Pochi giorni prima di Natale, AmericaFest – la convention annuale di Turning Point Usa, l’organizzazione fondata da Charlie Kirk per promuovere il conservatorismo tra gli studenti universitari statunitensi – è stata teatro di un ampio scontro tra complottisti reazionari.
Oltre a dividersi, come gran parte dell’opinione pubblica americana, nel giudizio sulla gestione degli Epstein Files, la documentazione riguardante il finanziere condannato per abusi sessuali e traffico di minori, i circa 30.000 partecipanti hanno assistito a interventi dal palco che hanno animato una sorta di guerra di tutti contro tutti.
Ad esempio, Ben Shapiro, un influente commentatore conservatore, ha dato di “addetto stampa di Epstein” a Steve Bannon, l’ex consigliere di Donald Trump, e si è scagliato conto l’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson per avere contribuito a diffondere la voce – messa in circolazione da Candace Owens, un’altra opinionista reazionaria, già direttrice della comunicazione di Turning Point Usa dal 2017 al 2019 – secondo cui l’assassinio di Kirk sarebbe scaturito in seno alla sua stessa organizzazione.
In passato, i raduni di Turning Point Usa erano stati l’occasione per rilanciare fantasiose ricostruzioni cospirazioniste: il presunto complotto per assegnare a Joe Biden la vittoria delle elezioni presidenziali del 2020, che avrebbero invece visto il successo di Trump secondo molti repubblicani, oppure l’ipotesi che il massacro di venti bambini e altre sette persone nella scuola elementare di Sandy Hook il 14 dicembre 2012 non sarebbe stato nient’altro che una messa in scena.
Pertanto, alcuni osservatori hanno interpretato la spaccatura di quest’anno tra i cospirazionisti reazionari come un segnale dell’esaurimento del complottismo come strumento dell’ala più conservatrice del partito repubblicano per guadagnare consensi.
Il complottismo come “tradizione nazionale” degli Stati Uniti
La storia degli Stati Uniti è costellata di presunti complotti fino dai tempi dei processi alle “streghe” del villaggio di Salem, istruiti dai puritani del Massachusetts tra il febbraio del 1692 e il maggio dell’anno successivo in quella che era ancora l’America settentrionale inglese, nel tentativo di consolidare i fondamenti teocratici della colonia e di tenere a freno l’aspirazione di alcune donne a emanciparsi dal controllo maschile.
La stessa guerra d’Indipendenza che portò alla nascita degli Stati Uniti come nazione sovrana scaturì dalla reazione dei coloni britannici dell’America del Nord a una presunta congiura ordita dalle istituzioni della madrepatria per limitare i loro diritti di cittadini inglesi che vivevano al di là dell’Atlantico.
Ancora oggi, un filone pubblicistico sulla storia degli afroamericani sostiene la teoria – destituita di qualsiasi fondamento documentario – secondo cui la guerra d’Indipendenza sarebbe stata l’esito di una cospirazione dei proprietari di piantagioni nordamericani timorosi che la Gran Bretagna stesse per abolire la schiavitù e, quindi, determinati a sottrarsi alla giurisdizione di Londra per mantenere la proprietà dei loro schiavi (Nikole Hannah-Jones e altri, The 1619 Project: A New Origin Story, New York, Random House, 2021).
Le teorie di complotti si sono moltiplicate in relazione soprattutto ad alcuni degli episodi più drammatici della storia degli Stati Uniti.
Nel caso dell’attacco giapponese su Pearl Harbor il 7 dicembre 1941, il presidente Franklin D. Roosevelt avrebbe concentrato la flotta del Pacifico in questo porto delle Hawaii e ignorato deliberatamente i segnali di un imminente bombardamento nipponico alla ricerca di un pretesto per far entrare gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale.
Per quanto riguarda l’omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy il 22 novembre 1963, i mandanti sarebbero stati, a seconda dei diversi orientamenti politici dei fautori del cospirazionismo, il leader sovietico Nikita Chruščëv, il boss mafioso Sam Giancana, settori deviati della Cia e dell’Fbi, Fidel Castro, esuli cubani anticastristi, suprematisti bianchi del Sud, sostenitori del deposto presidente sudvietnamita Ngo Diem e perfino il vicepresidente Lyndon B. Johnson.
