I timori sempre più concreti di un rialzo dell’inflazione, dopo l’impennata dei prezzi dell’energia innescata dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, stanno gravando non solo sui listini azionari, ma anche su quelli obbligazionari e soprattutto stanno cambiando radicalmente le prospettive dei tassi ufficiali delle banche centrali. La prossima settimana sarà cruciale visto che in agenda ci sono i meeting delle più importanti Banche centrali del mondo.
Salgono i rendimenti del mercato obbligazionario, anche in Germania
Con le prospettive di un esacerbarsi della spesa per energia e con i timori per un surriscaldamento dell’inflazione, gli investitori hanno venduto anche i titoli di stato e i rendimenti sono tornati a salire, proprio in un contesto in cui molti governi stanno aumentando le emissioni di debito per finanziare investimenti, politiche industriali e spese per la difesa.
Ieri il Tesoro tedesco aveva messo sul mercato 5 miliardi di euro di Bund decennali, ma le richieste degli investitori si sono fermate intorno ai 4,5 miliardi. Alla fine l’emissione effettivamente collocata è stata inferiore, poco più di 3,8 miliardi. In termini tecnici si parla di asta non completamente coperta, anche se poi l’Agenzia tedesca per la gestione del debito rivenderà i titoli più avanti sul mercato secondario. Ma il segnale è forte. Il risultato dell’asta ha avuto un effetto immediato sui rendimenti. Nel mercato secondario il tasso del Bund decennale è salito fino a sfiorare il 3%, arrivando intorno al 2,96%, livelli che non si vedevano dall’autunno del 2023. Solo poche settimane fa il rendimento di una emissione analoga era intorno al 2,7%.
Il movimento dei rendimenti tedeschi si è riflesso anche sugli altri titoli di Stato dell’Eurozona. I Btp decennali sono tornati a rendere intorno al 3,7%, mentre lo spread tra Btp e Bund si è riportato verso gli 80 punti base: prima del conflitto nel Golfo lo spread era a 63 punti base e a 53,50 punti nella metà di gennaio, quando aveva toccato il minimo dall’agosto del 2008, stando alle rilevazioni di Reuters.
L’aumento dei rendimenti si vede anche sul primario italiano dove però la domanda degli investitori si è mostrata forte, a differenza di quella sui bund tedeschi. Ieri Il Ministero dell’economia e delle finanze italiano ha collocato 6 miliardi di euro di Btp con rendimenti in rialzo e richieste di oltre una volta e mezza. In particolare, sono stati collocati 2 miliardi di euro del Btp scadenza 2029 al rendimento lordo di 2,75%, in aumento di 38 punti base rispetto all’asta analoga precedente, che risale a un mese fa. Inoltre, sono stati collocati 2,5 miliardi di euro del Btp 2033 a un rendimento lordo del 3,37%, in crescita di 31 punti base rispetto all’asta analoga precedente del 12 febbraio. Infine, sono stati collocati 1,5 miliardi del Btp 2038 al rendimento lordo del 3,85%.
Salgono anche i rendimenti dei Treasuries Usa. La scadenza a due anni, la più sensibile alle aspettative sulla della Federal Reserve ha raggiunto ieri il livello più alto degli ultimi sei mesi, mentre stamane è sceso di 2 punti base al 3,74% Il rendimento ha comunque guadagnato circa 35 punti base nelle due settimane successive all’inizio della guerra. Il rendimento del decennale Usa è salito fin oltre il 4,20%
Cambia la prospettiva dei tassi di interesse ufficiali
Le speranze sempre più flebili di una rapida risoluzione della guerra e lo spettro di un’inflazione in aumento hanno spinto i mercati a rivedere rapidamente le proprie aspettative sulle azioni delle banche centrali quest’anno e completamente ridefinito le prospettive sui tassi di interesse.
Per la Banca Centrale Europea, i mercati monetari stanno scontando un aumento dei tassi entro luglio e una probabilità del 70% di un secondo rialzo entro dicembre. Invece a febbraio i dealer avevano attribuito una probabilità di circa il 40% a un taglio dei tassi entro la fine dell’anno. Invece oltre il 90% degli economisti interpellati in un sondaggio Reuters non vedono aumenti dei tassi quest’anno.
Con i prezzi del petrolio ancora in rialzo di circa il 45%, gli economisti hanno leggermente rivisto al rialzo le loro previsioni di inflazione, attualmente poco inferiori al 2%, per riflettere lo shock energetico.
L’inflazione complessiva, salita all’1,9% il mese scorso dall’1,7% di gennaio, dovrebbe attestarsi in media al 2,3% nel prossimo trimestre, in aumento rispetto all’1,9% di questo trimestre, un incremento rispetto all’1,9% e all’1,7% previsti il mese scorso. Per l’intero anno, la previsione era di una media del 2,0%, rispetto all’1,8% rilevato nel sondaggio del mese scorso. Un euro indebolito, che ha perso quasi il 3% del suo valore rispetto al dollaro dall’inizio della guerra, potrebbe alimentare le pressioni inflazionistiche.
I dealer non prevedono più nemmeno un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve quest’anno, a differenza di quanto previsto a fine febbraio, quando ne prevedevano addirittura due.
Tra queste incertezze saranno particolarmente seguite le riunioni delle banche centrali la prossima settimana poiché i responsabili delle politiche monetarie avranno l’opportunità di esprimere le proprie opinioni su inflazione, tassi e crescita: in agenda ci sono le riunioni di politica monetaria di Federal Reserve, Banca del Giappone, Banca Centrale Europea e Banca d’Inghilterra, che dovrebbero lasciare i tassi invariati. Si prevede invece che la Reserve Bank of Australia li aumenterà.
