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Lavoro: in 6 anni un milione di occupati in più. Ed è il Sud a sostenere la crescita. L’analisi di Ref Ricerche

L’ultima Congiuntura del centro Ref Ricerche mostra come le dinamiche del mercato del lavoro in Italia stiano modificando strutturalmente le caratteristiche dell’economia italiana, con importanti segnali di vivacità (anche a due cifre) soprattutto dal Mezzogiorno

Lavoro: in 6 anni un milione di occupati in più. Ed è il Sud a sostenere la crescita. L’analisi di Ref Ricerche

La disoccupazione in Italia sta diminuendo, ma come è distribuita nelle varie aree del Paese? A porsi il problema è l’ultima pubblicazione Congiuntura Ref del centro Ref Ricerche, che ha studiato come le dinamiche del mercato del lavoro stiano modificando strutturalmente le caratteristiche dell’economia italiana, con importanti segnali di vivacità soprattutto dal Sud. La crescita degli occupati, solo parzialmente assecondata da un andamento dinamico dell’offerta di lavoro, dati anche i limiti dovuti alla demografia, ha portato ad un crollo della disoccupazione in diverse aree del Paese: basti pensare che ben 15 province presentano un tasso di disoccupazione inferiore al 3 per cento.

Nei territori dove la struttura produttiva è più avanzata sono state raggiunte condizioni di pieno impiego: il rischio che l’economia vada incontro ad un ulteriore abbassamento del potenziale di crescita rappresenta la principale sfida delle politiche economiche italiane dei prossimi anni. Un altro punto importante è, appunto, che in alcune aree del Mezzogiorno la crescita dell’occupazione è stata vivace, portando a riduzioni marcate del tasso di disoccupazione. Certamente il modello di crescita che ha portato a questi risultati – associato ad una caduta del potere d’acquisto dei salari e allo sviluppo di settori a bassa produttività – presenta dei limiti.

Al Sud la crescita dell’occupazione è stata più rilevante

In ogni caso, in alcune province la caduta del tasso di disoccupazione è stata di entità rilevante: in otto casi addirittura più di 10 punti percentuali in meno rispetto a prima della pandemia. Ne derivano secondo la pubblicazione Ref Ricerche trasformazioni del contesto socio-economico che possono rappresentare anche la premessa per una migliore capacità di trattenere il capitale umano sul territorio. A tali miglioramenti hanno contribuito anche le politiche. Sarà importante confermare anche nei prossimi anni le misure a supporto del sistema produttivo, soprattutto flussi di investimenti pubblici adeguati a proseguire l’azione di rafforzamento delle infrastrutture avviata con il Pnrr.

Il miglioramento occupazionale italiano si caratterizza dunque per andamenti territoriali che vanno nella direzione di una diminuzione dei divari. Difatti, l’occupazione fra il 2019 e il 2025 ha presentato un ritmo più sostenuto nel Mezzogiorno (+7.3 per cento) rispetto al Centro-Nord (+3.3 per cento). Dal pre-pandemia al 2025, oltre il 40 per cento dell’aumento degli occupati in Italia si è concentrato nel Sud; si tratta di circa 440 mila nuovi occupati su un milione complessivamente. La Sicilia e la Campania da sole spiegano più di un quarto dell’aumento nazionale dell’occupazione.

In particolare, se si prendono in considerazione le singole province del Mezzogiorno, 32 su 38 mostrano una crescita del numero di occupati. In diversi casi il ritmo di crescita è stato decisamente superiore rispetto alla media nazionale. Ad esempio, in Campania, l’occupazione nelle province di Napoli e Caserta è cresciuta di oltre l’8 per cento negli ultimi sei anni, in entrambi i casi grazie a un rilevante contributo dell’edilizia e a un andamento positivo dei servizi. Il tasso di occupazione a Napoli è aumentato di quasi 5
punti percentuali, a Caserta di quasi 4.

Il caso della Puglia: a Lecce e Foggia aumento degli occupati in doppia cifra

In Puglia balza all’occhio il caso di Lecce (+20 per cento, pari a 44 mila unità aggiuntive, e un tasso di occupazione che è passato dal 43.5 al 53.9 per cento), quello di Bari (con una variazione degli occupati del +6.3 per cento) e soprattutto di Foggia (+18.4 per cento). In queste province il traino della crescita è stato diffuso ma non omogeneo dal punto di vista settoriale.

A Lecce la variazione occupazionale è riconducibile quasi integralmente al terziario: gli “altri servizi” contribuiscono per 13.8 punti percentuali, il commercio per 6.2 punti percentuali Foggia presenta invece un profilo produttivo più diversificato: accanto al contributo degli altri servizi (+8.1 p.p.), emerge un apporto positivo e significativo dell’agricoltura (+4.1 p.p.), settore tradizionalmente dominante nell’economia della Provincia, e delle costruzioni (+3.5 p.p.), mentre Bari cresce principalmente grazie agli altri servizi e all’edilizia. Certamente nel panorama della sostenuta crescita dell’occupazione in Puglia si distingue il caso della Provincia di Taranto, dove la contrazione degli occupati (-11 per cento) è concentrata nei servizi.

