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Titoli di Stato, rendimenti ai massimi decennali preoccupano anche i listini azionari. Ecco chi festeggia

Centrale è il tema dell’inflazione a cui le Banche centrali sono pronte a rispondere con strette monetarie. L’aumento dei tassi negativo anche sui mercati azionari perché per le società diventa più oneroso finanziarsi. In auge i Linkers, che coprono dai rischi di inflazione

Titoli di Stato, rendimenti ai massimi decennali preoccupano anche i listini azionari. Ecco chi festeggia

Nelle sale operative si è accesa la luce di allarme: gli investitori stanno prendendo coscienza della possibilita che il conflitto in Medio Oriente possa provocare uno shock inflazionistico duraturo e la contromossa si vede dale vendite di titoli di Stato, dagli Usa, all’Europa al Giappone. Di conseguenza i rendimenti si muovono in rialzo raggiungendo massimi decennali e minacciando di incidere pesantemente sul potere d’acquisto di governi, imprese e famiglie. In particolare l’impatto è negativo anche sui mercati azionari perchè per le società diventerebbe più oneroso finanziarsi, riducendo la loro capacità di investimenti. Intanto all’orizzonte si prospettano strette monetarie da parte delle banche centrali per contrastare l’inflazione, che però peggiorerebbero ulteriormente la situazione. A festeggiare sono invece i titoli indicizzati all’inflazione.

Dall’Europa, agli Usa al Giappone: tutti con rendimenti in netto rialzo

I rendimenti dei titoli di Stato sono arrivati a livelli segnaletici. Il tasso medio al quale i governi dei Paesi del G7, il gruppo delle nazioni più ricche al mondo, pagano per i prestiti a 10 anni si sta avvicinando al 4%, in aumento rispetto al 3,2% precedente all’inizio della guerra a fine febbraio. I rendimenti dei Bund tedeschi a 10 anni, benchmark per l’area euro, hanno raggiunto il massimo degli ultimi 15 anni al 3,193%, in rialzo di 10 punti base in una settimana. Ancora più marcato il rialzo del titoli francesi, con l’Oat decennale cresciuto di 26 punti base, mentre quello del Btp italiani si è limitato a un +12 punti base. Sotto pressione anche i rendimenti dei titoli di Stato britannici su tutta la curva a causa dell’instabilità politica, ma i titoli decennali di riferimento, che la scorsa settimana sono saliti fino al 5,11%, oggi sono comunque sopra il 5%.

I rendimenti dei titoli del Tesoro Usa a 10 anni, benchmark di riferimento, sono balzati fino a 3,6 punti base, raggiungendo il livello più alto da febbraio 2025 al 4,631%, prima di stabilizzarsi intorno al 4,6%. Ma preoccupa ancora di più il rendimento a 30 anni, che incide direttamente sui mutui, salito al massimo annuale del 5,159%.

Il Giappone, il Paese più indebitato del mondo sviluppato, è particolarmente sotto i riflettori perché i piani di spesa del Primo Ministro Sanae Takaichi hanno riacceso le preoccupazioni fiscali: il Giappone prevede di emettere nuovo debito nell’ambito del finanziamento di un bilancio supplementare pianificato per attutire l’impatto economico della guerra. Le emissioni di titoli di stato debito sono quindi attentamente monitorate per individuare eventuali segnali di crisi, dopo che la recente disastrosa emissione di titoli a 20 anni che ha registrato il livello di domanda più basso dal 2012. I rendimenti dei titoli di Stato giapponesi a 30 anni (Jgb) sono balzati al massimo storico del 4,200%, mentre i rendimenti dei titoli a 10 anni hanno toccato il livello più alto dall’ottobre del 1996, attestandosi al 2,800%.

I timori di un circolo vizioso: la scure delle banche centrali e l’accorciamento delle emissioni

Ma potrebbe piovere sul bagnato. Il rischio di un’inflazione prolungata ha suscitato la preoccupazione che le banche centrali debbano aumentare rapidamente i tassi di interesse, il che di fatto peggiorerebbe ulteriormente le condizioni economiche. Avrebbe un impatto negativo anche sui mercati azionari perchè per le società diventerebbe più oneroso finanziarsi, riducendo la loro capacità di investimenti.

I mercati prevedono ora una probabilità di circa il 50% che la Federal Reserve statunitense aumenti i tassi entro dicembre: una decisa inversione di tendenza rispetto alle aspettative precedenti alla guerra con l’Iran, che prevedevano almeno un taglio dei tassi quest’anno. Negli Stati Uniti arriverà Kevin Warsh a guidare la Fed, e sarà interessare vedere come riuscirà a contrastare le pressioni di Trump, che lo ha scelto, verso una riduzione dei tassi. Per la Banca Centrale europea le attese sono ora per rialzi dei tassi di 25 punti base a giugno e settembre, con possibili tagli solo dal 2027. In Giappone, il dato di oggi sul Pil, cresciuto più delle attese, ha rafforzato le argomentazioni a favore di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Bank of Japan.

