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Umberto Bossi è morto: aveva fondato la Lega e voleva la Padania libera. Le reazioni di Mattarella, Meloni e Salvini

Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, è morto a 84 anni. Leader divisivo e carismatico, ha segnato politica, linguaggio e simboli del Nord, lasciando un’eredità complessa e duratura

Umberto Bossi è morto: aveva fondato la Lega e voleva la Padania libera. Le reazioni di Mattarella, Meloni e Salvini

È morto Umberto Bossi, fondatore e storico leader della Lega. Aveva 84 anni. Si è spento in serata a Varese, dopo un ricovero in terapia intensiva avvenuto il giorno precedente in condizioni subito apparse critiche. Il decesso è avvenuto intorno alle 20:30 di giovedì 19 marzo, chiudendo una delle parabole politiche più controverse e influenti della storia repubblicana italiana.

Bossi: l’ascesa e la costruzione della Lega

Nato nel 1941 a Cassano Magnago, Bossi ebbe un percorso personale irregolare. Studiò Medicina all’Università di Pavia senza laurearsi e svolse numerosi lavori: operaio, tecnico e insegnante. Fu anche poeta dialettale e cantante folk con lo pseudonimo “Donato”, partecipando a concorsi negli anni ’60. La vita notturna, i ritrovi conviviali e i sigari facevano parte integrante della sua immagine pubblica.

Dopo un primo matrimonio fallito, entrò inizialmente nel Partito Comunista Italiano. Negli anni ’70, influenzato dai cambiamenti economici e sociali della Lombardia, si avvicinò ai movimenti autonomisti e federalisti del Nord. Nel 1979 incontrò Bruno Salvadori, leader dell’Union Valdôtaine, e nello stesso anno conobbe Roberto Maroni, con cui instaurò un sodalizio politico destinato a durare decenni. Negli anni successivi tentò di creare una federazione con altri movimenti autonomisti, fino a fondare nel 1984 la Lega Autonomista Lombarda, poi trasformata nella Lega Nord, di cui divenne segretario nazionale.

L’ascesa di Bossi fu rapida: nel 1985 i primi rappresentanti della Lega entrarono nei comuni di Varese e Gallarate. Nel 1987 venne eletto al Senato per il collegio di Varese, rifiutando il seggio alla Camera, guadagnandosi il soprannome di “Senatùr”. Nel 1989 fu eletto al Parlamento europeo con 68.519 preferenze nella circoscrizione Italia nord-occidentale, mentre alle politiche del 1992 ottenne 239.798 voti alla Camera, una delle cifre più alte del Paese. Durante questo periodo, la Lega intercettò il malcontento diffuso nel Nord. Con Tangentopoli, Bossi fu inizialmente sostenitore del pool di Milano, ma nel 1993 fu accusato di aver ricevuto 200 milioni di lire da Montedison e ammise il finanziamento illecito nel processo Enimont, ricevendo una condanna a otto mesi.

Alleanze, malattia e lo strappo con Salvini

Nel marzo 1994, grazie all’alleanza con Silvio Berlusconi e il movimento Forza Italia, la Lega entrò al governo con Alleanza Nazionale. A dicembre dello stesso anno, Bossi ritirò il sostegno, facendo cadere il governo, un episodio clamoroso della Seconda Repubblica. Negli anni successivi collaborò con il teorico federalista Gianfranco Miglio, ma il progetto di riforma federale basato sulle macroregioni non ebbe seguito.

Bossi tornò più volte al governo come ministro delle Riforme tra il 2008 e il 2011, promuovendo la riforma del federalismo fiscale. Tuttavia, l’11 marzo 2004 subì un ictus con emiparesi persistente, riducendo progressivamente il suo ruolo operativo. Nel 2012 si dimise da segretario per tutelare la famiglia, travolta da scandali giudiziari, pur restando una figura simbolica della Lega.

