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Casa Bianca story, Natalie Harp e i suoi predecessori: quando la lealtà al Presidente degli Stati Uniti è incondizionata

Donald Trump è noto per essersi circondato di personaggi a lui fedelissimi, sebbene abbiano spesso qualifiche discutibili. Natalie Harp ha l’incarico della gestione dell’account del tycoon su Truth Social e, quindi, la redazione di molti dei suoi post, compresi quelli con contenuti controversi e offensivi

Casa Bianca story, Natalie Harp e i suoi predecessori: quando la lealtà al Presidente degli Stati Uniti è incondizionata

È un dato ormai acclarato che, nella sua seconda amministrazione, Donald Trump abbia voluto circondarsi di personaggi a lui fedelissimi, sebbene abbiano spesso qualifiche discutibili e profili a dir poco singolari. Due ex avvocati del tycoon sono stati collocati al vertice del dipartimento di Giustizia: Pam Bondi, la procuratrice generale poi dimissionata per la gestione dei dossier del finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, e Todd Blanche, il suo vice che l’ha in seguito sostituita. Robert F. Kennedy Jr., convinto della possibilità di un legame tra vaccini e autismo, è divenuto il titolare del dicastero della Salute. La guida del dipartimento dell’Istruzione è stata affidata a Linda McMahon che, in precedenza, era stata la dirigente di una società per la promozione del wrestling professionistico. Kristi Noem, l’ex responsabile del dipartimento della Sicurezza Interna e ora la rappresentante degli Stati Uniti nella coalizione dei Paesi americani per contrastare il narcotraffico, ha un curriculum nel quale, prima degli incarichi federali, spicca soprattutto l’uccisione del cane da caccia che l’aveva fatta sfigurare agli occhi degli amici con le sue mediocri prestazioni venatorie.

La “stampante umana” di Trump

Nella quiete solo apparente della politica statunitense di agosto, il senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, in corsa per la conferma al Congresso nelle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, e i media hanno recentemente riacceso l’attenzione su un’altra bizzarra figura dell’entourage di The Donald, Natalie Harp, una delle assistenti del presidente, che ha come incarico principale la gestione dell’account del tycoon su Truth Social e, quindi, la redazione di molti dei suoi post, compresa la creazione di contenuti controversi e offensivi come l’immagine di Barack Obama e della moglie Michelle nelle sembianze di scimmie.
Soprannominata “la stampante umana”, perché letteralmente si sposta al seguito del capo della Casa Bianca con una stampante portatile per fornire a Trump la versione cartacea di qualsiasi documento a cui il presidente sia interessato, Harp è divenuta una collaboratrice inseparabile di The Donald. Tant’è che, nell’ormai famigerato trasbordo dall’aereo donatogli dall’emiro dal Qatar al vecchio Air Force One per il volo di ritorno dal summit della Nato ad Ankara del 7 e 8 luglio scorsi, il presidente si era fatto seguire da Harp e aveva lasciato sull’altro velivolo, primo di adeguate difese e ipotetico bersaglio di un possibile attentato iraniano, sia il segretario di Stato Marco Rubio, sia quello del Tesoro Scott Bessent.

Harp racconta di avere sviluppato una vera e propria venerazione per Trump perché la sua promulgazione del Right to Try Act del 2018 le avrebbe consentito l’accesso a cure oncologiche sperimentali, non ancora approvate dalla Food and Drugs Administration, che le avrebbero salvato la vita. Il tycoon ha attestato la lealtà incondizionata della sua collaboratrice, dichiarando che Harp è l’unica persona ad amarlo quanto la moglie Melania e i suoi figli. Nondimeno, le principali ragioni che hanno portato Harp nello staff della Casa Bianca sembrano essere le critiche all’assetto dato alla sanità statunitense da Barack Obama durante la campagna elettorale del 2020 e soprattutto la convinzione che Trump avesse sconfitto Joe Biden nel voto di quell’anno, come aveva avuto più volte occasione di esternare quando lavorava come giornalista per la rete televisiva iperconservatrice One America News Network.

