Conclusa l’opas di Mps su Mediobanca, gli occhi del mercato tornano a concentrarsi su Banco Bpm che, uscita dalla passivity rule dovuta all’offerta – poi fallita – di Unicredit, potrebbe presto tornare protagonista del risiko bancario italiano. Le opzioni allo studio sono due: il terzo polo con il Monte dei Paschi (e Mediobanca) o, ed è questa l’ipotesi su cui ci si sta concentrando maggiormente negli ultimi giorni, le nozze con Crédit Agricole Italia, controllata al 76% da Crédit Agricole che a sua volta detiene il 19,8% del Banco e ha già chiesto alla Bce di poter salire sopra il 20%. Ed è qui che arriva il “ma” e arriva per bocca del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Il Golden Power? “Vale anche per loro” ha detto rispondendo a chi gli chiedeva se il governo avesse “obiezioni politiche” ad una eventuale fusione italo-francese.
I piani di Banco Bpm e Crédit Agricole
Le ultime indiscrezioni sul complicato progetto di nozze tra Banco Bpm e Crédit Agricole italia sostengono che la prima rilevi la seconda per 5 miliardi di euro, oltre sei volte gli utili 2020. Il piano, sottolinea Mf-Milano Finanza, si baserebbe su diverse leve: il pagamento dovrebbe avvenire in contanti e gli accordi di distribuzione già in essere dovrebbero essere prolungati. Ma soprattutto, la quota di Banco Bpm in mano a Crédit Agricole salirebbe dal 19,9% al 24,9%, sotto la soglia di opa, e alla capogruppo sarebbero conferite anche partecipazioni in Agos Ducato e soprattutto in Anima.
Oltre all’aspetto finanziario ci sarà poi da considerare quello relativo alla governance. Ed in questo contesto i primi segnali potrebbero arrivare la prossima primavera, quando ci sarà da rinnovare il board di Banco Bpm. “Le nuove regole del Tuf, approvate lo scorso anno, renderanno più complicata la presentazione di una lista da parte del board uscente”, evidenzia Mf, secondo cui la via più facile per evitare gli ostacoli posti dalla nuova normativa sarebbe quella di presentare una lista unica che includa al suo interno nomi in grado di soddisfare tutti i grandi azionisti, italiani e francesi. E dunque non solo Crédit Agricole, ma anche le fondazioni e le casse di previdenza che oggi detengono circa il 6,5% conferito in un patto. Una soluzione potrebbe essere quella di confermare Castagna alla guida della banca milanese, cedendo la presidenza nelle mani dei francesi.
Il nodo golden power e le parole di Giorgetti
Bisogna capire però cosa ne pensa il Governo. Ed è proprio per questo che, come riferito dal Messaggero, Castagna sarebbe oggi a Roma. In programma incontri con l’esecutivo e con la vigilanza allo scopo di sondare il terreno e capire gli umori che si respirano tra Palazzo Chigi e via XX Settembre.
La domanda è una sola: su quali basi l’esecutivo dovrebbe supportare un’operazione tra Banco Bpm e Crédit Agricole dopo aver detto, più volte e senza appello, No a Unicredit? Il Governo ha ottimi rapporti sia con il manager napoletano che con Crédit Agricole, che ad agosto, tramite Amundi, ha anche contribuito ad affossare l’ops lanciata da Mediobanca su Banca Generali. Ma questo basta per dire sì ai francesi di Crédit Agricole e dopo aver detto no agli italiani di Unicredit, considerando che anche questa operazione come la precedente avrebbe al centro Anima, uno dei principali attori del risparmio gestito italiano?
La risposta – stando alle parole pronunciate da Giorgetti prima di entrare in Senato per il suo intervento di replica alle mozioni parlamentari sul documento programmatico di bilancio – sembrerebbe essere “no”.
“Io non ho obiezioni politiche, io ho una legge che devo far rispettare, come l’ho fatta rispettare agli altri la farò rispettare a loro. C’è una legge e vale per tutti“, ha risposto a una domanda relativa all’esistenza di possibili “obiezioni politiche” ad una eventuale fusione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia. E all’ulteriore domanda se ipotizza anche un utilizzo del golden power, Giorgetti ha replicato: “Mi riferisco alla legge appunto, quella li'”.
Con un decreto risalente al 18 aprile il governo ha applicato il golden power all’ops lanciata da Unicredit su Banco Bpm. All’epoca, con i poteri speciali, l’esecutivo ha chiesto a Piazza Gae Aulenti di mantenere il peso degli investimenti di Anima Holding in titoli emessi da soggetti italiani, e di supportarne lo sviluppo, un vincolo che Palazzo Chigi ha giustificato con la necessità di garantire la stabilità del risparmio gestito e sostenere il mercato dei capitali domestico. Anche nel caso di Crédit Agricole potrebbero dunque valere le stesse regole.