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Calcio e politica: una maglia calcistica e il riflesso della percezione di Haiti negli Usa di Trump

Prima dell’esordio ai Mondiali, Haiti è stata costretta dalla Fifa a rimuovere dalla maglia un richiamo alla battaglia di Vertières e alla propria indipendenza. Ecco la storia

Calcio e politica: una maglia calcistica e il riflesso della percezione di Haiti negli Usa di Trump

Prima del suo esordio ai campionati mondiali di calcio, la squadra di Haiti è stata costretta a modificare la propria maglia. Nello specifico, ha dovuto rimuovere un piccolo particolare che, sotto la spalla destra, rappresentava un gruppo di persone che sventolavano una bandiera bianca e rossa.

L’immagine era un richiamo alla battaglia di Vertières. In questa località, il 18 novembre 1803, gli schiavi afro-discendenti insorti, guidati da Jean-Jacques Dessalines, riportarono una vittoria decisiva contro le truppe francesi comandate dal generale Donatien de Rochambeau, che Napoleone aveva inviato per cercare di mantenere il controllo dell’isola e difendere il potere dei proprietari terrieri europei.

Questo successo militare segnò di fatto l’indipendenza dalla Francia di Saint-Domingue, come si chiamava al tempo Haiti, la fine della schiavitù sull’isola (che Napoleone aveva reintrodotto nel 1802) e l’evacuazione dei bianchi di origine francese che erano sopravvissuti agli scontri.

La casualità dei ricorsi storici ha voluto che Haiti si fosse qualificata per la fase finale dei campionati del mondo, sconfiggendo per 2-0 il Nicaragua, il 18 novembre 2025, cioè proprio nel giorno del 222° anniversario della battaglia di Vertières.

Il calcio e la memoria storica

Il regolamento della Fifa vieta la presenza di slogan e immagini di contenuto politico sulle maglie dei calciatori. L’applicazione di questa norma è assoluta e prescinde dal luogo in cui si svolgono le partite, nella fattispecie Foxborough nel Massachusetts, dove Haiti è scesa in campo contro la Scozia domenica scorsa.

Tuttavia, nel caso di Haiti è difficile non notare una certa consonanza tra la disposizione della Fifa, che ha imposto di cancellare il ricordo della rivoluzione di Saint-Domingue, e la minaccia che Haiti e i suoi abitanti hanno costituito nell’immaginario degli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda una parte della componente euro-discendente.

La percezione negativa degli haitiani agli occhi dell’opinione pubblica statunitense “bianca” risale, infatti, proprio alla rivoluzione degli schiavi, che era iniziata già nell’estate del 1791 sull’onda dell’eco transatlantica dei sommovimenti che stavano avvenendo in Francia.

La costruzione della “minaccia” haitiana

Il successo militare degli insorti di ascendenza africana a Vertières portò alla nascita della prima “Repubblica nera” al mondo, proclamata ufficialmente il 1° gennaio 1804, anche se qualche mese dopo, il 22 settembre, Dessalines la trasformò in un impero con un monarca elettivo, abbandonando il titolo originario di governatore generale e facendosi incoronare come Jacques I. In ogni caso, la vicenda ebbe ripercussioni pure nei vicini Stati Uniti. I proprietari di schiavi vollero cogliere soprattutto gli aspetti più sanguinari della rivolta di Saint-Domingue: per esempio, il fatto che, come rappresaglia per l’esecuzione sommaria di 500 ribelli decretata da Rochambeau, Dessalines ordinò il massacro di 500 francesi, le cui teste tagliate furono issate su picche ed esposte nel centro di Le Cap.

Episodi come questo, ingigantiti ad arte, servirono a ribadire la necessità di continuare tenere gli schiavi in catene per impedire che la loro liberazione portasse a trasformare gli Stati Uniti in una società multirazziale nella quale la presunta natura selvaggia e feroce degli afro-discendenti non avrebbe più potuto essere tenuta materialmente a freno.

Dessalines, nato in schiavitù, si batté per assicurare la libertà e l’eguaglianza agli haitiani, gli stessi valori che si ritrovano nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 4 luglio 1776. Una volta divenuto il primo capo di Stato di Haiti, dette al Paese anche una sua Costituzione. Ma per l’opinione pubblica bianca statunitense, non solo quella coeva, rimase un barbaro afro discendente assetato di sangue. Nell’iconografia dell’epoca era generalmente raffigurato con una spada nella mano destra e la testa mozzata di una donna bianca tenuta per i capelli nella sinistra. Di contro, a trarre ispirazione dagli avvenimenti di Haiti furono almeno due rivolte di schiavi statunitensi.

La prima fu quella tentata da Gabriel Prosser nelle campagne attorno a Richmond in Virginia nell’agosto del 1800, mentre la rivoluzione a Saint-Domingue era ancora in corso. L’insurrezione venne soffocata prima ancora che scoppiasse, in seguito a una delazione.

