Vedremo gli effetti immediati dei dazi applicati alle esportazioni europee negli Stati Uniti con i numeri dell’ultimo trimestre dell’anno e a seguire con l’andamento dei primi mesi del 2026. Al netto delle dichiarazioni randomiche del presidente Donald Trump, le più recenti riguardanti nuove limature verso l’alto sui dazi alla farmaceutica e ad altri settori come i mobili, la nebbia di incertezza che aveva avvolto il futuro del commercio internazionale nei mesi scorsi in parte si sta assottigliando. Un livello medio dei dazi attorno al 15% sulle esportazioni, tra assorbimento dei margini lungo la catena distributiva e un po’ di aumento dei prezzi, potrebbe non avere effetti così catastrofici sugli scambi commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti.
La guerra commerciale non è però finita qui, anzi: i negoziatori americani vorrebbero imporre all’economia europea una battaglia comune sull’aumento delle tariffe da applicare alle merci provenienti da Cina e India. Del “lato cinese” della guerra tariffaria e delle nuove politiche commerciali globali innescate dal Trump ne abbiamo parlato con Alexander Brown, senior analyst del Mercator Institute for China Studies (MERICS), uno dei più ascoltati think tank europei focalizzati sulla Cina.
Qual è lo stato dell’arte della guerra tariffaria tra USA e Cina?
“La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina si trova in una fase di ‘tregua’, sebbene le tariffe restino su livelli elevati. Non sono attesi cambiamenti significativi agli attuali livelli tariffari prima di novembre, quando scadrà la proroga della tregua dei dazi del cosiddetto Liberation Day. Nel frattempo, sono in corso negoziati riguardo ai controlli tecnologici e ad altre questioni di accesso al mercato, in particolare per quanto riguarda la potenziale acquisizione di TikTok da parte di soggetti statunitensi”.
Allo stato attuale le tariffe commerciali tra le due economie cosa prevedono?
“Dopo un periodo di escalation tra aprile e maggio, le attuali tariffe medie sono pari al 58 per cento sui beni cinesi negli Stati Uniti e al 33 per cento sui beni statunitensi in Cina, secondo quanto riportato dal Peterson Institute for International Economics. Le aliquote sui singoli prodotti variano sensibilmente”.
Oltre alle tariffe, quali sono le contromisure adottate dalla Cina per rispondere alla guerra dei dazi?
“La principale contromisura adottata dalla Cina è stata la restrizione delle esportazioni di terre rare. Ma l’elemento più importante da valutare è un altro: Pechino ha cercato di presentarsi in questi mesi come un partner commerciale più affidabile degli USA e ha cercato di rafforzare i legami con altri Paesi anch’essi sottoposti alle pressioni dei dazi statunitensi. Questo è emerso chiaramente durante la conferenza della Shanghai Cooperation Organization a Tianjin, dove, tra le altre cose, Xi Jinping e il Primo Ministro indiano Narendra Modi hanno ribadito l’impegno a essere ‘partner e non rivali'”.
Più in generale, qual è la strategia politica che il governo cinese metterà in campo per affrontare il nuovo ordine tariffario imposto da Trump?
“Il governo cinese ha adottato una strategia di risposta speculare, occhio per occhio si direbbe (“tit-for-tat”), evitando però un’escalation. Ha cercato di dimostrare determinazione e forza, in particolare nel periodo di aprile e maggio, quando le tariffe medie da entrambe le parti sono state innalzate oltre il 120 per cento. La Cina ha utilizzato in modo molto efficace le restrizioni all’export di terre rare per aumentare la pressione sugli Stati Uniti: questa strategia sembra aver funzionato. In ultima analisi, Pechino spera di arrivare a un grande accordo con Trump, sotto forma di un ipotetico accordo di ‘Fase Due’. Questo includerebbe probabilmente l’impegno ad acquistare più beni statunitensi per ridurre lo squilibrio commerciale. In cambio, la Cina cercherebbe di ottenere un accesso sicuro ai mercati e alla tecnologia degli Stati Uniti”.
Premesso che i numeri dell’economia cinese non sono sempre chiarissimi: quale potrebbe essere l’effetto del nuovo regime di dazi globale sulla crescita cinese dei prossimi anni?
