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Risiko, “anche Mps prevede uno spezzatino: quello di Banco Bpm. E a Generali dà più stabilità Intesa”. Parla Angelo Baglioni

Intervista al Professor ANGELO BAGLIONI, docente ordinario di Economia Politica dell’Università Cattolica di Milano. “I rischi di esecuzione del piano Lovaglio sono elevati e convincere il Credit Agricole a cedere il controllo del Banco Bpm sarà molto difficile”. La comunità toscana si preoccupa dello spezzatino di Mps ma c’è uno spezzatino anche nel piano Lovaglio e “il localismo non ha portato bene al Monte”. Sul futuro di Generali il piano Messina è più affidabile e “da maggiori garanzie di stabilità”. “In tutta la vicenda del risiko bancario il Governo non è mai stato neutrale”

Risiko, “anche Mps prevede uno spezzatino: quello di Banco Bpm. E a Generali dà più stabilità Intesa”. Parla Angelo Baglioni

Il piano Lovaglio con la doppia Ops su Banco Bpm e Banca Generali per contrastare l’Opas di Intesa Sanpaolo “presenta rischi di esecuzione elevati”: sono in molti a ritenerlo ma, in questa intervista a FIRSTonline, il professor Angelo Baglioni, economista di spicco dell’Università Cattolica di Milano, spiega esattamente perché e avverte che per Luigi Lovaglio “non sarà facile raccogliere il consenso tra i soci” e sarà “molto difficile” convincere il Crédit Agricole a cedere il controllo del Banco Bpm a Siena. Ma secondo Baglioni queste non sono le uniche criticità del progetto. La banca toscana e tutta la comunità che le sta attorno sono insorte di fronte all’ipotesi di uno smembramento del Monte indotto dall’offerta di Intesa Sanpaolo, ma pochi si sono finora accorti, nota acutamente Baglioni, che anche il piano Lovaglio prevede uno spezzatino: quello del Banco Bpm. Poi c’è il discorso sul futuro delle Generali, che è il punto focale di tutto il risiko bancario. Infine il Governo: “Mai stato neutrale” sostiene Baglioni in un’intervista che contiene molti spunti che fanno riflettere. Ecco il testo.

Professor Baglioni, la contromossa di Mps per rispondere all’Opas di Intesa Sanpaolo con due Ops (Banco Bpm e Banca Generali) e con un dividendo straordinario ai soci, sembra scompigliare lo scenario del risiko bancario in Italia, ma molti analisti sostengono che il piano Lovaglio sia di difficile esecuzione e che non per caso la Borsa si sia dimostrata fredda, oltre alla prima reazione critica del Banco Bpm stesso. Qual è il suo parere e quali sono le criticità della controffensiva del Monte?

“In effetti, i rischi di esecuzione dell’operazione lanciata da Mps sono elevati, dal punto di vista societario e da quello industriale. Sul piano societario, non sarà facile per Lovaglio raccogliere il consenso tra i soci. L’azionariato di Mps è conflittuale e le divisioni sono emerse già nel CdA del 20 agosto, nel quale quattro consiglieri si sono astenuti assumendo una posizione critica. Per quanto riguarda una “preda” dell’operazione, Banco Bpm, il CdA del 25 agosto si è mostrato molto freddo, sottolineando che l’operazione non è concordata e che prefigurerebbe un controllo di Mps sulla nuova entità che nascerebbe dall’operazione stessa, mentre i vertici del Banco avevano proposto a giugno una fusione alla pari. Sarà molto difficile per Lovaglio convincere Crédit Agricole, azionista che detiene il controllo di fatto di Banco Bpm. Sul piano industriale, l’operazione concepita da Lovaglio è complicata, perché prevede l’integrazione tra quattro entità: Mps, Mediobanca, Banco Bpm e Banca Generali, ognuna con le sue specificità e culture aziendali, con modelli di business diversi tra di loro.”

Malgrado la maggior parte degli analisti finanziari ritenga più premiante l’Opas di Intesa Sanpaolo rispetto al piano Lovaglio, lo spezzatino di Mps previsto dal piano Messina per rispettare i vincoli Antitrust solleva le critiche delle comunità locali, specialmente di Siena e della Toscana, e anche le perplessità della premier Giorgia Meloni. Lei che cosa ne pensa? È più importante mantenere l’integrità del Monte o rafforzare il primo gruppo bancario italiano fino a farlo diventare la seconda maggior realtà bancaria europea?