Negli anni successivi, i rapporti con Matteo Salvini furono conflittuali. Nel 2013 Bossi tentò di riprendere la guida della Lega, ma Salvini consolidò il suo ruolo. Criticò apertamente la svolta nazionalista, le aperture al Sud e il branding “Salvini Premier”, fino alle Europee del 2024, quando si vociferò che avrebbe votato per Forza Italia. Nonostante le tensioni, ci furono incontri conciliatori a Gemonio, suo buen retiro, con una parziale riconciliazione prima della morte.

Linguaggio, rottura politica e la Padania libera

Bossi rivoluzionò il linguaggio politico italiano: diretto, aggressivo, volutamente provocatorio. Slogan come “Roma ladrona” e il comizio di Pontida del 12 giugno 1991 (“La Lega ce l’ha duro”) segnarono una rottura con la comunicazione tradizionale, creando un legame emotivo con l’elettorato.

Uno dei cardini della retorica di Bossi fu il concetto di “Padania libera”, inteso come l’idea di un Nord Italia autonomo o addirittura indipendente. La Padania rappresentava non solo una divisione geografica, ma un simbolo identitario e politico: i raduni a Pontida, l’ampolla con l’acqua del Po, il Sole delle Alpi e altri rituali rafforzavano il senso di comunità e appartenenza. Pur non realizzando mai una vera secessione, Bossi riuscì a mobilitare milioni di cittadini intorno a questi simboli, trasformando un movimento autonomista in una forza politica nazionale riconoscibile e carismatica.

Parallelamente, Bossi costruì una mitologia della Lega: i raduni a Pontida, l’ampolla con l’acqua del Po, il Sole delle Alpi e altri simboli rafforzavano l’identità settentrionale, trasformando un movimento autonomista in una forza politica nazionale carismatica.

Le reazioni: “Un protagonista della storia italiana”

Immediato il cordoglio delle istituzioni e della politica. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato Bossi come “protagonista di una lunga stagione politica” e “sincero democratico”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato il suo “fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra”, esprimendo vicinanza alla famiglia e alla comunità politica.

Il vicepremier Antonio Tajani ha parlato di “leader storico”, mentre il ministro Giuseppe Valditara lo ha definito “coraggioso alfiere della libertà”. Matteo Salvini ha annullato tutti gli impegni: “Mi hai cambiato la vita… Ciao, Capo. A Dio”. Roberto Calderoli lo ha ricordato come un “secondo padre”, sottolineando il suo lascito politico nell’autonomia dei territori. Il presidente del Senato Ignazio La Russa lo ha definito un “gigante della politica”, mentre Attilio Fontana e Luca Zaia hanno evidenziato il ruolo fondamentale di Bossi per la Lombardia e per il Nord Italia.

Tra gli esponenti di Forza Italia, Antonio Tajani ha parlato di “leader storico e protagonista del cambiamento in Italia”, mentre Giancarlo Giorgetti ha condiviso un ricordo personale sui social. Anche esponenti dell’opposizione hanno espresso il loro cordoglio: Elly Schlein (Pd) ha trasmesso le condoglianze a nome del partito, Giuseppe Conte (M5S) lo ha definito un “protagonista della storia politica recente”, Pierferdinando Casini un “indomito lottatore”, e Matteo Renzi ha ricordato la sua passione politica, “nel bene e nel male, un pezzo di storia repubblicana”.

L’eredità politica

Con la morte di Umberto Bossi si chiude un capitolo centrale della politica italiana. Nel bene e nel male, ha trasformato il modo di fare politica: ha anticipato linguaggi populisti, personalizzazione della leadership e centralità dei territori. Il suo progetto della “Padania libera” non si è mai realizzato, ma ha inciso profondamente nel dibattito pubblico, rendendo centrali temi come autonomia, federalismo e rapporto tra centro e periferia.

Resta un’eredità complessa: quella di un leader divisivo, capace di costruire dal nulla un’identità politica potente e di lasciare un segno profondo, tra intuizioni, eccessi e contraddizioni, destinato a influenzare ancora a lungo il dibattito pubblico italiano.

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