Invece, per quello che concerne gli attentati terroristici di al-Qaeda dell’11 settembre 2001, il presidente George W.Bush li avrebbe consentiti o li avrebbe addirittura concepiti lui stesso allo scopo di intervenire militarmente in Medio Oriente.
Invece, la strage di Oklahoma City, che provocò 168 vittime il 19 aprile 1995, fu contrassegnata da un duplice complottismo. Da un lato, l’esecutore materiale, Timothy McVeigh, decise di far esplodere un edificio federale come ritorsione contro il governo di Washington, che accusava di complottare per limitare le libertà individuali dei cittadini americani. Dall’altro, alcuni gruppi reazionari di sedicenti patrioti sostennero che l’attentato fosse stato voluto dal governo stesso per giustificare una svolta liberticida.
Secondo lo storico Robert A. Goldberg, il susseguirsi di ipotesi di cospirazioni rappresenterebbe una vera e propria “tradizione nazionale” negli Stati Uniti (Enemies Within: The Culture of Conspiracy in Modern America, New Haven, CT, Yale University Press, 2001).
In alcuni momenti della storia statunitense queste tesi di intrighi hanno avuto una particolare incidenza sul dibattito politico.
Il papismo alla metà dell’Ottocento
Negli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento, in seguito soprattutto alla carestia di patate nella terra d’origine, immigrarono negli Stati Uniti oltre 1,6 milioni di irlandesi. Erano quasi tutti cattolici.
Gli americani, che al tempo praticavano in larghissima maggioranza fedi protestanti ed erano ostili al cattolicesimo in quanto erroneamente persuasi che fosse stato il vincitore delle guerre di religione combattute in Europa tra l’inizio del Cinquecento e la metà del Seicento, li considerarono agenti del pontefice romano, il quale li avrebbe investiti della missione di asservire la politica degli Stati Uniti ai disegni del papato, abbattendo le istituzioni repubblicane e sopprimendo le libertà civili.
Sorsero così dei partiti politici xenofobi con programmi incentrati su proposte per stroncare la presunta cospirazione papista: bloccare l’immigrazione, estendere dai cinque anni al tempo in vigore a quattordici anni il periodo di residenza minimo negli Stati Uniti per conseguire la cittadinanza americana, escludere dalle cariche pubbliche chi non fosse cittadino dalla nascita.
La più influente di queste formazioni fu l’American Party, sorto nel 1853 dalla confluenza di preesistenti gruppi con tale orientamento. Nelle elezioni dell’anno successivo conquistò 52 seggi alla Camera dei Rappresentanti, uno al Senato, sei governatorati e il 63% dei voti in Massachusetts, lo Stato con la maggiore concentrazione di immigrati irlandesi, acquisendo il conseguente controllo dell’assemblea legislativa.
Nel 1856 il suo candidato alla Casa Bianca, Millard Fillmore, ricevette il 21,5% dei suffragi popolari.
I seggi alla Camera scesero a 38, ma quelli al Senato salirono a quattro. Negli anni immediatamente successivi, con il crescente rilievo della diatriba sulla schiavitù, che nel 1861 portò allo scoppio della guerra civile, la questione della cospirazione dei cattolici perse importanza politica e l’American Party si sciolse.
Tuttavia, l’ipotesi di una congiura papista tornò ad avere un consistente impatto elettorale nel 1928, quando il governatore dello Stato di New York, Alfred E. Smith, ottenne la nomination democratica per la presidenza, divenendo il primo cattolico a essere schierato per la Casa Bianca da uno dei due maggiori partiti.
I sospetti che un ipotetico presidente Smith avrebbe trasformato gli Stati Uniti in un Paese vassallo del Vaticano fecero convogliare sul suo sfidante repubblicano, Herbert Hoover, i voti in alcuni Stati del Sud, al tempo tradizionalmente democratici ma dove erano ben radicate le confessioni protestanti evangeliche, quali Carolina del Nord, Florida, Tennessee, Texas e Virginia.
