Per capire quanto la demografia abbia contato nel progresso economico degli ultimi due secoli basta guardare ai numeri. All’inizio dell’Ottocento sulla Terra viveva circa un miliardo di persone; oggi siamo oltre otto miliardi. Un’espansione senza precedenti che ha accompagnato la rivoluzione industriale, l’aumento dei consumi, la crescita del Pil globale e lo sviluppo dei mercati finanziari.
Ma quanto del progresso economico degli ultimi duecento anni è stato favorito proprio dal fatto che eravamo sempre di più? E soprattutto, cosa accadrà ora che questa lunga fase sembra avviarsi verso una conclusione?
È questa la domanda da cui parte lo strategist di Kairos Partners Sgr Alessandro Fugnoli nell’ultima puntata del suo podcast “Al 4° piano”, dedicata al tema del declino demografico.
Secondo Fugnoli, la demografia appartiene alla categoria delle “grandi forze lente”: quei fenomeni che non provocano scosse immediate, ma che nel tempo finiscono per cambiare profondamente il quadro economico. Una crisi finanziaria esplode, una guerra cambia gli equilibri in pochi mesi, mentre un cambiamento demografico richiede decenni prima di diventare evidente. Proprio per questo, però, quando arriva al punto di svolta diventa difficile da ignorare.
Dopo due secoli di crescita arriva l’inversione demografica
Il calo della fertilità mondiale è iniziato dagli anni Sessanta, ma la popolazione ha continuato a crescere per effetto dell’inerzia tipica dei processi demografici: anche quando diminuiscono le nascite, una popolazione ancora giovane continua ad aumentare per molti anni. Ora questa dinamica sta cambiando. Secondo le principali proiezioni, intorno al 2050 il mondo potrebbe iniziare a spopolarsi. Alcuni Paesi hanno già imboccato questa strada: Giappone, Corea del Sud e Russia sono esempi di economie che stanno sperimentando da tempo gli effetti di una popolazione in contrazione.
Per lo strategist di Kairos Partners Sgr il punto centrale non è soltanto quanti saremo, ma il rapporto tra generazioni: quanti lavoratori saranno disponibili per sostenere una società sempre più anziana.
Meno lavoratori, meno consumatori, più pressione sui conti pubblici
Fugnoli richiama il ragionamento dell’economista americano Nicholas Eberstadt: come sarà un mondo con meno lavoratori, meno contribuenti, meno risparmiatori, meno imprenditori e meno consumatori?
Per decenni le economie avanzate hanno beneficiato di quello che gli economisti chiamano “dividendo demografico”, cioè una struttura della popolazione favorevole alla crescita: molti lavoratori, consumi in aumento e una domanda sostenuta di beni, servizi e abitazioni. Ora quel vantaggio potrebbe trasformarsi nel suo contrario. L’invecchiamento della popolazione aumenterà infatti la pressione sui sistemi pensionistici e sanitari: nel 2050 gli ultraottantenni nel mondo potrebbero raggiungere circa 425 milioni, con conseguenze rilevanti sui bilanci pubblici.
Più figli, più immigrati o più tecnologia: le tre risposte possibili
Di fronte a questa trasformazione, secondo Fugnoli, i governi stanno cercando di seguire tre strade principali. La prima è quella degli incentivi alla natalità. È la soluzione più intuitiva, ma anche quella che ha mostrato maggiori difficoltà: bonus e sostegni economici possono aiutare le famiglie, ma difficilmente riescono da soli a modificare tendenze sociali profonde, come il rinvio delle nascite o il cambiamento dei modelli familiari.
La seconda strada è l’immigrazione, scelta soprattutto dall’Europa. L’arrivo di nuovi lavoratori consente infatti di compensare almeno in parte la riduzione della popolazione attiva e mantenere più stabile il mercato del lavoro. È una risposta che però comporta anche conseguenze politiche e sociali e che non tutti i Paesi sono disposti ad adottare nella stessa misura
La terza strada è quella scelta in particolare da Giappone e Cina: puntare sull’innovazione tecnologica. Ed è proprio qui che Fugnoli individua il punto più interessante: la tecnologia potrebbe diventare il fattore capace di sostituire il vecchio motore demografico.
