I due maggiori leader del commercio mondiale, Usa e Cina, si stanno misurando per testare la reciproca forza a suon di minacce, dazi, restrizioni, ritorsioni, entrambi per arginare quello che reciprocamente considerano lo strapotere dell’altro e per difendere le rispettive sicurezze nazionali. Intanto le politiche muscolari dei due si ripercuotono sui mercati internazionali, con gli investitori che, vedendone il pericolo, si allontanano da asset rischiosi, listini azionari compresi, e si rifugiano in oro e argento.
L’intreccio dei reciproci provvedimenti è intricato: oggi la Cina si è detta pronta a “combattere fino alla fine” la guerra commerciale con gli Stati Uniti, in risposta alla minaccia del presidente americano Donald Trump sulla imposizione di ulteriori dazi al 100% sui beni made in China, in particolare su qualsiasi “software critico”, a sua volta rispondendo alla nuova stretta di Pechino sull’export di terre rare, mentre è di stamane la notizia delle nuove imposizioni tariffarie sulle navi. Ieri il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha detto che sono aperte tutte le possibilità di ritorsione contro la decisione della Cina di restringere le esportazioni di terre rare. Accanto a questo braccio di ferro, arrivano parole che vorrebbero tranquillizzare.
Le due date da tener presente
Mentre i duellanti continuano a misurarsi, ci sono due date da segnarsi sul calendario che potrebbero segnare la svolta, in un senso o nell’altro: l’incontro a fine mese tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud, a margine del forum dell’Apec e lo scattare dei dazi aggiuntivi del 100% dal primo novembre imposti da Trump su tutti i prodotti cinesi. Ieri Bessent in un’intervista a Fox Business Network ha detto di aspettarsi ancora l’incontro parlando di “contatti” tra Washington e Pechino per organizzare il bilaterale.
Il campo di battaglia si è spostato nei porti con mosse speculari
Da oggi, il campo di battaglia si è spostato nei porti: la Cina oggi ha imposto restrizioni a cinque unità statunitensi, in risposta alle indagini degli Stati Uniti contro le industrie cinesi, ha detto il ministero del Commercio cinese.
La Cina ha iniziato ad applicare il nuovo regime di tasse portuali alle navi di proprietà o gestite da imprese, organizzazioni e individui statunitensi: il ministero dei Trasporti cinese ha annunciato 10 regolamenti attuativi per tutelare gli interessi dell’industria navale cinese, a sua volta sotto pressione a causa di analoghe misure decise dagli Usa, operative sempre da oggi.
Nel dettaglio, le tasse portuali speciali per le navi statunitensi che attraccano nei porti cinesi saranno inizialmente di 400 yuan (circa 56 dollari) per tonnellata netta, con aumenti graduali fino ai 1.120 yuan previsti dal 17 aprile del 2028. La misura colpisce anche “le navi gestite da entità statunitensi, di proprietà o gestite da entità con partecipazione o controllo Usa superiore al 25%, alle navi battenti bandiera americana e a quelle costruite negli Stati Uniti”.
Nel complesso, si tratta di una mossa speculare a quella decisa da Washington a carico delle industrie marittime, logistiche e cantieristiche cinesi, con lo scopo di contrastare lo strapotere cinese nel settore: secondo le stime del think tank americano Csis, solo nella cantieristica, gli Usa detengono una quota mondiale dello 0,1% a fronte di oltre il 50% in capo alla Cina. Il ministero dei Trasporti ha nei giorni scorsi contestato la mossa Usa, accusata di “violare gravemente i principi del commercio internazionale e l’Accordo sui trasporti marittimi Cina-Usa, e di compromette gravemente il commercio marittimo bilaterale”.
L’elefante in corridoio è rappresentato dalle terre rare
Ma a prescindere dalle discussioni su porti, scali marittimi, software, il vero elefante dietro la porta delle trattative è quello delle terre rare, tema su cui la Cina vuole sfruttare la sua posizione dominante. Come è noto, le terre rare, che negli ultimi anni sono diventati un fattore fondamentale per l’economia e la geopolitica, sono tutto fuorché “rare”: esse si trovano in moltissime parti del mondo, ma il tema è che la Cina ha sviluppato sistemi all’avanguardia per l’estrazione e la lavorazione fino a renderle pronte per essere immesse sul mercato. La Cina ha imposto nuove restrizioni la scorsa settimana, aggiungendo diversi nuovi nomi di terre rare alla sua lista di controllo delle esportazioni, rafforzando ulteriormente i controlli sui materiali critici. Gli elementi come olmio, erbio, tulio, europio e itterbio e i materiali correlati saranno aggiunti all’elenco di controllo esistente, ha affermato il Ministero del Commercio in una nota, come riportato da Reuters. In un comunicato separato il Ministero ha anche aggiunto all’elenco di controllo decine di apparecchiature per la lavorazione delle terre rare.
Stamane Pechino ha cercato di addolcire la pillola dicendo che le misure di controllo non vietano le esportazioni e che, se le domande soddisfano i requisiti, continueranno a essere approvate. Certamente sarà il tema principare sul tavolo dell’incontro tra le due potenze, se avverrà.
Intanto i numeri mostrano la resilienza della macchina cinese che potrebbe dare a Pechino una buona dose di fiducia in più nelle trattative commerciali con Washington. Secondo i dati diffusi ieri dall’Amministrazione cinese delle dogane, le esportazioni sono aumentate dell’8,3% a settembre rispetto all’anno precedente, accelerando rispetto al 4,4% registrato ad agosto e superando la crescita stimata attorno al 6% dagli economisti. Invece continuano a scendere le esportazioni verso gli Stati Uniti, scese del 27% (dopo una flessione del 33% ad agosto).