Il populismo della fine dell’Ottocento
Il peggioramento delle condizioni economiche degli agricoltori alla fine dell’Ottocento, conseguenza della creazione di un mercato globale soprattutto per il cotone e il grano in seguito alla diffusione della navigazione a vapore che aveva comportato un abbassamento dei prezzi di questi prodotti e quindi dei profitti, fu imputata a una cospirazione di banchieri e finanzieri di Wall Street ai danni dei coltivatori diretti, sempre più vessati dal crescente indebitamento e dalla difficoltà di contenere il costo di trasporto delle derrate a causa del regime di monopolio o di oligopolio in cui operavano le ferrovie.
La protesta agraria trovò il suo principale veicolo di espressione nel partito populista, fondato nel 1892 con un programma che chiedeva la nazionalizzazione delle compagnie ferroviarie, facilitazioni per la concessione di prestiti agli agricoltori e una politica monetaria inflazionistica per venire incontro a chi si era indebitato nelle aree rurali del Paese. Il candidato populista del 1892 alla Casa Bianca, James B. Weaver, ottenne il 9% circa dei voti popolari e trionfò in alcuni Stati agricoli (Colorado, Idaho, Kansas e Nevada).
Il successivo miglioramento della situazione economica degli agricoltori, però, privò di argomentazioni i cospirazionisti che sostenevano che “Wall Street possiede il Paese” e il partito populista finì per essere assorbito da quello democratico, anche se formalmente continuò a esistere fino al 1909.
La prima guerra mondiale
Nel 1934 iniziò i propri lavori la commissione d’inchiesta del Senato sull’industria degli armamenti, presieduta da Gerald Nye.
Le sue audizioni avallarono l’ipotesi che gli Stati Uniti fossero entrati nella prima guerra mondiale contro la volontà popolare, trascinati da una cospirazione dell’industria bellica, per arricchirsi con le commesse militari, e delle principali banche del Paese, intenzionate ad assicurare la vittoria delle potenze dell’Intesa per garantirsi la restituzione dei prestiti fatti ai governi di Regno Unito, Francia, Russia e, ancorché in misura minore, Italia.
Questa teoria complottista non ebbe un impatto diretto sulle elezioni, salvo permettere una lunga carriera nel Congresso a Nye e ad altri senatori isolazionisti come George W. Norris.
Nondimeno, le risultanze della commissione alimentarono una campagna demagogica contro i profittatori di guerra e furono responsabili di leggi, varate tra il 1935 e il 1937, per garantire la neutralità degli Stati Uniti nel caso di conflitti militari tra Paesi stranieri: divieto di effettuare prestiti e di vendere armamenti ai belligeranti, obbligo del pagamento in contanti per gli altri prodotti e di trasporto con naviglio degli acquirenti.
I provvedimenti furono in parte revocati dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, ma parte della storiografia ritiene che queste disposizioni abbiano contribuito a incoraggiare la politica espansionista del regime nazista nella seconda metà degli anni Trenta.
Il maccartismo
Il 9 febbraio 1950, nel pieno della guerra fredda, il senatore repubblicano del Winsconsin Joseph McCarthy annunciò di essere in possesso di una lista di oltre duecento nominativi di funzionari del dipartimento di Stato, iscritti al partito comunista o comunque simpatizzanti dell’Unione Sovietica.
Aggiunse che il presidente democratico Harry S. Truman era a conoscenza del loro orientamento politico, ma non aveva proceduto a rimuoverli. McCarthy non fornì la documentazione a sostegno delle sue dichiarazioni, ma allargò il raggio delle sue accuse – anch’esse mai provate – negli anni successivi, coinvolgendo altri settori dell’amministrazione federale e dando luogo a una vera e propria caccia ai presunti comunisti annidati nei gangli vitali del Paese.
Nelle parole del suo più autorevole biografo, David M. Oshinsky, McCarthy ipotizzò “una cospirazione così immensa” portata avanti dai comunisti da coinvolgere nelle sue spire l’intera società americana (A Conspiracy So Immense: The World of Joe McCarthy, New York, Free Press, 1983).