Per mitigare l’impatto sul debito, molti governi, tra cui il Giappone, hanno iniziato a vendere obbligazioni con scadenze più brevi. Ma anche questa è una strategia rischiosa, perché poi i governi devono rimborsare o rifinanziare il debito prima, quindi qualsiasi aumento dei rendimenti si ripercuote più rapidamente sui costi degli interessi.

Il fattore determinante rimane l’inflazione: i recenti dati sui prezzi al consumo e alla produzione si sono rivelati superiori alle aspettative, rafforzando l’idea che le pressioni sui prezzi non si stiano attenuando con la rapidità sperata dai mercati. Con l’arrivo di ulteriori dati, in particolare per il mese di maggio, gli analisti prevedono che l’inflazione rimarrà elevata. E in quel caso gli investitori obbligazionari richiederanno rendimenti più alti per compensare la perdita di potere d’acquisto.

Anche i ministri del G7 preoccupati per l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato

Ieri anche i ministri delle finanze del G7, hanno riconosciuto la crescente preoccupazione per il debito pubblico e la volatilità del mercato obbligazionario durante il loro incontro a Parigi, cercando un terreno comune per affrontare le tensioni economiche globali e coordinare le forniture di materie prime essenziali. “Non viviamo più in un periodo in cui il debito pubblico non è un argomento di discussione”, ha dichiarato ai giornalisti il ​​ministro delle Finanze francese Roland Lescure al suo arrivo all’incontro.

Secondo gli analisti per fermare quello che ha definito un “crollo a rallentatore” nel mercato obbligazionario sarebbe necessario un calo dei prezzi del petrolio, un aumento dei timori di recessione tale da innescare una corsa verso i beni rifugio come le obbligazioni, oppure un calo dei prezzi dei titoli sufficientemente basso da attirare gli acquirenti.

A festeggiare sono invece i titoli indicizzati all’inflazione

Gli unici titoli a crescere sono quei bond indicizzati all’inflazione, i cosiddette inflation link o linkers, che vengono rispolverati dagli investitori dopo che erano stati messi da parte negli ultimi anni, in cui l’inflazione era l’ultimo dei pensieri. Si tratta di titoli che garantiscono la copertura dai rischi di inflazione, offrendo un tasso superiore a quello dei titoli ordinari, in base all’andamento dei prezzi al consumo.

Un indicatore globale delle obbligazioni indicizzate all’inflazione mostra un rialzo del 2% nel 2026, classificandosi al primo posto tra i 24 principali indici a reddito fisso monitorati da Bloomberg. Di fatto il settore sta attirando ingenti capitali, con l’Etf da 15 miliardi di dollari di BlackRock dedicato ai titoli del Tesoro statunitensi protetti dall’inflazione, i cosiddetti Tips, che ha registrato i maggiori afflussi mensili dal 2021.

Questa tipologia di titoli indicizzati hanno avuto una storia di protezione altalenante: il loro valore è crollato, controintuitivamente, nel 2022 quando l’inflazione è aumentata in seguito alla guerra in Ucraina, probabilmente per scelte che sono andare soprattutto sulle scadenze molto lungher. Ma ora gli analisti dicono che questa volta la situazione è diversa. “Le obbligazioni indicizzate all’inflazione sono un rifugio sicuro in questo momento“, ha affermato Mark Dowding , responsabile degli investimenti presso RBC BlueBay Asset Management che vede un certo interesse per questa tipologia negli Stati Uniti, nell’eurozona e in Giappone.

Le obbligazioni indicizzate all’inflazione sono state spesso considerate un investimento prudente, prediletto da soggetti come i fondi pensione che cercano di bilanciare le proprie attività con le passività a lungo termine. Tuttavia, quando le preoccupazioni per l’inflazione aumentano, possono rapidamente attrarre una gamma più ampia di investitori che scommettono sull’andamento dei prezzi al consumo.

Secondo i dati di Morningstar, i fondi obbligazionari indicizzati all’inflazione in euro hanno registrato afflussi netti per quasi 500 milioni di euro a marzo, il dato più alto da marzo 2022, invertendo la tendenza dopo quasi un anno di deflussi.

Questa corsa all’acquisto si sta riflettendo su tutti gli indicatori di mercato. Il compenso aggiuntivo che gli investitori richiedono per detenere obbligazioni decennali statunitensi a tasso nominale rispetto alle loro controparti protette dall’inflazione – noto come tasso di pareggio – ha superato in questi giorni i 2,5 punti percentuali per la prima volta in tre anni. Un indicatore simile nell’area euro ha raggiunto il livello più alto dal 2023, e l’equivalente giapponese ha toccato il 2% per la prima volta da quando il Paese ha emesso obbligazioni indicizzate all’inflazione oltre vent’anni fa.

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