La reazione del mercato del lavoro nazionale dopo la pandemia

Comunque si tratta in generale a livello nazionale di un risultato sorprendente, soprattutto alla luce della pandemia. Infatti, dopo il brusco arresto del 2020, causato dal lockdown dovuto alla pandemia di Covid 19, il mercato del lavoro italiano ha mostrato una crescita sostenuta degli occupati, culminata nel 2025 con il superamento della soglia dei 24 milioni di occupati. Il confronto utile è sempre quello con i dati 2019, pre-Covid. Negli ultimi sei anni gli occupati sono aumentati complessivamente del 4.4 per cento in Italia. L’incremento osservato in realtà non è molto diverso da quello registrato negli anni immediatamente precedenti: considerando un intervallo temporale di entità analoga – fra il 2013 e il 2019 – l’aumento degli occupati è simile a quello osservato nella fase più recente.

Tuttavia, secondo Ref Ricerche la ripresa degli anni successivi al 2013 costituiva un recupero in parte fisiologico dopo le gravi perdite subite a seguito della grande crisi finanziaria del 2008 e della successiva crisi dei debiti sovrani. Fra il 2007 e il 2013 difatti in Italia erano andati perduti ben 974mila posti di lavoro, con una declinazione territoriale delle perdite particolarmente severa per le regioni dei Sud, che avevano risentito della stretta delle politiche di bilancio.

La crescita dell’occupazione italiana osservato dopo il 2019 non rappresenta invece un rimbalzo all’uscita da un periodo di crisi, ed in questo senso delinea un effettivo miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Inoltre, se questi sono gli andamenti nelle macroaree, l’esame dei dati disaggregati dal punto di vista territoriale mette in evidenza come è stato performance differenziate, con alcune province che in questi anni hanno evidenziato incrementi dell’occupazione particolarmente rilevanti, con variazioni cumulate “a doppia cifra”. Questo aspetto è importante, perché variazioni dell’occupazione di questa entità modificano radicalmente le caratteristiche del tessuto socio-economico. Le maggiori opportunità che si creano generano anche cambiamenti nelle aspettative e nelle aspirazioni delle famiglie, sostiene Ref Ricerche.

Ecco invece come è andata al Centro-Nord

Tra le province del Centro-Nord, la dinamica occupazionale è risultata più contenuta, anche se comunque di segno sempre positivo. Le performance più brillanti si riscontrano nei contesti a struttura economica diversificata o con forti specializzazioni nei servizi e nel turismo. Milano (dove gli occupati sono aumentati del 5 per cento), pur registrando una crescita inferiore alla media delle province meridionali in termini percentuali, mantiene un profilo occupazionale solido in valore assoluto (+75 mila unità), con il commercio come principale traino (+3 punti percentuali). Fra le Province lombarde si distingue la fascia settentrionale – Como, Lecco, Sondrio – dove stanno pesando anche i problemi di reperimento di manodopera accentuati dalla prossimità al confine svizzero che attrae molti lavoratori del territorio.

Nonostante la crescita relativamente sottotono rispetto alla Lombardia, nelle altre regioni del Nord-ovest le variazioni dell’occupazione sono risultate sempre di segno positivo. In Liguria va segnalata la crescita registrata a Genova (+9.4 per cento, e un tasso di occupazione salito di 7 punti percentuali) che consolida la propria base occupazionale con contributi positivi da tutti i settori principali, in particolare industria e altri servizi. In termini di incremento percentuale risalta il record di Imperia, dove gli occupati sono aumentati del 15.9 per cento.

Nel Nord Est il quadro è più variegato, con la compresenza di realtà con occupazione in crescita ed altre che hanno registrato delle diminuzioni, sia pure per lo più di entità contenuta. Fra le aree più grandi l’occupazione registra aumenti di rilievo a Padova, Parma e Bologna. Incrementi significativi si registrano anche a Piacenza e Rimini. Al centro vi sono casi di province con aumenti a due cifre, come nel caso di Frosinone (+15.5 per cento), Viterbo (+13.2), Ascoli Piceno (+10.4); aumenti di rilievo emergono anche in tutte le province toscane.

Conclusioni

I dati provinciali, relativi alla variazione dell’occupazione, delineano quindi un mercato del lavoro italiano segnato da una elevata dispersione dei risultati, anche se mediamente gli andamenti più sostenuti sono stati registrati nei territori con tassi di occupazione inferiore, configurando quindi nel complesso un processo di attenuazione dei divari territoriali. In particolare, la rilevante espansione dell’occupazione nel Mezzogiorno può essere attribuita a diversi fattori.

Sicuramente ha inciso la struttura produttiva che evidenzia nel Mezzogiorno una presenza nei settori che hanno trainato la crescita negli ultimi anni, in particolar modo le attività legate alle costruzioni e quelle della filiera del turismo. Fra il 2019 e il 2025 nelle costruzioni al Sud si registra un aumento di 152mila occupati, mentre nei servizi di alloggio e ristorazione l’aumento è di altri 46mila: nel complesso quindi quasi la metà dell’aumento occupazionale è concentrato in questi settori, probabilmente più della metà se si considerano gli effetti indotti sugli altri settori di queste filiere. Viceversa, dopo la crisi energetica del 2022-23, diversi settori manifatturieri sono entrati in una fase di difficoltà, e di questo hanno risentito soprattutto le aree più industrializzate.

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