Screditato dalle insinuazioni di McCarthy, Truman precipitò nei sondaggi e decise di non ricandidarsi alla presidenza nel 1952. Il suo sostituto democratica nella corsa per la Casa Bianca, Adlai E. Stevenson, fu sconfitto dal repubblicano Dwight D. Eisenhower in elezioni il cui esito fu fortemente influenzato dalla presunta debolezza dell’amministrazione uscente nell’affrontare la minaccia del comunismo all’interno degli Stati Uniti.
Poiché McCarthy, alla ricerca di una sempre maggiore visibilità, iniziò a coinvolgere nell’ipotetico complotto filocomunista anche alcune componenti della nuova presidenza di Eisenhower, dopo averne sfruttato le sue illazioni demagogiche per vincere le elezioni del 1952 il partito repubblicano si liberò politicamente di lui, facendo approvare dal Senato nel 1954 una mozione di censura del suo operato.
Il cospirazionismo filotrumpiano
Gli anni dell’ascesa di Trump hanno visto una intensificazione del peso delle ipotesi cospirazioniste nel dibattito politico, grazie anche alla diffusione del ricorso ai social media per diffonderle.
Come hanno sostenuto Russell Muirhead e Nancy Rosenblum, rispetto al passato, quando era stato necessario cimentarsi in una qualche argomentazione o cercare di fornire uno straccio di prova per rendere credibili le accuse, in tempi recenti l’attendibilità delle tesi sull’esistenza di un complotto è stabilita semplicemente attraverso il numero dei like e delle volte in cui un post è ritwittato (A Lot of People Are Saying: The New Conspiracism and the Assault on Democracy, Princeton, NJ, Princeton University Press, 2019).
Così il 29 ottobre 2016, dieci giorni prima delle elezioni per la Casa Bianca che vedevano contrapposti Hillary Clinton e il tycoon, un post su Facebook asserì che la candidata democratica e suo marito, l’ex presidente Bill Clinton, avevano volato più volte sul Lolita Express, l’aereo privato di Epstein, e Hillary aveva dimostrato una particolare attenzione per le ragazze minorenni a bordo.
La congettura farneticante che Hillary Clinton fosse una pedofila, rilanciata attraverso Twitter (oggi X) e piattaforme di orientamento reazionario quali Breitbart e Info-Wars, divenne virale e andò a saldarsi al cosiddetto Pizzagate, uno scandalo montato ad arte per sbarrare alla candidata democratica la strada per la presidenza.
Secondo questa teoria a dir poco fantasiosa, Hillary si sarebbe prestata a coprire una rete di pedofili legati al partito democratico che si incontravano in una pizzeria di Washington chiamata Comet Ping Pong.
Dopo la sconfitta di Hillary Clinton, questa visione cospirazionista non si ridimensionò, ma si accrebbe di nuove implicazioni.
A partire dal 2017 un gruppo reazionario raccolto sotto la denominazione di QAnon promosse un complesso di illazioni in base alle quali sarebbe esistita una cospirazione di satanisti, cannibali e pedofili, capeggiati dal finanziere George Soros.
Costoro, con il sostegno di alti funzionari dell’amministrazione federale (il cosiddetto Deep State), avrebbero cercato di boicottare l’attuazione del programma elettorale di Trump perché il neopresidente repubblicano era intenzionato a estirpare questa rete di personaggi non soltanto perversi ma anche decisi a instaurare un proprio dominio sugli Stati Uniti e sul resto del mondo attraverso una strategia globalista che sarebbe andata a scapito del bene collettivo e dei diritti delle singole persone.
L’acme del cospirazionismo dell’epoca di Trump è stato raggiunto con la “Big Lie”, la falsa asserzione che The Donald avrebbe vinto le elezioni presidenziali del 2020 e che il successo del democratico Biden sarebbe stato la conseguenza di brogli commessi ai danni del tycoon.
Un corollario di questo complotto sarebbero state le macchinazioni del dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione Biden per impedire a Trump di ricandidarsi nel 2024, cioè i 91 capi di imputazione formulati contro di lui per aver fomentato l’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, aver portato nella villa di Mar-a-Lago documenti top secret ai quali non avrebbe dovuto più avere accesso dopo la conclusione del suo primo mandato alla Casa Bianca, aver esercitato pressioni e minacce su funzionari pubblici per rovesciare l’esito delle elezioni del 2020 e aver utilizzato fondi elettorali nel 2016 per comprare il silenzio di una pornoattrice affinché non rivelasse di avere avuto una breve relazione con il tycoon.
