE ma Lussemburgo e l’Irlanda si oppongono alla proposta.

In attesa di trovare una strada comune per la strategia in politica industriale a Bruxelles prende forma un’azione per ridefinire il rapporto con gli Stati Uniti e la Cina impedendo che fondi pubblici europei finiscano nelle mani di aziende straniere. E’ quanto emerge dal dibattito sugli appalti pubblici per cui l’Ue, nata come mercato aperto, sta per diventare una potenza industriale che intende difendere interessi strategici continentali. Una sorta di principio di “Europa first” negli appalti pubblici che rappresenterebbe una svolta protezionistica rispetto alle scelte degli anni Novanta. Il vicepresidente Séjourné lo ha chiarito in questo modo: ”i Paesi che vogliono accedere ai mercati europei degli appalti pubblici dovranno aprire i propri mercati in cambio”.

La politica dei dazi sulle esportazioni europee ha mostrato come gli Stati Uniti considerino ormai anche gli europei concorrenti. A Bruxelles cresce la convinzione che il libero mercato valga ormai soltanto per gli europei. Pechino utilizza l’accesso al proprio mercato come leva geopolitica, protegge filiere strategiche e sfrutta la sovrapproduzione industriale per conquistare quote di mercato all’estero. Tendenze protezionistiche nella Ue non più solo espressione della Francia, ma anche della Germania dove si discute l’introduzione dell’obbligo di utilizzare acciaio europeo nei grandi progetti pubblici finanziati dall’Unione.

Tema centrale resta l’alto costo dell’energia

Una nuova proposta della Commissione prevede di rafforzare il sostegno alla produzione di biogas e biometano per rimpiazzare l’importazione e il consumo di combustibili fossili, soprattutto nei settori difficili da decarbonizzare. Passa anche da qui AccelerateEU, la nuova strategia dell’Ue per “fornire aiuti immediati alle famiglie e alle industrie europee, in particolare a quelle più vulnerabili, mettendo nel contempo l’Europa su un percorso costante verso l’indipendenza energetica”. Dopo REPowerEU, nato per ridurre la dipendenza da gas e petrolio russi, un nuovo intervento – il secondo in cinque anni, ricorda Bruxelles – per arginare gli effetti sociali ed economici della dipendenza dell’Unione dai combustibili fossili di importazione, che coprono il 57% della domanda energetica. Nel 2025 l’Europa ha speso 340 miliardi di euro per l’acquisto di combustibili fossili da paesi terzi. Un conto che dall’escalation del conflitto in Medio Oriente è cresciuto di 24 miliardi di euro.

Un piano in cinque pilastri

Il piano, contenuto in una comunicazione della Commissione, si regge su cinque pilastri: coordinamento tra Stati per gli acquisti congiunti di gas e petrolio, protezione dei consumatori, accelerazione dell’elettrificazione e del passaggio all’energia prodotta in Ue, integrazione dei sistemi energetici nazionali, rilancio degli investimenti. Su quest’ultimo fronte la Commissione stima il costo della transizione energetica in 660 miliardi di euro l’anno da qui al 2030, chiarendo che “i fondi pubblici da soli non bastano a coprire le ingenti esigenze di investimento” e che per questo i governi nazionali dovranno utilizzare al meglio il nuovo quadro per gli aiuti di Stato adottato a marzo di quest’anno. Sempre in tema di regimi di sostegno, Bruxelles ha annunciato la presentazione, entro la fine di aprile, di un quadro temporaneo di aiuti per alleviare gli effetti della crisi energetica su famiglie e imprese.

Bruxelles ha accettato di ridurre il costo dell’Ets per alcune energivore

Quanto alla decarbonizzazione Bruxelles ha accettato di ridurre il costo dell’Ets per quelle energivore, dopo le pressioni di industrie e governi europei, che hanno già contribuito a rallentare l’eliminazione graduale dei permessi gratuiti distribuiti per anni in modo copioso, nel sistema che, tra le altre cose, il Governo Meloni ha tentato invano di far sospendere. Dopo l’intervento sul mercato del carbonio e sulla riserva di stabilità del mercato (Msr), il meccanismo che regola l’eccesso di quote di CO₂, la Commissione Ue ha presentato la sua proposta di aggiornamento dei benchmark per il periodo 2026-2030, cioè i parametri che determinano l’assegnazione gratuita delle quote ai settori industriali. In base alla proposta della Commissione, le industrie continueranno a ricevere in media quote gratuite che coprono circa il 75 per cento delle loro emissioni di anidride carbonica, mantenendo la copertura delle emissioni indirette derivanti dall’uso dell’energia elettrica in 14 parametri di riferimento.

Misure tampone che non chiariscono quale debba essere la vera strategia dell’industria Ue. “La verità – spiega Sandro Gozi ex viceministro per le Politiche europee ed ora eurdepuato di Renew Europe stesso partito di Séjourné – è che il modello tedesco basato tutto su export e Cina ha mostrato i suoi limiti mentre l’Italia si è appiattita sulla Germania. Occorre smantellare le barriere nazionali che impediscono la creazione di un vero mercato dei capitali e dei servizi che possa portare a una libera circolazione dei beni e sono invece una zavorra alla crescita europea. Secondo dobbiamo fare più mercato interno e scelte strategiche concentrando risorse su settori come transizione verde, automotive e tecnologie avanzate ma nello stesso tempo dobbiamo pretendere reciporocità nei rapporti commerciali globali”. Sull’accordo Meloni-Merz Gozi taglia corto: “ l’Italia si è appiattita sulla Germania ma ha tutto da perdere perché si tratta di utilizzare aiuti di Stato e che favoriscono coloro che hanno spazi fiscali maggiori”.

L’Europa deve decidere se e come giocare un ruolo come terzo attore dell’economia mondiale

Dopo il viaggio di Trump a Pechino l’Europa deve decidere se e come intende giocare un ruolo come terzo attore dell’economia mondiale. Lo dice l’ambasciatore Piero Benassi già rappresentante italiano all’Unione europea. “Lo stesso Draghi lo ha ripetuto ad Achen – osserva Benassi – e propone di andare avanti con la cooperazione rafforzata, ma non ci sono condizioni di politica interna negli Stati membri che possano favorire la proposta: la Francia ha i problemi che conosciamo, Merz in Germania perde consensi a vantaggio di Afd, nel Regno Unito che dovrebbe riavvicinarsi a Bruxelles Starmer si trova in una situazione critica. Non parliamo poi – aggiunge Benassi – dell’ asse Roma-Berlino che è durato la spazio di un mattino perché se si indebolisce l’intera politica industriale europea non c’è futuro neppure per le due principali industrie manifatturiere del continente”.

Eppure l’Unione non può non giocare un ruolo

Eppure, suggerisce Benassi “un’Unione con 450 milioni di ricchi consumatori di Paesi avanzati non può non giocare un ruolo, non avere uno spazio come terzo o anche quarto attore dell’economia mondiale se pensiamo anche all’lndia dopo Usa e Cina. Non è un panorama incoraggiante quello che si apre per il futuro della politica industriale europea dopo il vertice di Pechino dove è parso evidente che il coltello dalla parte del manico lo ha Xi Jinping mentre Trump ha mostrato di non avere tempo e quando si lavora con la fretta si è già perdenti. Trump torna in America mascherando con qualche accordo commerciale il nulla ottenuto su Iran e Hormuz così come su Taiwan“.

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