Liaisons dangereuses

La notoria predilezione del tycoon per circondarsi di giovani donne bionde di bella presenza, come ricordato in un recente articolo di Maureen Dowd (Natalie’s Magnificent Obsession, “New York Times”, 22 agosto), ha alimentato illazioni su una relazione sentimentale tra l’ottuagenario presidente e la sua trentacinquenne assistente. Queste voci sono state rilanciate dall’attacco di Osoff, secondo il quale Trump non vorrebbe fare il presidente, ma desidererebbe solo viaggiare con Harp. Sarebbero anche avvalorate da un supposto litigio tra The Donald e la first lady Melania domenica scorsa, mentre assistevano a una gara automobilistica a Washington, proprio per la presenza di Harp.

In tale prospettiva, però, se il passato abbonda di avventure extraconiugali degli inquilini della Casa Bianca, c’è forse un solo esempio di infatuazione tra un presidente e una collaboratrice, ancorché di durata circoscritta nel tempo. Tra il novembre del 1995 e il marzo del 1997, il democratico Bill Clinton ebbe una relazione con una stagista della Casa Bianca, Monica Lewinsky, rischiando la destituzione a seguito di una procedura d’impeachment, non già per l’adulterio – che negli Stati Uniti non è certo un reato – ma per aver mentito sotto giuramento sui loro rapporti. Lewinsky si era talmente illusa sui sentimenti di Clinton da credere possibile che, per stare con lei, il presidente avrebbe lasciato la moglie al termine del mandato. Molto più comuni sono stati i rapporti del tutto occasionali di alcuni presidenti con componenti dello staff, senza alcun tipo di coinvolgimento emotivo.
Il democratico Lyndon B. Johnson ne aveva di così frequenti nello Studio Ovale che aveva fatto installare un sistema di fotocellule per essere allertato in anticipo quando sua moglie lasciava la zona residenziale della Casa Bianca per imboccare il corridoio che l’avrebbe portata negli uffici dell’esecutivo.

La lealtà politica nei secoli

La devozione di Harp per Trump sembra piuttosto collocarsi in una sfera esclusivamente politica, avvicinandosi con qualche analogia a quella di Antonio Razzi, il senatore dell’Italia dei Valori passato al Popolo della Libertà che, in una ormai celebre intervista del 2013 al programma radiofonico La Zanzara, dichiarò ironicamente che all’ex premier Silvio Berlusconi avrebbe dato anche un rene o addirittura due nonché sua moglie, se quest’ultima avesse acconsentito. Si possono fare numerosi esempi di questo tipo di rapporto all’interno della Casa Bianca. Per esempio, malgrado un’iniziale diffidenza reciproca, la lealtà di Edwin M. Stanton verso il repubblicano Abraham Lincoln, di cui fu il secondo segretario alla Guerra, divenne così forte che, dopo l’omicidio del presidente (15 aprile 1865), dedicò tutto il suo tempo e le proprie energie alla cattura dell’assassino e dei suoi complici nonché all’identificazione dei mandanti.

Un altro protagonista della guerra civile, il generale Ulysses S. Grant, dopo la propria ascesa alla presidenza nel 1869 trovò un fedelissimo collaboratore in John A. Rawlins, il suo capo di stato maggiore durante il conflitto, che aveva nominato segretario alla Guerra. Come aveva già fatto sul campo di battaglia, Rawlins si impegnò a tenere a freno la propensione di Grant al consumo massiccio di whiskey, diventando astemio nel tentativo di dargli il buon esempio, e si fece un dovere di difendere la reputazione del presidente, scagliandosi contro chiunque gli desse dell’alcolizzato. Sebbene i medici gli avessero consigliato di rinunciare alla carica per trasferirsi in Arizona, dove la sua salute minata dalla tubercolosi avrebbe beneficiato del clima secco, Rawlins volle restare a Washington a fianco di Grant e morì dopo meno di sei mesi di mandato per un’emorragia polmonare.

A dedicare la propria esistenza a un presidente fu anche Louis Howe. Giornalista di scarso successo ma di grande fiuto politico, conobbe il democratico Franklin Delano Roosevelt quando quest’ultimo era candidato a un seggio del Senato dello Stato di New York nel 1910. Da quel momento in poi, divenne il principale consigliere politico di Roosevelt e ne guidò la progressiva ascesa politica, fino ad aiutarlo a conquistare la presidenza nel 1932. Dopo l’entrata in carica di Roosevelt si trasferì a vivere alla Casa Bianca (alloggiava nella Lincoln Bedroom, una suite per gli ospiti) in modo da essere sempre a disposizione.
Howe si identificò a tal punto nella carriera di Roosevelt da considerare i suoi successi come l’unico scopo della propria vita. Perfino dal letto di morte nell’aprile del 1936 (spirò il 18 del mese) continuò a dispensare consigli a Roosevelt in vista delle elezioni del successivo novembre.

