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Emily In Paris parte quinta, la caduta. Quando una buona serie indulge a troppe tentazioni

La nuova stagione del serial, che riparte da Roma, fa discutere per la sovrabbondanza di inserimenti pubblicitari e comincia a mostrare la corda. Il confine tra la serie e la sua promozione si dissolve pericolosamente. E delude.

Emily In Paris parte quinta, la caduta. Quando una buona serie indulge a troppe tentazioni

Come un palloncino che quando sale in alto, al rarefarsi dell’atmosfera, scoppia rumorosamente, anche Emily in Paris, arrivata sulla vetta della quinta stagione, ha fatto un po’ la stessa fine. Era l’ottobre del 2020 quando è apparsa su Netflix la prima stagione della più recente creazione di Darren Star, autore dei successi di Beverly Hills 90210Melrose PlaceSex and the City. E se il debutto di Emily, giovane promessa del marketing dipendente di un’agenzia di Chicago che si trasferisce nella sede della capitale francese, era avvenuto tra mille critiche per la sovrabbondanza di cliché, lo show aveva poi saputo farne un punto di forza. È in fondo anche attraverso gli stereotipi che ci si avvicina a una cultura diversa dalla propria: un’americana per la prima volta a Parigi cercherà necessariamente la tour Eiffel, vorrà mangiare croissant e guardare la luna da un tetto di ardesia. 

Nella quarta stagione, poi, Emily era arrivata a Roma e nemmeno qui era mancato nulla all’appello: il giro in vespa, la Fontana di Trevi, gli spaghetti al pomodoro. Ma bene o male la serie aveva retto, come pure la performance della brava Ashley Park che cantava – forse profeticamente – Ruins davanti alla fontana delle tartarughe in piazza Mattei. 

Di fatto, i primi quattro capitoli si sono tenuti in difficile ma gioioso e colorato equilibrio tra leggerezza dei toni e temi di puntata che non escludevano questioni sociali o di costume: dalla ‘zona grigia’, intesa nel senso dei capelli lasciati al naturale ma anche dei compromessi nelle relazioni, al me too di Sylvie, alle differenze di genere. Nella quinta stagione, però, l’estetica ha virato decisamente al camp, purtroppo senza il lato parodistico, e la scrittura ha capitolato: personaggi e intrecci sono diventati ripetitivi, perdendo lo spessoresic, dell’intrattenimento leggerissimo ma fresco che era stato Emily in Paris per una manciata d’anni e puntate. 

Il quinto capitolo, che riparte proprio da Roma, ha infatti perso il tocco: le riprese sembrano realizzate di volata, gli attori di supporto non paiono esattamente riuscire a stare al passo. Quanto al cast principale, se Gabriel ha un ruolo marginale ed Emily gira un po’ a vuoto, l’inedita coppia Alfie/Mindy è l’unica buona sorpresa, mentre è meno riuscito l’innesto di Minnie Driver nei panni di una principessa romana un po’ villain. Ciò che rende il tutto ancora meno godibile, però, è che i primi episodi ambientati in Italia sono travolti da un vero e proprio “ad bombing”: una pletora di marchi nostrani che gli sceneggiatori hanno inserito nella trama tradendo, di fatto, il racconto. 

È chiaro che, essendo il marketing l’argomento della serie, i brand sono sempre stati parte integrante della storia, ma fino alla stagione attuale era stato fatto un più corretto uso del product placement e, per il resto, erano stati utilizzati nomi inventati unicamente evocativi di marchi reali – Bavazza, Pierre Cadault -, consentendo alla componente narrativa di esistere a prescindere da qualche inserimento pubblicitario. Nella quinta stagione, invece, sono citati e utilizzati brand autentici, creando una vera bomba di marketing che travolge qualsiasi trama. Si dissolve così il confine tra la serie e la sua promozione, tra i personaggi e i loro interpreti: un’ibridazione che non convince e che avvicina sempre di più l’esperienza della visione allo scrolling di un reel (pubblicitario) su Instagram. Siamo spettatori o consumatori? Altro che il guilty pleasure che era, è l’all-in di Netflix, che cerca nuove fonti di profitto laddove quello dello streaming non basta più. È un punto di non ritorno? 

Su Netflix – Produzione: USA 2025, Ideazione: Darren Star, Regia principale: Andrew Fleming, Sceneggiatura: Darren Star, Liz Eney, Sarah Choi, Montaggio principale: Alex Minnick, Veronica Rutledge, Jesse Gordon, Fotografia: Steven Fierberg, Seamus Tierney, Alexander Gruszynski, Stéphane Bourgoin, Jendra Jarnagin, Interpreti principali: Lily Collins, Lucas Bravo, Ashley Park, Philippine Leroy-Beaulieu, Samuel Arnold, Bruno Gouery, Lucien Laviscount, Durata: 30’ per 10 episodi.

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