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Usa-Cina: cosa c’è dietro al vertice fra Biden e Xi

INTERVISTA A STEFANO SILVESTRI, ex presidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai) – Sui rapporti fra le due grandi potenze pesa l’incertezza legata alle elezioni di medio termine Usa del 2022 – Un accordo operativo sul clima è comunque possibile, mentre sul controllo degli armamenti non c’è alcun dialogo – Il ritorno degli Usa al multilateralismo “è un fatto molto positivo per noi europei ma è evidente che le nostre priorità sono diverse da quelle americane” – L’effetto del nuovo governo tedesco sui rapporti tra Europa e Russia

Usa-Cina: cosa c’è dietro al vertice fra Biden e Xi

L’intesa sul clima a margine della Cop 26, il primo colloquio dopo sette mesi fra i presidenti Joe Biden e Xi Jinping, ma anche nuove tensioni sul destino di Taiwan, con la minaccia americana di boicottare le Olimpiadi invernali di Pechino. In pochi giorni la storia dei rapporti fra Stati Uniti e Cina si è arricchita di tanti capitoli, ma la svolta non è arrivata e gli scenari futuri sono avvolti dall’incertezza. «In realtà, Xi e Biden non hanno alcun interesse ad accelerare i tempi, soprattutto per la situazione politica negli Stati Uniti, che in questo momento è particolarmente fluida», spiega a FIRSTonline Stefano Silvestri, ex presidente dell’Istituto Affari Internazionali, di cui oggi è consigliere scientifico, e consulente per la politica estera di vari governi italiani. «Molto dipenderà dall’esito delle elezioni di medio termine al Congresso e al Senato, in agenda per l’anno prossimo, che rischiano di condizionare pesantemente la libertà di manovra di Biden e quindi l’orientamento di Washington nei confronti della Cina».

In questa fase, allora, che valore politico ha avuto la videochiamata fra Biden e Xi?



«Credo sia stato un incontro interlocutorio. Non sono stati raggiunti grandi accordi, ma non si è nemmeno arrivati alla rottura. I canali diplomatici sono rimasti aperti in vista di possibili intese future. Del resto, era un vertice complicato proprio per questo: bisognava portare avanti un dialogo, com’è necessario per ragioni economiche e ambientali, e nello stesso tempo non cedere sulle questioni di principio. Anzi, cercare di mantenere il punto: Biden sul problema della democrazia e sui diritti umani, Xi sull’opposizione alle interferenze estere e sulle ambizioni cinesi nei confronti di Taiwan. Le parti hanno comunque riconosciuto che trattare è possibile, anche se arrivare a un accordo sarà più semplice in alcuni ambiti che in altri».

In quale campo la prospettiva di un’intesa è più probabile?

«L’apertura sul clima è importante: c’è una disponibilità, perlomeno a parole, e quindi è possibile che si vada avanti. Il fatto che durante la conferenza di Glasgow l’opposizione più forte alle misure anti-carbone sia arrivata dall’India ha permesso alla Cina di non esporsi troppo, evitando di rompere il dialogo su questo fronte».

Si tratta di una posizione di facciata o è verosimile che si arrivi a un accordo operativo?

«Credo che con il tempo sia possibile ottenere qualcosa di più concreto. Il problema è che questo tipo di accordi deve fare i conti con la salvaguardia dello sviluppo economico. La Cina, in questo momento, deve recuperare i ritardi causati dalla pandemia, affrontare le conseguenze della bolla immobiliare e gestire il generale rallentamento del tasso di crescita, in parte inevitabile visto il ritmo tenuto in passato. Non dobbiamo mai dimenticare che in Cina ci sono ancora enormi sacche di povertà e forti disparità di reddito fra territori e classi sociali. È una situazione che rischia di diventare pericolosa anche sotto il profilo politico. Detto questo, la Cina è sicuramente favorevole a una qualche tipo di iniziativa in campo ambientale, perché i suoi cittadini patiscono molto gli effetti dell’inquinamento. Chiunque sia andato in Cina sa quanto possa essere pesante l’aria nelle città e quanto questo influisca sulla salute e sulla produttività della popolazione».

In quale ambito, invece, un accordo Usa-Cina le sembra impossibile?

«Alcuni argomenti non sono ancora affrontabili in modo serio, come il controllo degli armamenti. Se ne discute in questo periodo fra Stati Uniti e Russia, ma pesa l’assenza della Cina al tavolo delle trattative. Pechino sta rafforzando non solo gli armamenti convenzionali, ma anche quelli nucleari».

In ogni caso, dopo l’uscita di scena di Trump, possiamo dire che gli Stati Uniti abbiano abbandonato l’isolazionismo e rilanciato la filosofia del multilateralismo?

«Sì, ed è un fatto sicuramente molto positivo per noi europei, ma è anche evidente che le nostre priorità sono diverse da quelle americane. Il problema numero uno della politica estera europea non è la Cina, ma la Russia. Non solo per quello che succede in Bielorussia, ma soprattutto per l’atteggiamento di Putin e i possibili sviluppi in Ucraina e in Georgia, oltre a quello che è già accaduto nel Caucaso fra Azerbaijan e Armenia».

In che modo il cambio di governo in Germania inciderà sui rapporti fra Europa e Russia?

«Il nuovo governo tedesco avrà al proprio interno due forze, i Liberali e i Verdi, che finora hanno avuto nei confronti di Mosca una posizione più dura rispetto a quella di Merkel. Se poi si considera la crisi fra Bielorussia e Polonia e il sostegno di Putin a Lukashenko, credo che difficilmente nel medio periodo Bruxelles metterà in discussione le sanzioni alla Russia. Ma su questo scenario pesa molto l’incertezza che regna intorno al futuro governo tedesco, di cui, in realtà, sappiamo ancora troppo poco».

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