La seconda ribellione investì l’hinterland di New Orleans nel gennaio del 1811 e causò l’uccisione di due proprietari terrieri bianchi, prima di essere sedata nel giro di tre giorni. A guidarla fu Charles Deslondes, uno schiavo che il suo padrone in fuga da Saint-Domingue nel 1791 aveva portato con sé in Louisiana, al tempo ancora una colonia francese.

Il paria dei Caraibi

La percezione di Haiti come un pericoloso focolaio di sovversione alimentata da crudeli individui di ascendenza africana senza freni inibitori dei più bassi istinti animaleschi indusse gli Stati Uniti a non riconoscerla come nazione sovrana per molto tempo. Thomas Jefferson, il principale estensore della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti nonché il presidente in carica al momento della nascita di Haiti come nazione sovrana, non lesse nelle vicende di Saint-Domingue una lotta indipendentista analoga a quella delle tredici colonie britanniche dell’America del Nord, ma vi colse quasi esclusivamente una mera esplosione di violenza sanguinaria che si era abbattuta sui proprietari bianchi di schiavi.

Per gli Stati Uniti, Haiti rimase a lungo la nazione paria del mondo caraibico, a cui bisognava impedire di contagiare il resto dell’emisfero attraverso qualunque tipo di rapporto, perfino di natura commerciale. Infatti, relazioni diplomatiche formali furono stabilite soltanto il 12 luglio 1862, durante la guerra civile tra l’Unione e la Confederazione (1861-1865). A prendere questa iniziativa fu il presidente repubblicano Abraham Lincoln, nella speranza che il riconoscimento ufficiale di Haiti avrebbe incentivato a traferirvisi gli schiavi statunitensi che intendeva liberare al termine della guerra civile.

Il progetto nasceva dalla volontà di sbarazzarsi della presenza degli schiavi affrancati che, se fossero rimasti negli Stati Uniti, avrebbero creato problemi alla maggioranza bianca. Secondo Lincoln, gli afroamericani emancipati si sarebbero trovati più a loro agio in una “nazione nera” quale era Haiti.

Del resto, il segretario del presidente, con una considerazione palesemente razzista, non mancò di osservare che, al ricevimento in onore dei rappresentanti haitiani in occasione della formalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, era “piuttosto difficile distinguere i due diplomatici dai camerieri di colore nel salone” delle feste della Casa Bianca.

Dopo l’assassinio di Lincoln nel 1865, alla fine della guerra civile, i tentativi del nuovo presidente Andrew Johnson (1865-1869) e del suo segretario di Stato William H. Seward di acquistare Haiti, considerata un importante scalo navale nei Caraibi, si infransero contro l’opposizione di numerosi deputati e senatori che non volevano accrescere la popolazione afro-discendente degli Stati Uniti per non accentuare le difficoltà della gestione dei rapporti razziali sopraggiunte in seguito all’abolizione della schiavitù.

Una quasi colonia degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti preferirono istaurare un dominio semicoloniale su Haiti, dove malgrado tutto alcuni finanzieri iniziarono ad effettuare investimenti. Per esempio, nel 1909, il presidente repubblicano William H. Taft costrinse la Banca Nazionale di Haiti ad accettare azionisti statunitensi, da affiancare a quelli francesi e tedeschi. Sei anni più tardi, il suo successore democratico, Woodrow Wilson, inviò i marines a occupare il Paese con il pretesto di proteggere l’incolumità dei pochissimi cittadini statunitensi presenti a Haiti.

In realtà, l’intervento fu motivato dal timore della crescente influenza tedesca e dalla volontà di preservare il controllo statunitense sulle piantagioni di canna da zucchero, esercitato attraverso la Haitian American Sugar Company, che era stato messo a repentaglio dal rovesciamento del dittatore Jean Vilbrun Guillaume Sam, un fautore dell’arrivo di capitali statunitensi.

Il contingente militare restò a presidiare Haiti per quasi un ventennio. Fu ritirato solo nel 1934, in seguito alla formazione di un corpo di polizia capace di tutelasse l’ordine al di sopra delle diverse fazioni politiche in lotta nel Paese, che di fatto si fece garante della difesa degli interessi degli Stati Uniti.

Il perdurare dell’apprensione verso gli haitiani

I governanti di Washington, però, continuarono a manifestare una forte diffidenza nei confronti degli haitiani. Con la Guerra fredda, tale atteggiamento si espresse attraverso la tolleranza di regimi autoritari, a condizione che si facessero promotori di politiche anticomuniste.

Non a caso, soprattutto negli anni Ottanta del Novecento, gli Stati Uniti accolsero quasi a braccia aperte gli esuli in fuga da Cuba, mentre respinsero con decisione i profughi haitiani che cercavano di sottrarsi al dispotismo del presidente Jean-Claude Duvalier (1971-1986). La natura anticomunista della dittatura al potere a Port-au-prince e il fatto che a lasciare il Paese erano individui afro discendenti finirono per indurre le autorità statunitensi a presentare gli haitiani come semplici espatriati per ragioni economiche, in modo da precludere loro la possibilità di usufruire dei benefici concessi ai rifugiati per ragioni politiche. Ancora nel 1992, sotto la presidenza del repubblicano George H.W. Bush, quando la Guerra fredda si era oramai conclusa e l’Unione Sovietica si era perfino sciolta, gli Stati Uniti accettarono il 96% delle richieste d’asilo presentate da profughi cubani, contro l’appena 11% delle domande avanzate da quelli provenienti da Haiti.

