I social network creano dipendenza. Lo ha stabilito una sentenza – già diventata storica – emessa mercoledì da una giuria popolare di Los Angeles, che ha condannato Google e Meta a risarcire con 3 milioni di dollari una donna che aveva accusato le due società per aver sviluppato una dipendenza da YouTube (Google) e Instagram (Meta) fin dall’infanzia, una condizione che le ha causato depressione e ansia, inducendole pensieri suicidi. Nelle prossime settimane sarà stabilito anche l’ammontare dei danni punitivi che i due colossi tech dovranno pagare.
Ma non è (solo) una questione di soldi: è la prima volta che si arriva a una sentenza di questo tipo in cui le società sono state ritenute responsabili della dipendenza dai social media tra i giovani. Un precedente enorme che aprirà la strada a migliaia di nuove azioni legali – 2mila procedimenti simili a questo sono già in corso –, ma che potrebbe anche contribuire a cambiare nel profondo i meccanismi di funzionamento delle piattaforme.
Google e Meta: la storica sentenza di Los Angeles
La causa contro i due colossi della Silicon Valley è stata avviata oggi ventenne, identificata come K.G.M., o Kaley, che ha raccontato in tribunale di aver iniziato a utilizzare i social quando aveva solo sei anni, sviluppando una dipendenza e andando incontro nel corso degli anni ad ansia e depressione. Lei e la madre hanno accusato Meta, proprietaria di Instagram (oltre che di Facebook e WhatsApp) e Google, a cui fa capo YouTube, di aver progettato le loro piattaforme in modo tale da incoraggiare un consumo incontrollato da parte dei giovani utenti di internet, a scapito della loro salute mentale. Le accuse non riguardavano (come in passato), i contenuti, su cui le aziende godono di ampie tutele a livello federale, ma il design delle app, ovvero lo “scorrimento infinito”, i suggerimenti degli algoritmi e la riproduzione automatica dei video. Insomma, tutti quegli strumenti che tengono gli utenti incollati agli schermi dei loro smartphone per ore e che, secondo la sentenza, contribuiscono a creare dipendenza.
Al processo, durato cinque settimane, ha testimoniato anche Mark Zuckerberg, numero uno di Meta, scusandosi con la sua accusatrice e con altre vittime per il fatto che il filtro di Instagram per limitare l’accesso ai minori di 13 anni non avesse funzionato. Le sue parole però non hanno fatto breccia. Alla fine la giuria, composta da sette donne e cinque uomini, ha raggiunto un verdetto: Meta e Google sono colpevoli di negligenza per aver gestito un prodotto che ha causato danni a bambini e adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli.
I giurati ora sono chiamati a deliberare l’ammontare dei danni punitivi che le società dovranno versare per dolo o frode. I 3 milioni stabiliti, di cui il 70% a carico di Meta e il 30% di Google, sono infatti solo i danni morali. “Non siamo d’accordo e stiamo valutando le nostre opzioni legali”, ha fatto sapere Meta. Un portavoce di Google ha invece affermato che la sentenza “non comprende correttamente la natura di YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita responsabilmente e non un social media”. Entrambe le aziende faranno ricorso.
I social network come il tabacco: cosa può succedere adesso
Quello di K.G.M è solo uno dei migliaia di processi in corso contro le piattaforme social e la sentenza crea un precedente che potrebbe rovesciare un intero sistema. Non a caso gli esperti parlano di “momento Big Tobacco” dell’industria dei social media, paragonando ciò che sta accadendo adesso a ciò che successe negli anni novanta, periodo in cui le aziende produttrici di tabacco furono costrette a pagare miliardi di dollari per aver mentito al pubblico sulla sicurezza e sui potenziali danni dei loro prodotti.
Oltre a incoraggiare migliaia di persone a intentare una causa contro le big tech, la sentenza californiana fornisce una base giuridica alle autorità che potranno imporre (o almeno tentare di imporre) limiti severi alle piattaforme. Non solo, proprio allo scopo di evitare dispendiosi problemi, Meta e Google potrebbero decidere di rivedere il proprio design e di mettere mano a quegli algoritmi che spesso non permettono agli utenti di staccarsi dal telefono.
Meta condannata anche in New Mexico: dovrà pagare 375 milioni di dollari
Ma il periodo nero di Meta non finisce qui. Solo poche ore prima, in un procedimento separato, un tribunale del New Mexico ha condannato la società a pagare 375 milioni di dollari per non aver informato correttamente gli utenti sui pericoli dei social – non solo Instagram, ma anche Facebook e WhatsApp – e per non aver protetto i minorenni dai predatori sessuali.
“Il verdetto della giuria è una vittoria storica per ogni bambino e ogni famiglia che ha pagato il prezzo della scelta di Meta di mettere i profitti al di sopra della sicurezza dei bambini”, ha dichiarato il procuratore generale del New Mexico, Raul Torrez, che nel 2023 ha intentato la causa contro Meta. Secondo lui, i vertici della società, Zuckerberg compreso, sapevano dei problemi di sicurezza e non avrebbero fatto nulla per risolverli, ignorando segnalazioni e mentendo agli utenti. Anche in questo caso Meta farà ricorso.