“Se dovessero rimanere in vigore, questo livello dei dazi statunitensi frenerebbe la crescita delle esportazioni andando ad indebolire l’andamento complessivo della crescita economica della Cina dei prossimi anni”.
La domanda interna cinese, di cui si discute da ormai più di vent’anni, che segnali dà?
“Il governo cinese da tempo sostiene di voler accrescere il ruolo della domanda interna come motore dell’economia. Questo messaggio è diventato però più evidente negli ultimi mesi, con numerosi esperti e funzionari cinesi che esprimono preoccupazione per quello che definiscono un “contesto internazionale incerto”, vale a dire l’aumento delle tensioni geopolitiche e, in particolare, i dazi statunitensi. Tuttavia, il governo cinese non ha ancora attuato riforme significative in questa direzione. Sono state introdotte alcune misure migliorative nel welfare, come l’aumento del sostegno economico alle famiglie, ma si tratta finora solo di piccoli passi. La priorità principale del governo resta il rafforzamento della manifattura e il supporto all’innovazione tecnologica. L’auspicio è che l’aumento della produttività nel settore industriale garantisca un continuo slancio alla crescita economica”.
Quanto sono fondate le preoccupazioni europee relative al fatto che la Cina possa spostare la sua overcapacity industriale verso l’Unione Europea?
“Sono molto fondate. Con l’aumento delle barriere al mercato statunitense e con le autorità americane impegnate a rafforzare le misure per contrastare l’elusione dei dazi, la pressione sul mercato europeo è destinata a crescere. I dati commerciali di quest’anno mostrano già che una quota maggiore delle esportazioni cinesi è ora diretta verso l’Unione Europea. Dall’inizio dell’anno fino alla fine di agosto, il valore complessivo delle esportazioni cinesi, in termini di Renminbi, è aumentato del 7 per cento. La crescita è stata particolarmente marcata in Europa, con un incremento dell’11 per cento per l’Unione nel suo complesso. Al contrario, le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa un terzo”.
Quali sono le altre aree regionali del mondo dove la Cina pensa di poter indirizzare la sua forza di esportazioni?
“La Cina punta ad espandere le esportazioni in tutte le regioni del mondo, considerando i paesi in via di sviluppo del Sud-Est Asiatico e dell’America Latina come aree con forte potenziale di crescita. Quest’anno, fino a fine agosto, le esportazioni cinesi verso i paesi dell’ASEAN sono aumentate del 16 per cento, mentre quelle verso l’America Latina del 7 per cento. Tuttavia, i mercati europeo e statunitense restano più importanti per i beni ad alto valore aggiunto, grazie al potere d’acquisto più elevato dei consumatori. Questi mercati sono determinanti per gli esportatori cinesi: lì possono ottenere profitti più alti o trovare acquirenti per prodotti di qualità superiore che altrove non riuscirebbero a vendere”.
Con le tante variabili internazionali in campo, per l’Europa sarà possibile ridefinire un approccio globale rispetto al suo rapporto commerciale con la Cina?
“I rapporti commerciali tra l’Europa e la Cina sono sempre più complessi, a causa del persistente squilibrio commerciale e del fatto che le aziende cinesi rappresentano una minaccia competitiva crescente per le imprese europee, non solo in Cina, ma anche all’estero. Va detto che l’Unione ha iniziato a utilizzare in modo più deciso gli strumenti di difesa commerciale a sua disposizione per contrastare le distorsioni del mercato. Ciò include l’attivazione dell’International Procurement Instrument nel settore dei dispositivi medici, per reagire al trattamento ingiusto riservato alle aziende europee in Cina, o per esempio l’imposizione di dazi compensativi sui veicoli elettrici cinesi sovvenzionati. Sotto la guida della Presidente Ursula von der Leyen, Bruxelles sembra davvero impegnata in questa linea d’azione”.
Funzionerà questo approccio per ribilanciare alcuni degli squilibri commerciali in corso?
“Non ci sono segnali che ciò possa portare la Cina a modificare il proprio approccio alla politica industriale. Considerando, inoltre, anche le posizioni contrastanti dell’Unione e della Cina riguardo alla Russia e alla guerra in Ucraina, è chiaro che i rapporti tra Bruxelles e Pechino resteranno tesi nel prossimo futuro”.