Donne devote

In tempi più recenti Karen Hughes rappresentò un altro esempio di disponibilità quasi assoluta verso un presidente, nel suo caso il repubblicano George W. Bush. Hughes iniziò a lavorare per Bush nella campagna elettorale per il governatorato del Texas nel 1994 e rimase da allora una dei suoi principali consulenti politici. Lo seguì alla Casa Bianca dopo che divenne presidente e, perfino tra il 2002 e il 2004, quando tornò temporaneamente in Texas per le difficoltà della sua famiglia ad adattarsi alla vita di Washington, comunicava con Bush almeno una volta al giorno al telefono o per posta elettronica. Riprese il proprio posto nello staff presidenziale per organizzare la corsa per la Casa Bianca del 2004, durante la quale, come scrisse la stampa all’epoca, si trasferì di fatto sull’Air Force One per seguire Bush in ogni spostamento quotidiano della campagna elettorale.
Pochi anni prima, Susan McDougal aveva preferito scontare ventidue mesi di carcere per “oltraggio alla corte” tra il 1994 e il 1996, anziché fornire risposte che avrebbero potuto condurre all’incriminazione di Clinton per presunti reati commessi quando era stato governatore dell’Arkansas in relazione a una operazione immobiliare speculativa compiuta da una società di cui erano entrambi soci.

Richard M. Nixon

Il caso più singolare di presidente capace di ispirare devozione fu quello del repubblicano Richard M. Nixon. “Comprereste un’auto usata da quest’uomo?” era la domanda retorica, accompagnata da una foto di Nixon con un’espressione torva e uno sguardo bieco, sui manifesti di propaganda del partito democratico nelle precedenti elezioni del 1960, per richiamare l’attenzione dei votanti sulla mancanza di etica del candidato repubblicano. Eppure, una volta entrato alla Casa Bianca nel 1969, Nixon fu capace di suscitare lealtà. Chuck Colson, il direttore dell’ufficio delle pubbliche relazioni della presidenza, dichiarò che sarebbe “passato sul cadavere della propria nonna” pur di assicurare la rielezione di Nixon nel 1972.

Dovette, però, accontentarsi di finire in carcere per sette mesi per il presidente, a causa del suo coinvolgimento nello scandalo del Watergate, l’effrazione della notte del 17 giugno 1972 nella sede nazionale del partito democratico per carpire informazioni utili a Nixon per la campagna elettorale. A condividere la sua sorte, ma per oltre quattro anni, fu G. Gordon Liddy, l’organizzatore dell’incursione, che in nome della lealtà verso il presidente si rifiutò di collaborare in qualsiasi modo con gli inquirenti.

Una devozione assoluta a Nixon caratterizzò anche Harry R. Haldeman, il suo capo di gabinetto dal 1969 al 1973. Per Haldeman era un motivo di vanto eseguire qualsiasi ordine del presidente senza discuterlo, a tal punto da presentarsi con grande compiacimento agli altri come “Richard Nixon’s son of a bitch” (il figlio di putt*** di Richard Nixon). Insieme a un altro fedelissimo del presidente, il consigliere della Casa Bianca per la politica interna, John Ehrlichman, costituì quello che i media, giocando sull’ascendenza tedesca di entrambi, chiamarono il “muro di Berlino”, perché facevano da parafulmine per qualunque cosa fosse rivolta contro Nixon. Per adempiere a questa funzione, pure loro finirono in prigione per un anno e mezzo a causa del ruolo svolto nello scandalo del Watergate. La loro devozione, però, non fu ricambiata. Nixon dichiarò di amare Haldeman come se fosse stato suo fratello. Ma quando il suo capo di gabinetto, in procinto di dimettersi, gli chiese la grazia presidenziale per i crimini di cui era imputato in relazione all’effrazione nella sede nazionale del partito democratico, Nixon si rifiutò di concedergliela.

Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson

Ci furono almeno due altri casi di rapporti di devozione naufragati nel tempo, sia pure senza implicazioni penali come accadde, invece, per Haldeman e gli altri fedelissimi di Nixon. Il repubblicano Theodore Roosevelt sviluppò un vero e proprio legame di amicizia con William Howard Taft. Quando lo conobbe nel 1890, undici anni prima di entrare alla Casa Bianca, osservò che Taft “si fa amare a prima vista”. Una volta divenuto presidente, lo nominò segretario alla Guerra, aggiungendo che, nell’esercizio delle sue funzioni, Taft sarebbe stato la sua “più grande consolazione”.

Per questo motivo, quando nel 1908 decise di ottemperare alla tradizione di ritirarsi a vita privata dopo il completamento del secondo mandato alla Casa Bianca (al tempo non era ancora entrato in vigore il XXII emendamento della Costituzione che impone il limite di due), Roosevelt utilizzò la propria influenza nel partito repubblicano affinché a Taft fosse conferita la candidatura per succedergli, sicuro del fatto che avrebbe continuato la sua politica progressista. Tuttavia, dopo l’elezione di Taft, il rapporto tra i due si guastò. Roosevelt ritenne che Taft fosse troppo accondiscendente verso gli interessi del mondo della finanza e dell’imprenditoria e avesse, quindi, tradito la sua fiducia. Così, decise di sfidarlo nelle primarie repubblicane del 1912 e, non essendo riuscito a strappargli la nomination, si candidò alla Casa Bianca alla testa del partito progressista, una formazione che si era inventato per riconquistare la presidenza a scapito di Taft nelle elezioni di novembre. Persero entrambi, sconfitti dal democratico Woodrow Wilson. Anche quest’ultimo ebbe il suo devoto consigliere, Edward M. House.

Dal ruolo di manager della vittoriosa campagna elettorale del 1912, House fu promosso a principale artefice della politica estera dell’amministrazione Wilson, sebbene non vi ricoprisse alcun incarico formale. Fu House a orientare il corso della diplomazia statunitense durante la prima guerra mondiale, fino dal periodo della neutralità di Washington, arrivando a ispirare i Quattordici Punti, la struttura del trattato di Versailles e il testo della Convenzione della Società delle Nazioni. Tuttavia, ritenendosi tradito da House per l’esito in sostanza fallimentare della conferenza di pace di Parigi, Wilson ruppe i rapporti con lui.
Durante la lenta ripresa di Wilson dopo l’ictus che l’aveva colpito il 2 ottobre 1919, la first lady Edith Wilson impedì che giungessero al destinatario i memorandum che House si ostinava a continuare a inviare al presidente, mettendo per sempre fine al rapporto tra i due.

Oltre la “stampante umana”

A partire dall’enfasi sul soprannome dell’assistente del presidente, l’eco della vicenda di Harp è sembrata introdurre una nota di colore in una politica agostana apparentemente sonnolenta, fatta eccezione per il successo di alcuni socialdemocratici nelle primarie del partito democratico, perché incapace di suscitare un’attenzione analoga a quella destata lo scorso anno dall’incontro ad Anchorage fra Trump e Vladimir Putin. La questione della “stampante umana” offre ai democratici anche una nuova occasione per stigmatizzare le dinamiche interne all’amministrazione del tycoon, pure in considerazione del fatto che Harp gestirebbe in prima persona le comunicazioni con alcuni leader stranieri per conto del presidente al di fuori dei canali ufficiali (Shawn McCreesh e Maggie Haberman, “With All My Heart, Natalie”: Trump’s Most Devoted Aide Emerges, “New York Times”, 18 agosto 2026).

Però, in una fase in cui la coalizione MAGA pare sul punto di sfaldarsi sotto i colpi delle critiche dei trumpiani della prima ora, che da qualche mese accusano il loro presidente di avere tradito l’impegno dell’“America First” con la guerra contro l’Iran, dare rilievo alla devozione di Harp verso di lui aiuta Trump ad avere un’opportunità per dimostrare di disporre ancora di uno zoccolo duro di fedelissimi. Non a caso, rispetto all’annuncio delle inaspettate dimissioni della propria portavoce Karoline Leavitt (la donna che nel 2024 aveva rinunciato al congedo di maternità per stare vicino a The Donald come addetta stampa dopo l’attentato di Butler del 13 luglio e che era rimasta in servizio alla Casa Bianca fino quasi al giorno del parto del secondo figlio la scorsa primavera), in riferimento alla lealtà di Harp, Trump ha osservato: “lei non mi lascerà mai”.

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Stefano Luconi
Insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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