L’impatto elettorale del complottismo filotrumpiano
Sebbene sia difficile quantificarne l’incidenza elettorale, il complottismo pare avere dato in passato i suoi frutti a vantaggio del tycoon e dei trumpiani.
The Donald è stato eletto nel 2016 e, presentandosi come una vittima di accuse politicamente motivate, è riuscito a ottenere un secondo mandato nel 2024. Inoltre, sia pure sconfitto, nel 2020 ha ottenuto circa dieci milioni di voti elettorali in più rispetto al 2016.
Come se non fosse bastato, una delle più infervorate sostenitrici delle ipotesi strampalate del Pizzagate e di QAnon, Marjorie Taylor Greene, conquistò uno dei seggi della Georgia alla Camera dei Rappresentanti nel 2020, nonostante in questo stesso Stato Biden avesse ottenuto la maggioranza dei voti popolari nella corsa per la Casa Bianca ed entrambi i candidati democratici avessero sconfitto i loro avversari repubblicani nelle elezioni per il Senato federale. Greene è stata poi confermata al Congresso nel 2022 e nel 2024.
Il futuro del complottismo
Adesso, però, sembra che il complottismo stia per esplodere in mano a Trump e ai suoi sostenitori. Durante la campagna elettorale del 2024 il tycoon aveva strumentalizzato la vicenda di Epstein per finalità politiche.
Aveva promesso che, se fosse tornato alla Casa Bianca, avrebbe reso pubblici gli Epstein Files, alludendo al fatto che l’amministrazione Biden li avesse deliberatamente secretati per proteggere pedofili legati ai democratici.
Una volta reinsediatosi alla presidenza, però, consapevole di essere lui stesso presente e menzionato nel materiale, The Donald ha a lungo tergiversato, arrivando fino al punto di negare l’esistenza della documentazione e di definire l’intero caso una “bufala” creata ad arte dal partito democratico.
Il suo evidente voltafaccia ha scontentato alcuni conservatori. Green ha annunciato le dimissioni dalla Camera, effettive dal prossimo 5 gennaio, in polemica con la decisione del dipartimento di Giustizia di centellinare la diffusione dei contenuti degli Epstein Files con parti censurate col pretesto di salvaguardare indagini in corso e di tutelare le vittime degli abusi.
Un suo collega repubblicano, il rappresentante Thomas Massie del Kentucky, è stato uno dei principali sostenitori dello Epstein Files Transparency Act, la legge promulgata lo scorso 19 novembre che ha imposto la pubblicazione della documentazione integrale entro un mese.
Secondo un sondaggio di YouGov condotto subito prima di Natale, il 66% degli statunitensi dissente da come l’amministrazione Trump sta gestendo la documentazione riguardante Epstein e il 46% è convinto che il tycoon sia implicato in qualche modo nei crimini commessi dal finanziere pedofilo e dalla sua cerchia.
Queste percentuali, però, si riducono considerevolmente tra coloro che si identificano come repubblicani. Solo il 17%, infatti, contesta la maniera in cui l’amministrazione Trump sta affrontando lo scandalo Epstein e l’11% ritiene che il presidente sia coinvolto negli episodi di pedofilia.
Il livello di disapprovazione scende ulteriormente tra i repubblicani che dichiarano di aderire al movimento trumpiano Make America great again: soltanto il 9% non condivide le modalità di gestione del caso e appena il 3% pensa che il tycoon abbia commesso reati.
Dalle elezioni di mid term del prossimo novembre, quando saranno in ballottaggio un terzo dei seggi del Senato e tutti quelli della Camera, ci separano ancora più di dieci mesi e molto può accadere nel frattempo.
Tuttavia, la relativa tenuta della fiducia in Trump tra i repubblicani fa supporre che la diatriba sugli Epstein Files e il ridimensionamento della possibilità di avvalersi del complottismo per guadagnare voti non rappresenteranno fattori decisivi per l’esito complessivo delle votazioni.
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Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).