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Antitrust sanziona per 936 milioni sei compagnie petrolifere. Tra queste Eni che “esprime il più fermo dissenso”

Secondo l’Autorità, gli operatori petroliferi si sono coordinati per determinare il valore della componente bio inserita nel prezzo del carburante. Eni, a cui è richiesto di pagare 336 milioni, fa sapere che tutelerà le proprie ragioni in sede giurisdizionale perché la decisione è “incomprensibile e infondata”

Antitrust sanziona per 936 milioni sei compagnie petrolifere. Tra queste Eni che “esprime il più fermo dissenso”

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha comminato una sanzione di oltre 936 milioni complessivi a Eni, Esso, Ip, Q8, Saras e Tamoil per intesa restrittiva della concorrenza. Ma Eni, per la quale la sanzione ammonta a 336 milioni, non è d’accordo e ha espresso “fermo dissenso e profonda sorpresa” per la sanzione annunciata al termine di un procedimento avviato oltre due anni fa.

Dall’istruttoria dell’Antistrust, avviata per azione di un “whistleblower”, è emerso che i principali operatori petroliferi si sono coordinati per determinare il valore della componente bio inserita nel prezzo del carburante.

Il titolo Eni a Piazza Affari quota 15,18 euro, in rialzo dello 0,13%, in un Ftse Mib in rialzo dello 0,26%.

La sanzione in capo al gruppo Eni è di 336 milioni di euro

L’Autorità si è mossa nei confronti delle più importanti compagnie petrolifere operanti in Italia: Eni, Esso, Ip, Iplom, Q8, Saras e Tamoil (per quest’ultima anche con riferimento alle condotte di Repsol e ha accertato un’intesa restrittiva della concorrenza nella vendita del carburante per autotrazione per tutte le parti, fatta eccezione per Iplom e Repsol. Per questo motivo ha sanzionato le società per un totale complessivo di 936,7 milioni di euro e in particolare Eni per 336,2 milioni, Esso per 129.4 milioni, Ip per 163,7 milioni, Q8 per 172, 6 milioni, Saras per 43,8 milioni e Tamoil per 91,1 milioni.

Il cartello ha avuto inizio il 1° gennaio 2020 e si è protratto fino al 30 giugno 2023. Il valore di questa importante componente del prezzo è passato da circa 20 euro/mc del 2019 a circa 60 euro/mc del 2023.

Secondo l’Antitrust, si legge, “le compagnie hanno attuato contestuali aumenti di prezzo – in gran parte coincidenti – determinati da scambi di informazioni diretti o indiretti tra le imprese interessate. Il cartello è stato facilitato dalla comunicazione del valore puntuale della componente bio in numerosi articoli pubblicati su “Staffetta Quotidiana”, quotidiano di settore, grazie anche alle informazioni inviate direttamente da Eni al giornale”.

La risposta di Eni: decisione Antitrust incomprensibile e infondata, basata su totale travisamento dei fatti

La risposta di Eni non si è fatta attendere e con una nota “esprime il più fermo dissenso e la profonda sorpresa per le conclusioni dell’Autorità”.

Nonostante la “piena collaborazione e la trasparenza assicurata” da Eni durante tutto il corso dell’istruttoria, si legge in una nota, l’impianto accusatorio dell’Agcm si fonda su una ricostruzione artificiosa che ignora le logiche di funzionamento del mercato e travisa la realtà dei fatti, decontestualizzando comunicazioni legittime legate ai rapporti di fornitura reciproca tra gli operatori”.

L’Antitrust, dice ancora Eni, “ignora le evidenze emerse nel corso dell’istruttoria, che dimostrano come Eni e gli altri operatori abbiano sempre agito in autonomia e spesso in disallineamento, così come infondate risultano anche le valutazioni riguardo alla pubblicazione dei prezzi sulla stampa di settore, dato che le informazioni relative alla variazione dei prezzi della componente bio erano già note al mercato e, quindi, non in grado di condizionare le dinamiche concorrenziali”.

La decisione dell’Agcm, aggiunge Eni, “appare, peraltro, ancora più paradossale se si considera che riguarda una componente, imposta da obblighi normativi, che incide solo per pochi centesimi al litro sul prezzo al consumo del carburante e colpisce ingiustificatamente condotte commerciali corrette e trasparenti, disincentivando l’efficienza e l’innovazione in un settore strategico per il Paese”. Un simile approccio, sottolinea l’ENI, “purtroppo non nuovo da parte dell’Autorità, rischia di penalizzare ulteriormente gli investimenti industriali italiani nella transizione energetica”.

Oltre al danno derivante da “un’ingiusta sanzione, di importo assolutamente abnorme, il provvedimento odierno costituisce inoltre un ennesimo grave danno reputazionale per Eni, che viene accostata a pratiche collusive alle quali è del tutto estranea”. Eni, pertanto, “come già fatto in passato in relazione alla sanzione già ricevuta per asserite pratiche commerciali scorrette” proprio in relazione ai propri biocarburanti (caso Diesel+), annullata definitivamente dal Consiglio di Stato dopo oltre 5 anni dalla sua irrogazione, “tutelerà con determinazione le proprie ragioni e la propria immagine in ogni sede competente”, conclude la nota.

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