La discesa delle quotazioni dell’oro era iniziata da mesi, ma il bene rifugio aveva sempre ampiamente difeso la soglia dei 4.000 dollari all’oncia. Invece nella seduta di ieri è crollato il muro e il valore all’oncia dell’oro è tornato sui minimi da inizio novembre 2025, quindi da quasi 8 mesi. Il metallo prezioso sta risentendo in particolare della forza del dollaro Usa e delle crescenti aspettative che la Federal Reserve mantenga un orientamento restrittivo (“hawkish”), con gli operatori che scommettono sempre più su un rialzo dei tassi di interesse nel corso dell’anno.
Attualmente i mercati stimano una probabilità di circa il 68% che la Fed alzi i tassi a settembre, in netto aumento rispetto al 29% di una settimana fa. Dall’inizio dell’anno, l’oro ha perso circa il 5% del suo valore e si attesta quasi il 20% al di sotto del massimo storico registrato a gennaio, prima dello scoppio del conflitto che ha coinvolto l’Iran. Nonostante l’elevata incertezza geopolitica, durante la guerra l’oro ha faticato a mantenere il suo tradizionale ruolo di bene rifugio. L’impennata dei prezzi del petrolio ha infatti alimentato i timori legati all’inflazione, spingendo le principali banche centrali ad adottare politiche monetarie più restrittive e aumentando il costo opportunità di detenere attività prive di rendimento, come appunto l’oro.
Oltre all’oro è in caduta libera l’argento, che ieri è sceso sotto i 60 dollari all’oncia, il livello più basso da dicembre 2025. Il calo è stato determinato anch’esso dal rafforzamento del dollaro Usa e dalle aspettative sulla Federal Reserve. Dall’inizio dell’anno, l’argento ha perso circa il 13% e si attesta a un livello inferiore di quasi il 47% rispetto al massimo storico toccato a gennaio, prima dello scoppio del conflitto con l’Iran.