Eppure, l’anno precedente, una giunta militare guidata dal generale Raoul Cédras aveva rovesciato il presidente Jean-Bertrand Aristide, eletto democraticamente, e aveva instaurato a Port-au-prince un regime non meno efferato di quello di Jean-Claude Duvalier. Perfino alcuni interventi umanitari di Washington a Haiti si configurarono come un escamotage per contrastare il flusso dei suoi abitanti verso gli Stati Uniti.

Da questo punto di vista, fu il presidente democratico Bill Clinton a fornire l’esempio più significativo. Nel settembre del 1994 Clinton promosse l’invio di un contingente multinazionale, composto in prevalenza da militari statunitensi, per riportare al potere Aristide e porre conseguentemente fine all’esodo degli haitiani.

Da Biden a Trump

L’accoglienza degli haitiani negli Stati Uniti per motivi umanitari è rimasta limitata nel numero e nel tempo. Nel gennaio del 2023, su pressione dell’ala più progressista del proprio partito, il democratico Joe Biden dette la possibilità di trasferirsi negli Stati Uniti ad alcune migliaia di haitiani in fuga dal clima di violenza in patria che si era manifestato a partire dall’omicidio del presidente Jovenel Moïse, avvenuto il 7 luglio 2021.

Non fu la concessione di una forma di asilo, uno status giuridico che avrebbe consentito ai beneficiari di restare a tempo indeterminato negli Stati Uniti, con l’opportunità di divenirne cittadini, nonché di usufruire di assistenza economica, formazione professionale e corsi di lingua inglese a spese dell’amministrazione federale. Si trattò, invece, di un “humanitarian parole”, un istituto che comporta il rilascio di un semplice permesso temporaneo di soggiorno e di lavoro per una durata di due anni, rinnovabile per altri due.

Questo programma, però, è stato cancellato da Donald Trump, con il benestare della Corte Suprema, dopo il secondo insediamento del tycoon alla Casa Bianca. The Donald aveva già segnalato quella che, a suo giudizio, era la pericolosità degli haitiani, ancora una volta per la loro presunta natura selvaggia. Nel corso di un surreale scambio con la sua sfidante democratica, Kamala Harris, durante l’unico dibattito televisivo tra i due nella campagna elettorale del 2024, Trump era arrivato a sostenere di avere le prove che gli immigrati haitiani a Springfield, in Ohio, rapivano cani e gatti domestici per cibarsene.

In precedenza, nel 2018, incontrando un gruppo di deputati e senatori di entrambi i partiti, il tycoon si era spinto a dirsi costernato del fatto che gli Stati Uniti si ostinassero ad accettare immigrati provenienti da “shithole countries” (letteralmente nazioni di mer**) come Haiti, lasciando intendere che la preferenza sarebbe dovuta andare a persone “bianche”.

Haiti nell’America trumpiana

Gli storici hanno da tempo inserito a pieno titolo l’insurrezione degli schiavi dell’allora Saint-Domingue nel contesto molto più ampio delle rivoluzioni che investirono il mondo atlantico tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento e di cui le rivoluzioni americana e francese furono le più rilevanti.

Può, quindi, sembrare un paradosso che, negli Stati Uniti di Trump che tra meno di due settimane festeggeranno il 250° anniversario della propria indipendenza in pompa magna, abbia finito per essere vietato ricordare l’indipendenza di Haiti, sia pure limitatamente agli stadi del campionato mondiale di calcio.

Sebbene non vi sia nessun rapporto tra la decisione della Fifa e la visione razziale del tycoon, l’imposizione della modifica alla maglia della squadra di Haiti riflette in pieno l’idea trumpiana che negli Stati Uniti abbiano diritto alla memoria solo le rivoluzioni dei “bianchi”.

Nel 1893 il celebre abolizionista afroamericano Frederick Douglass – ex console degli Stati Uniti a Haiti dal 1889 al 1891 e lui stesso un ex schiavo che aveva raggiunto la libertà prima della guerra civile scappando dal suo padrone – fu invitato a tenere una conferenza in coincidenza con l’inaugurazione del padiglione di Haiti alla World’s Columbian Exposition di Chicago. Nel suo intervento cercò di esporre il motivo della storica “freddezza” degli Stati Uniti nei confronti di Haiti e la spiegò in questi termini: “Haiti è nera e non l’abbiamo ancora perdonata di essere nera o non abbiamo perdonato l’Onnipotente per averla fatta nera”. Sono parole di quasi un secolo e mezzo fa, ma sembrano suonare valide ancora oggi.

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