Si dice che con la creazione della Banca centrale europea, la Banca d’Italia avrebbe visto diminuire il suo ruolo e si sarebbe ridotta a un ufficio burocratico deputato ad occuparsi della vigilanza sulle piccole banche, a un ufficio studi, importante ma privo di poteri di decisione sulle cose da fare, e a qualche servizio importante ma minore come la tutela dei risparmiatori e la diffusione della cultura finanziaria. Ma sarebbe un errore se i Governi volessero liberarsi di una struttura ritenuta spesso troppo autonoma dalle indicazioni della politica. Ed è proprio questa autonomia la fonte dell’autorevolezza di cui la Banca gode non solo in Italia ma nel mondo istituzionale e finanziario internazionale. E al nostro paese questa autorevolezza è servita in passato e sicuramente servirà ancora per un futuro carico di problemi ed incertezze come quello verso cui ci avviamo.
Salvatore Rossi, che della Banca d’Italia è stato direttore generale dopo aver percorso per oltre quarant’anni tutti i gradini di una lunga carriera, ha raccontato in un agile volume pubblicato da Laterza la sua Banca d’Italia. Non è un libro agiografico dato che Rossi, accanto ai meriti, mette in luce anche i difetti, le cadute, gli impacci culturali e burocratici che a volte hanno fatto perdere a questa istituzione la sua meritata fama di eccellenza del sistema pubblico italiano.
Moneta, fiducia e politica monetaria: il ruolo della Banca d’Italia
Quello di Salvatore Rossi non è solo un libro divulgativo che, a mio parere, dovrebbe essere assegnato come lettura obbligatoria agli studenti liceali. È un volume che in termini semplici riesce a spiegare il ruolo della moneta e il senso della politica monetaria, il rapporto della moneta con l’economia reale, il rischio dell’inflazione e quello opposto della recessione. E poi si parla del ruolo delle banche come intermediarie del denaro tra risparmiatori ed imprenditori, e soprattutto della “fiducia” che sta alla base di tutto questo complesso sistema monetario, linfa pulsante dell’economia reale. La fiducia si basa anche sulla credibilità della banca centrale che emette la moneta cartacea, e lo deve fare con sapienza e in piena indipendenza badando solo all’interesse generale. Rossi ricorda un’immagine di Guido Carli (governatore dal 1960 al 1975) apparsa sulla prima pagina dell’Espresso, in cui Carli appariva corrucciato, severo, dando una impressione “maestosa e terrorizzante”. Ed è proprio questa immagine misteriosa della Banca popolata di sacerdoti laici al servizio del popolo, che veniva volutamente costruita da Carli. Ricordo che da giovane cronista andai a trovare il governatore insieme al direttore del giornale. Lui ci ricevette nella sua stanza tenuta quasi al buio. Era seduto alla sua scrivania sotto il celebre quadro di San Sebastiano trafitto dalle frecce a testimonianza di quante pressioni il Governatore fosse destinato a sopportare e respingere.
Ma per poter discutere con tutti e convincere i più riottosi, Carli capì che la Banca doveva dotarsi di un servizio studi molto solido, fatto da giovani studiosi di valore capaci di stare in contatto con il resto del mondo e di preparare argomentazioni inoppugnabili da portare nelle riunioni dove si dovevano stabilire le linee di politica economica o monetaria. E questo c’è ancora oggi e non ha perso importanza ed autorevolezza.
Vigilanza bancaria: i periodi bui della Banca d’Italia
Il secondo pilastro della banca è senza dubbio la Vigilanza sulle banche e sugli altri intermediari finanziari. In questo settore la storia è stata lunga e complessa. Fino alla fine degli anni ’70 il principio base della vigilanza era la “stabilità” del sistema bancario. Nessuna banca doveva fallire per non minare la fiducia dei risparmiatori nel sistema e quindi per evitare una corsa agli sportelli per ritirare i propri risparmi. Anche in questo caso ricordo quando sul finire degli anni ’70 andai a trovare l’allora governatore Paolo Baffi e ci trovammo a discutere della situazione del Banco di Napoli che era chiacchierato. Dissi che a mio parere bisognava lasciare che il Banco uscisse con un bilancio in rosso anche per dare un segnale al pubblico, ai dirigenti e a tutti i dipendenti che non tutti gli errori potevano essere coperti dalle autorità. Baffi sembrava apprezzare anche se non si espresse perché doveva valutare i pro e i contro. Poi il Banco di Napoli uscì con un bilancio in rosso.
La Vigilanza ora è passata per le banche maggiori alla Bce che usa anche gli strumenti e il personale della Banca d’Italia e comunque, accanto alla stabilità, ha fatto strada la concorrenza e l’efficienza del sistema che deve offrire servizi di eccellenza perché l’allocazione del denaro nei settori con maggiori potenzialità espansive e nell’interesse dell’intera economia.
Anche in Banca d’Italia non sono mancati periodi bui. Molto severo è il giudizio di Salvatore Rossi sul Governatore Antonio Fazio, un periodo caratterizzato dal “rifiuto della modernità” tanto che la banca, ad esempio, era passata in pochi anni da essere un’eccellenza assoluta nelle tecnologie a una delle ultime ruote del carro che aveva paura persino di usare le mail.
L’euro e le politiche non convenzionali
L’euro ha cambiato il ruolo della Banca d’Italia che però continua ad avere una funzione fondamentale anche nel fissare la politica monetaria. Ma la Banca rimane un faro di razionalità economica valorizzata dalla sua indipendenza. In questo senso il mantenimento del suo prestigio ha un peso notevole non solo in Italia ma anche a livello internazionale. Ricordo che l’allora direttore generale Fabrizio Saccomanni mi disse che avevano lavorato non poco per rafforzare la posizione di Mario Draghi per far adottare dalla Bce il Qe (Quantitative easing), cioè quelle politiche monetarie non convenzionali capaci di dare una spinta all’economia evitando il perdurare di una recessione. Dobbiamo quindi valorizzare anche in futuro questo patrimonio culturale e operativo del Paese, e non perché vogliamo tornare alla lira, ma perché dobbiamo trovare tutti insieme la strada per uscire dalla schiavitù della bassa crescita e dei bassi salari.
