Ormai per trovare un posto nel mondo non raggiungibile dai viaggiatori e soprattutto non contagiato dall’overtourism, dall’eccesso di turisti, bisogna davvero spingersi in luoghi remoti e probabilmente inospitali. Come magari i poli, o qualche isoletta sperduta negli oceani. Anche se per la verità se quelle isolette sono minimamente conosciute e relativamente vicine alle coste continentali, come le Galapagos, la partita è già persa. A denunciarlo è una inchiesta del New York Times secondo la quale anche nell’arcipelago al largo (e sotto la giurisdizione) dell’Ecuador, nell’Oceano Pacifico, sta scattando l’allarme per l’overtourism. Gli ultimi dati dicono infatti che si è registrata un’esplosione del turismo anche in periodo di bassa stagione e che questo sta mettendo sotto pressione il delicato ecosistema ambientale delle Galapagos.
Una riserva protetta che però vale tantissimo per l’economia: turismo, ma non solo
L’arcipelago, che dal 1959 è Patrimonio Unesco, è infatti noto per la sua preziosissima biodiversità: il 97% del suo territorio, composto da 19 isole, è una riserva naturale protetta, istituita a Parco nazionale. E’ visitando questi posti che un paio di secoli fa il biologo britannico Charles Darwin elaborò la Teoria dell’evoluzione delle specie vegetali e animali per selezione naturale, un caposaldo del progresso scietifico dell’umanità. Ma soprattutto la natura alle Galapagos contribuisce tantissimo all’economia: oltre al turismo (purché controllato…), che da solo vale 275 milioni di dollari l’anno, vanno aggiunti la pesca (110 milioni) e l’anidride carbonica catturata dalle piante, che vale 36 milioni di dollari in finanza green, a patto però che l’ecosistema rimanga intatto.
Per tutelare tutto questo, il limite annuo di turisti era stato fissato dal governo ecuadoriano in 12mila visitatori ricevibili, ma quest’anno secondo le stime dell’Osservatorio del Turismo ne arriveranno 300mila, praticamente il doppio rispetto al 2007. Il motivo di questa crisi è presto detto: le nuove forme di turismo, rappresentate soprattutto da Airbnb, che permettono a chiunque di ospitare persone fuori dal circuito tradizionale degli alberghi, facendo lievitare l’offerta di posti letto e al contempo precipitare i prezzi. E con questo tipo di dinamica ovviamente i turisti vanno a nozze: più opzioni e a prezzi stracciati. Secondo il NY Times, gli abitanti delle Galapagos dalla pandemia in poi hanno iniziato ad affittare le loro camere per 8 dollari a notte, o interi appartamenti per poco più di 100 dollari.
Il modello Airbnb scricchiola, ma quali sono le alternative?
Prezzi decisamente da low cost, con il nobile risultato di rendere il turismo più accessibile anche ai meno ricchi. Ma può davvero funzionare così, anche in aree ambientali ad alto rischio? “La promessa di Airbnb, fondata nel 2007, è sempre stata questa – scrive il New York Times -. Ma in tutto il mondo, il suo successo ha talvolta portato a orde indesiderate di turisti. Le tensioni tra Airbnb e le comunità locali sono diventate comuni negli ultimi anni, da Barcellona a Beverly Hills, con critiche per l’aumento degli affitti per i residenti e per i danni ambientali causati dalla folla”.
Insomma il modello Airbnb scricchiola, ma le soluzioni non sono facili né tantomeno univoche. Lo stesso governo ecuadoriano non sa bene dove mettere le mani, perché c’è anche la controparte, la comunità locale delle Galapagos, per la quale questo tipo di turismo è più una opportunità, se non una esigenza, che non un rischio. È una lotta “per la gente”, è arrivata a dire al NY Times una host di Airbnb. “La gente del posto vuole solo lavorare legalmente senza distruggere l’ambiente. In ogni caso, il numero di turisti aumenterà, con o senza Airbnb. Ma Airbnb genera guadagni per i galapagueños, senza costruire nuove strutture”.