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Cos’è arte? “E’ ancora viva”. Da Duchamp a Bansky: readymade e anonimato mettono in discussione l’arte contemporanea

Questo è esattamente ciò che Duchamp intendeva: mettere il pubblico davanti alla domanda “Cos’è l’arte?” invece che davanti al mito dell’artista-genio. Banksy funziona in modo simile oggi: il gesto, l’idea e la provocazione contano più del nome, che resta misterioso

Cos’è arte? “E’ ancora viva”. Da Duchamp a Bansky: readymade e anonimato mettono in discussione l’arte contemporanea

Oggi l’arte non è più “possesso di oggetti belli”, ma esperienza, idea, gesto o dibattito, proprio come diceva Duchamp. Chiunque può provocare, interrogare e ridefinire cosa sia arte, facendo diventare il pubblico parte della stessa riflessione.

Marcel Duchamp (1887 – 1968) è stato un artista francese naturalizzato statunitense, considerato uno dei protagonisti più importanti dell’arte del XX secolo. È famoso soprattutto per aver rivoluzionato il concetto stesso di opera d’arte, passando dall’estetica tradizionale all’idea che l’arte potesse essere soprattutto un atto mentale. Nato a Blainville-Crevon (Francia), Duchamp iniziò come pittore, avvicinandosi all’Impressionismo e poi al Cubismo. Fu l’opera Nudo che scende le scale n.2 (1912) lo rese noto per la fusione di Cubismo e movimento. Usò lo pseudonimo femminile Rrose Sélavy per firmare alcune opere, mettendo in discussione identità e autorialità. I “Readymade”: oggetti comuni scelti dall’artista e presentati come opere d’arte (es. Ruota di bicicletta, 1913; Fontana, 1917 – un orinatoio firmato “R. Mutt”).

L’idea dei “readymade” è proprio il cuore della rivoluzione duchampiana. Duchamp li definiva “oggetti industriali elevati allo stato di opera d’arte per semplice scelta dell’artista”. Il suo esempio più simbolico fu l’opra Fountain (1917): un orinatoio capovolto, firmato “R. Mutt”. Rifiutato da una mostra “aperta a tutti”, divenne l’emblema di un nuovo modo di intendere l’arte: non l’oggetto, ma l’atto di scelta e il contesto la trasformano in opera. Non meno importante la sua opera “L.H.O.O.Q.” (1919) una delle sue opere più famose di readymade satirico. Questa volta Duchamp non ha creato un oggetto nuovo, ma ha modificato un’icona dell’arte: una riproduzione della Gioconda di Leonardo da Vinci con dei baffi e una barba sottili disegnati sopra.

Ed è qui che Duchamp ci dice: l’arte è un’idea, non un oggetto sacro. Un esempio che critica L’opera critica le istituzioni, musei e critici che definiscono cosa è “arte”; il mercato dell’arte, che idolatra l’autore e l’oggetto e anche il pubblico, che spesso venera l’opera più per fama che per contenuto.

Perché Duchamp è stato rivoluzionario

Per lui non contava più “come” l’opera era realizzata, ma l’idea dietro. Il gesto dell’artista diventava concettuale. In questo modo mise in crisi l’aura dell’arte definendo che gli oggetti prodotti in massa potevano essere lo stesso “arte” quanto una scultura unica: quindi non era più la rarità o la manualità a definire l’opera. In questo modo l’artista non era solo un “creatore” manuale, ma un selezionatore, un provocatore, un pensatore. Da qui l’apertura all’arte concettuale e postmoderna. Quasi tutta l’arte del dopoguerra (da Warhol a Hirst) deve qualcosa a questo ribaltamento: l’opera può essere un’idea, un gesto, un’azione. In altre parole, Duchamp dimostra che l’arte non è una categoria naturale ma una categoria culturale, ossia un oggetto è arte perché qualcuno (un artista, un’istituzione, un pubblico) decide di trattarlo come tale.

L’intuizione dei readymade di Duchamp ha lasciato un’impronta fortissima su altri artisti e movimenti

Prendiamo ad esempio Andy Warhol (Pop Art) che come Duchamp sceglie oggetti comuni, Warhol sceglie immagini comuni (lattine di zuppa Campbell’s, ritratti di star) e le riproduce in serie. Per lui l’arte, ciò che conta non è più il “prodotto raffinato”, ma il “prodotto della cultura di massa”. Piero Manzoni (Italia, anni ’60) con opere concetto come Merda d’artista (1961), 90 scatolette sigillate, etichettate come “opera d’arte”, vendute a peso d’oro. La sua eredità duchampiana pone l’oggetto come puro pretesto; è il gesto (firmare, inscatolare) che crea il senso. Infine il più contemporaneo, Banksy (Street Art contemporanea). I suoi graffiti nascono nello spazio urbano, poi finiscono nelle aste e nei musei. Una vera provocazione istituzionale. Performance come Love is in the Bin (l’opera che si autodistrugge subito dopo l’asta) giocano con il sistema dell’arte così come Duchamp provocava il sistema espositivo. E mentre Duchamp usava pseudonimi per firmare, Banksy usa l’anonimato per spostare l’attenzione dall’artista al gesto.

L’anonimato rafforza il readymade

L’anonimato può spostare il senso dell’opera dal chi al cosa e dal valore economico al valore concettuale o sociale. Può essere un modo per liberare l’arte dall’ego o, al contrario, un modo per creare un’aura nuova e diversa intorno al lavoro. “Quando un artista sceglie l’anonimato o uno pseudonimo, sta giocando con una delle componenti più “sacre” dell’arte moderna: l’autore. Nella cultura occidentale siamo abituati a collegare il valore dell’opera al nome dell’artista (la “firma” aumenta prezzo, prestigio, aura). L’anonimato è un modo per smontare questo meccanismo e far risaltare il gesto, l’idea o il messaggio piuttosto che la persona”

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