Il paradosso: meno persone potrebbero significare più produttività
Questa prospettiva rende il declino demografico meno necessariamente negativo rispetto alla lettura tradizionale. Un recente studio di ricercatori del Mit, tra cui il premio Nobel Daron Acemoglu, sostiene infatti che una popolazione in diminuzione non debba automaticamente coincidere con un declino economico.
La storia offre alcuni esempi significativi. Dopo i grandi vuoti demografici provocati dalle guerre mondiali, l’innovazione accelerò e contribuì alla ricostruzione economica. Anche il Giappone rappresenta un caso interessante: nonostante una popolazione in calo, il Paese ha continuato a sviluppare tecnologie avanzate e ad aumentare la produttività.
La chiave di lettura proposta da Fugnoli è quindi quella di un futuro caratterizzato da “meno persone, ma più produttive”. Una dinamica che potrebbe avere effetti importanti anche sul mercato del lavoro. Quando i lavoratori diventano più scarsi, il loro potere contrattuale può aumentare perché le imprese hanno maggiore difficoltà a trovare personale qualificato.
Anche in questo caso la storia offre un precedente. Dopo la peste del Trecento, la forte riduzione della popolazione europea aumentò il valore della manodopera e migliorò la posizione dei lavoratori per diversi decenni. Naturalmente il contesto attuale è molto diverso, perché oggi esiste un elemento completamente nuovo: l’intelligenza artificiale.
Proprio l’intelligenza artificiale rappresenta uno dei grandi interrogativi del futuro. Da una parte può sostituire alcune attività umane e ridurre il bisogno di lavoro in determinati settori; dall’altra può diventare lo strumento che permette alle economie di funzionare anche con una forza lavoro più ridotta. È il grande equilibrio da osservare nei prossimi anni: prevarrà l’effetto sostitutivo dell’automazione oppure quello espansivo della produttività? Per Fugnoli la risposta sarà decisiva per capire quale tipo di crescita potrà avere un mondo con meno persone.
I mercati guardano poco alla demografia, ma dovranno adattarsi
Come spesso accade con i grandi cambiamenti strutturali, i mercati tendono a reagire in ritardo. Gli investitori prestano molta attenzione agli eventi immediati, mentre la demografia lavora sul lungo periodo. Ma proprio queste forze lente, ricorda Fugnoli, sono quelle che alla fine definiscono il quadro economico.
Gli effetti saranno diversi a seconda delle caratteristiche dei singoli Paesi. Sul mercato immobiliare, ad esempio, le economie che riusciranno a compensare il calo demografico attraverso l’immigrazione potrebbero mantenere una domanda abitativa più solida. Nei Paesi che invece affronteranno una riduzione della popolazione senza nuovi ingressi, l’offerta potrebbe progressivamente superare la domanda, con conseguenze sui prezzi delle abitazioni. Sul mercato obbligazionario il tema centrale sarà quello della sostenibilità dei debiti pubblici. Governi con popolazioni più anziane dovranno infatti gestire maggiori spese sociali e sanitarie, con il rischio di ricorrere a politiche di contenimento del deficit, repressione finanziaria o inflazione per ridurre il peso reale del debito. Sul mercato azionario alcuni settori legati ai consumi tradizionali potrebbero invece risentire del cambiamento demografico, mentre tecnologia, robotica e intelligenza artificiale potrebbero beneficiare di nuovi flussi di investimento.
La tecnologia ha accompagnato la crescita demografica. Ora accompagnerà il declino
La conclusione di Fugnoli è meno pessimistica di quanto il tema potrebbe suggerire: il declino demografico sarà una trasformazione profonda, ma non necessariamente un declino economico.
Per due secoli il mondo ha avuto più persone, più lavoratori e più consumatori. Nel prossimo secolo dovrà probabilmente contare meno sulla quantità e più sulla qualità, meno sul numero degli individui e più sulla capacità di ciascuno di produrre valore. La tecnologia, che ha accompagnato e reso possibile l’espansione demografica degli ultimi duecento anni, potrebbe accompagnare anche la fase successiva, aiutando le economie ad adattarsi a un mondo diverso.
Un mondo con meno persone, quindi, non sarà necessariamente un mondo più povero. Sarà semplicemente un mondo con nuove regole economiche.
