La competitività non nasce soltanto dagli investimenti, dall’innovazione tecnologica o dalla capacità di esportare. Sempre più spesso passa dalla qualità delle relazioni che un’impresa riesce a costruire con lavoratori, fornitori, istituzioni, università, banche e territori. È questa la fotografia che emerge dal rapporto “Coesione è Competizione”, promosso da Fondazione Symbola, Intesa Sanpaolo, Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, presentato a Mantova nell’ambito del Seminario Estivo della Fondazione Symbola.
I numeri raccontano una trasformazione significativa del tessuto produttivo italiano. Negli ultimi cinque anni la quota di imprese definite “coesive” è salita dal 37,4% del 2020 al 43,5% del 2025. Non si tratta soltanto di un aumento quantitativo: cresce anche il numero medio di relazioni che queste aziende instaurano con gli attori economici e sociali dei territori, passato da 1,7 a 2,9. Un segnale che testimonia come la collaborazione non sia più soltanto una risposta alle emergenze, come avvenuto durante la pandemia, ma una vera e propria strategia di sviluppo.
Le imprese coesive crescono di più
Il dato più interessante riguarda le performance economiche. Le aziende che investono nelle relazioni mostrano infatti risultati migliori rispetto alle altre. Per il 2026, il 33% delle imprese coesive prevede un aumento del fatturato rispetto all’anno precedente, contro il 20% delle aziende non coesive. Anche sul fronte occupazionale il divario è evidente: il 21% delle imprese coesive prevede di aumentare il personale, mentre la quota scende al 13% tra le altre imprese.
La coesione si conferma quindi non come un elemento accessorio della cultura aziendale, ma come una leva concreta di competitività. Le imprese più radicate nelle comunità e più aperte al dialogo sono anche quelle che dimostrano maggiore capacità di reagire agli shock economici e di affrontare le trasformazioni in corso.
Innovazione digitale e sostenibilità
La ricerca evidenzia una forte correlazione tra coesione e innovazione. Nel triennio 2023-2025 il 76% delle imprese coesive ha investito nella trasformazione digitale, contro il 49% delle non coesive. Ancora più marcata la differenza nell’adozione dell’intelligenza artificiale: la utilizza il 31% delle aziende coesive, quasi il doppio rispetto al 16% delle altre.
Lo stesso vale per la sostenibilità ambientale. Il 68% delle imprese coesive ha realizzato investimenti green nel periodo 2023-2025, contro il 41% delle non coesive. Una distanza che rimane significativa anche nelle previsioni per il triennio successivo. Secondo il rapporto, la capacità di fare rete facilita infatti la diffusione delle innovazioni e accelera i processi di trasformazione, consentendo alle imprese di condividere competenze, risorse e conoscenze.
Il valore delle persone
Un altro elemento distintivo riguarda il rapporto con i lavoratori. Le imprese coesive investono maggiormente nella formazione e nella valorizzazione del capitale umano. L’87% ha puntato sul miglioramento delle competenze del personale, contro il 60% delle altre aziende. Maggiore attenzione viene dedicata anche alle politiche di conciliazione tra vita privata e lavoro.
Un aspetto particolarmente rilevante in un Paese che deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione, la scarsità di alcune figure professionali e una crescente competizione internazionale per attrarre talenti. In questo scenario, benessere organizzativo, inclusione e formazione continua diventano strumenti essenziali non solo per migliorare la qualità del lavoro, ma anche per rafforzare la capacità produttiva delle imprese.
Una domanda che arriva dalla società
La centralità della coesione non riguarda soltanto il mondo produttivo. Secondo l’indagine Ipsos Doxa realizzata per il rapporto, l’85% degli italiani considera oggi la collaborazione e la coesione sociale un bisogno fondamentale. Tra i principali benefici indicati dai cittadini emergono il miglioramento della qualità della vita, una maggiore sicurezza nelle comunità e la possibilità di affrontare insieme i problemi collettivi. In altre parole, la coesione viene percepita sempre più come un fattore di benessere e resilienza sociale.
Dalle filiere ai territori: i casi virtuosi
Il rapporto raccoglie anche numerose esperienze concrete. Da Ferrero, che ha rafforzato la sostenibilità della filiera del cacao attraverso collaborazioni con il terzo settore, a Selle Royal, che ha trasformato gli scarti produttivi in nuove risorse grazie a progetti sviluppati con il mondo non profit.
Altre esperienze dimostrano il valore della collaborazione tra imprese, università e centri di formazione per ridurre il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, come nel caso della Motor Valley emiliana. Non mancano esempi di partnership tra imprese e sistema bancario per sostenere percorsi di crescita e internazionalizzazione, né reti territoriali che hanno contribuito a rendere più competitivi interi comparti economici.
Una sfida per il futuro
Il messaggio che emerge dal rapporto è chiaro: nell’economia contemporanea la competitività non dipende soltanto dalla forza delle singole imprese, ma dalla qualità degli ecosistemi di cui fanno parte. In una fase storica segnata dalle transizioni digitale e ambientale, dalle tensioni geopolitiche e dalla crescente competizione globale, la capacità di costruire relazioni solide appare sempre più una risorsa strategica. La coesione, insomma, non rappresenta un costo o un vincolo allo sviluppo, ma uno dei principali fattori che possono sostenere la crescita dell’economia italiana nei prossimi anni.