“È normale che operazioni di fusione e acquisizione nel settore bancario comportino la cessione di sportelli per salvaguardare la concorrenza tra banche sul territorio: è già avvenuto in altre occasioni e nessuno ha sollevato obiezioni. Peraltro, ricordiamoci che il localismo non ha portato bene al Monte, che anni fa ha vissuto una fase molto difficile tanto da essere stato oggetto di un salvataggio pubblico. La difesa bipartisan della comunità locale, a cui stiamo assistendo in questi giorni, mi sembra quindi fuori luogo. C’è anche un’altra considerazione da fare: se l’operazione lanciata da Mps andasse in porto, grazie ad un accordo con i francesi che preveda una cessione di sportelli a Crédit Agricole (anche per ragioni antitrust) assisteremmo ad uno spezzatino del Banco Bpm. Peraltro già l’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps ha comportato la scomparsa di uno storico marchio della finanza italiana, con l’avvallo della politica e nel silenzio della comunità finanziaria.
Quanto all’acquisizione del Monte lanciata da Intesa Sanpaolo, questa consentirà sì a Intesa Sanpaolo di rafforzare la sua presenza e il suo potere di mercato in Italia, ma non rappresenta un passo avanti sul piano del profilo internazionale, europeo in particolare, del gruppo IntesaSP. Sotto questo profilo, appare più meritevole l’operazione portata avanti da Unicredit su Commerzbank”.  

Che cosa può comportare nella battaglia del risiko la sfasatura temporale di oltre un mese e mezzo tra l’assemblea di Intesa del 10 settembre per il finanziamento dell’Opas e quella del 29 ottobre di Mps per provare a superare i vincoli della passivity rule?

“Credo che il rispetto sostanziale della passivity rule avrebbe richiesto una convocazione più tempestiva degli azionisti di MPS per avere la loro approvazione sulla doppia operazione proposta dal CdA della banca. Trattandosi di una operazione difensiva rispetto al quella lanciata da Intesa Sanpaolo, il CdA avrebbe dovuto convocare i soci con maggiore tempestività. Così, invece, i soci si troveranno a valutare una operazione difensiva rispetto ad una altra, quella di Intesa Sanpaolo, che a fine ottobre sarà presumibilmente già avviata.”

La premier Meloni aveva promesso la neutralità del Governo nella nuova fase del risiko ma la sua intervista a “Milano Finanza” è parsa un intralcio all’Opas Intesa Sanpaolo e, al contrario, un endorsement di fatto al piano Lovaglio, anche se la decisione del Mef di non vendere la quota di Mps è apprezzabile. Qual è il suo giudizio?

“In tutta la vicenda che va sotto il nome di “risiko bancario”, il governo italiano non è mai stato neutrale. Il governo ha un suo disegno: fare di Mps il perno del “terzo polo” bancario italiano, attraverso la sua aggregazione con Mediobanca e con Banco Bpm, a cui si aggiunge ora Banca Generali. L’uso spregiudicato del golden power per bloccare l’offerta di acquisizione di Banco Bpm da parte di Unicredit risponde a questa logica: tale acquisizione avrebbe infatti interferito con il disegno governativo. Oltre a essere di dubbia legittimità giuridica e a basarsi sulla strampalata argomentazione che Unicredit sarebbe una banca straniera, questo uso del golden power è stata una pesante e ingiustificata ingerenza dello stato in una partita tra soggetti privati. Si noti che il risultato paradossale di questa condotta è che Banco Bpm è di fatto controllata da una banca davvero estera: Crédit Agricole.
Le recenti dichiarazioni della premier e l’incontro del ministro delle finanze con le autorità toscane sono la riprova che il governo non è neutrale, e questo è un problema. In una vera economia di mercato, lo stato dovrebbe limitarsi a definire il quadro di regole all’interno delle quali le operazioni di concentrazione societaria avvengono e a vigilare affinché esse non facciano danni in termini di stabilità degli intermediari e di trasparenza nei confronti degli investitori. Sulla correttezza delle procedure e sulla trasparenza l’autorità competente è la Consob. Sulla stabilità vigilano la Banca Centrale europea e la Banca d’Italia. Sono queste le autorità che devono dare le necessarie autorizzazioni, oltre alle autorità antitrust. Non spetta al governo dettare la linea da seguire nella configurazione industriale del settore bancario.”

Sullo sfondo della battaglia del risiko resta la difesa dell’indipendenza delle Generali: secondo Lei l’integrità del Leone si difende meglio con il piano Messina o con il piano Lovaglio?

“Direi che il piano Messina dà maggiori garanzie di stabilità dell’assetto azionario delle Generali: acquisendo Mps-Mediobanca, Intesa Sanpaolo riceverebbe ‘in dote’ la partecipazione (13%) di Mediobanca nelle Generali, a cui si aggiunge la partecipazione diretta (3%) di Intesa Sanpaolo nella compagnia assicurativa. Intesa Sanpaolo diventerebbe così un socio rilevante e stabile delle Generali. Al contrario, il piano Lovaglio prevede di cedere ai soci del Monte circa un terzo della partecipazione di Mediobanca in Generali, per convincerli – grazie ad un dividendo straordinario parte in cash e parte appunto in azioni Generali – ad aderire alla operazione proposta dall’ad: una mossa a mio avviso spregiudicata e discutibile, che porterebbe ad una ulteriore frammentazione dell’azionariato delle Generali.”

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