“L’indipendenza della Federal Reserve dipende dalla stessa Fed”. Kevin Warsh apre così la sua audizione di conferma davanti al Comitato bancario del Senato e mette subito a fuoco il terreno su cui intende giocarsi la partita. Il presidente designato della banca centrale americana si dice “assolutamente convinto dell’indipendenza della Fed”, ma chiarisce anche che questa autonomia non è un principio astratto: va difesa dall’istituzione stessa, restando ancorata al rigore analitico, a una vera deliberazione interna e a decisioni non offuscate da fattori esterni.
I due pilastri e il ringraziamento a Trump
In avvio, Warsh si è detto “profondamente grato al presidente Trump per la fiducia accordata”, richiamando però subito quelli che considera i due cardini della politica monetaria: piena occupazione e stabilità dei prezzi. È su questo doppio binario che prova a costruire il profilo della sua futura guida della Fed, in un passaggio delicato per l’economia americana, ancora alle prese con un’inflazione che non si lascia domare con facilità e che, secondo quanto emerso durante l’audizione, rischia di ricevere nuova spinta dallo shock energetico legato alla guerra con l’Iran.
Condizionato da Trump? “Assolutamente no, non sarò il burattino” del presidente, ha dichiarato poi Warsh rispondendo a una domanda della Commissione bancaria del Senato.
Gli errori della Fed sull’inflazione
Il passaggio più duro arriva quando Warsh punta il dito contro la gestione degli ultimi anni. La Fed, sostiene, “si attiene alle sue previsioni più a lungo del dovuto“. Per questo, aggiunge, “serve un cambio di politica, servono nuovi strumenti e una nuova comunicazione”. Nella sessione di domande e risposte, il presidente designato affonda ancora di più il colpo, accusando la banca centrale di aver mancato il bersaglio sull’inflazione fin dalla pandemia. A suo giudizio, gli errori di politica monetaria del 2021 e del 2022 continuano a pesare sull’economia americana perché quando l’inflazione mette radici, riportarla sotto controllo costa di più ed è molto più difficile.
Indipendenza sì, ma senza invasioni di campo
Warsh difende l’autonomia della politica monetaria, definendola “essenziale”, ma allo stesso tempo respinge l’idea che essa venga compromessa dal fatto che presidenti, senatori o deputati esprimano opinioni sui tassi di interesse. Nella sua impostazione, il problema nasce altrove. L’indipendenza della Fed è “maggiormente a rischio” quando la banca centrale esce dal suo perimetro e si addentra in ambiti fiscali e sociali “in cui non ha né autorità né competenza”.
Per questo insiste sul fatto che la Fed debba restare nei suoi campi di competenza e non trasformarsi in un’agenzia onnivora del governo americano o in una sede chiamata a decidere questioni che spettano ad altri luoghi della politica.
Trump e la pressione sui tassi
Sull’audizione pesa inevitabilmente Donald Trump, che proprio nelle stesse ore ha rilanciato la pressione sul futuro presidente della banca centrale. “Sarei deluso se il nuovo presidente della Fed non tagliasse i tassi d’interesse”, ha detto il presidente americano. Warsh, da parte sua, prova a tenere il punto. Condivide la fiducia di Trump nella crescita dell’economia statunitense e nel potenziale del Paese, ma al tempo stesso ribadisce che la priorità resta la lotta all’inflazione.
Ed è qui che comincia anche la prova più difficile: conciliare la richiesta di credibilità anti-inflazione con le aspettative, sempre più esplicite, del presidente che lo ha scelto.
