Groenlandia “necessaria” agli Stati Uniti, dazi come arma politica, guerra in Ucraina da lasciare sulle spalle dell’Europa e un’America descritta come “motore economico del pianeta”. In un discorso-fiume durato 72 minuti, ben oltre i 45 previsti dal programma, Donald Trump a Davos ha rilanciato l’America come potenza dominante, ma con toni più contenuti rispetto al solito, scanditi da una vena di ironia che ha attenuato l’effetto shock. Ha alternato richieste territoriali, pressioni commerciali e autocelebrazione economica, mettendo in discussione i rapporti con gli alleati storici e con la Nato. Tra richieste di “negoziati immediati” sull’isola artica, avvertimenti all’Unione europea (“se diranno di no, ce lo ricorderemo”) e critiche alla Federal Reserve, il presidente Usa ha trasformato il palco del World Economic Forum in un momento di forte rilancio della sua visione globale.
Boom o miraggio? Trump e il racconto dell’economia Usa
“Sono felice di essere qui, con tanti amici e anche qualche nemico”, ha aperto Trump il suo discorso, rendendo subito chiaro il tono del suo intervento. Davanti a una platea composta da leader politici, imprenditori e magnati globali, il presidente degli Stati Uniti costruisce la propria narrazione di successo. “Gli Usa sono in mezzo alla più grande crescita economica di sempre. L’economia Usa sta esplodendo”, afferma, parlando di un vero e proprio “miracolo economico”. “Dopo un anno della mia presidenza l’economia Usa è in pieno boom”, insiste, rivendicando che “praticamente non c’è inflazione” e che il Pil corre al “+5,4%”.
Il presidente lega i risultati al consenso personale: “Gli americani sono molto felici di me”, dice, per aver realizzato “la più incredibile svolta economica della storia”. “Quando andiamo bene noi, ne beneficia tutto il mondo. Quando andiamo male noi, va male tutto il mondo”, aggiunge, ribadendo che gli Stati Uniti restano “il motore economico del pianeta”.
Biden e Powell nel mirino
Nel quadro del successo economico, Trump individua anche i colpevoli: Biden e Jerome Powell. “Se avessero governato ancora i democratici saremmo morti” e “annunceremo a breve il nuovo presidente della Fed”, dichiara Trump, criticando Jerome Powell per essere stato “troppo in ritardo” nel tagliare i tassi. “Powell alza i tassi di interesse e ci impedisce di avere successo”, afferma, sostenendo che “la crescita non significa inflazione” e che si può “combattere l’inflazione con una crescita appropriata”. Secondo Trump, gli Stati Uniti dovrebbero “pagare tassi di interesse più bassi di ogni altro Paese”. E promette un cambio di rotta anche sui mercati: “Faremo in modo che tornino a salire quando ci sono buone notizie economiche”.
Immigrazione e attacco all’Europa: “Si stanno distruggendo da soli”
Il confronto con l’Europa arriva presto e non è indulgente. Trump dichiara di “amare l’Europa”, salvo poi accusarla di aver perso il controllo dei propri confini. “L’Europa non controlla più l’immigrazione, alcune aree non si riconoscono più”, sostiene, aggiungendo che il continente “non sta andando nella giusta direzione”. Negli Stati Uniti, invece, il quadro è opposto: “I confini sono impenetrabili”.
Il presidente invita l’Ue a cambiare rotta: “Deve uscire dalla cultura in cui si è infilata negli ultimi dieci anni”, avverte, sostenendo che “si stanno distruggendo da soli”.
Groenlandia: “Non voglio usare la forza e non la userò”
È sulla Groenlandia che la sala si immobilizza. L’atmosfera si fa improvvisamente tesa quando Trump affronta il tema più controverso. “Abbiamo bisogno della Groenlandia”, dice, chiedendo “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola.
Assicura: “Non voglio usare la forza e non la userò”, ma aggiunge che, se lo facesse, gli Stati Uniti sarebbero “inarrestabili”. Trump definisce la Groenlandia “un grosso pezzo di ghiaccio”, una “richiesta molto piccola” ma strategica “per la pace e la protezione del mondo”. Ricorda che “dopo la Seconda Guerra Mondiale l’abbiamo restituita alla Danimarca” e accusa Copenaghen di ingratitudine: “Come siamo stati stupidi: avremmo dovuto tenerla”. Poi il messaggio diretto all’Europa: “Se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto. Se diranno di no, ce lo ricorderemo”.
Trump rilancia: “Possiamo fare in Groenlandia quello che abbiamo fatto in Venezuela”,
Ucraina: la pace promessa e la responsabilità scaricata
Sulla guerra in Ucraina, Trump si presenta come facilitatore di pace. “Putin e Zelensky vogliono arrivare a un accordo”, sostiene, annunciando anche un incontro domani con il presidente ucraino a Davos. Ma subito chiarisce la linea: “Sta all’Europa risolvere la guerra in Ucraina, non agli Stati Uniti”.
Trump rivendica i suoi presunti successi diplomatici: “Ho risolto otto guerre in un anno”, racconta, citando il conflitto tra Armenia e Azerbaigian. La pace, però, resta una promessa delegata ad altri.
Nato e alleati: fedeltà condizionata
Sul fronte della sicurezza, il presidente americano ribadisce un sostegno che appare tutt’altro che incondizionato. “Sarò con la Nato al 100%, ma non sono sicuro che loro lo saranno per noi”, dice, denunciando che “gli Usa sono stati trattati molto male dalla Nato” e che hanno “dato tanto ricevendo molto poco”. È una fedeltà accompagnata da un conto aperto, che pesa come un avvertimento agli alleati europei seduti in sala.
Dazi, Canada e il mondo a trazione Usa
Non manca il capitolo commerciale. “I dazi servono a far pagare quei Paesi che ci hanno danneggiato”, ribadisce Trump, lasciando intendere nuove tensioni con l’Unione europea.
Nel mirino finiscono anche i vicini: “Il Canada esiste grazie agli Stati Uniti”, afferma, in una battuta che pesa più di quanto sembri.
E mentre rivendica il primato americano nell’intelligenza artificiale – “stiamo guidando il mondo nella IA, davanti alla Cina” – elogia anche la collaborazione con il Venezuela: “Stanno facendo benissimo”.
Macron tra ironia, minacce e diplomazia muscolare
Il capitolo più teatrale è dedicato a Emmanuel Macron. Trump ironizza sugli occhiali da sole del presidente francese. “Ho chiamato Emmanuel Macron, ho ascoltato il suo bellissimo discorso ieri, con quegli occhiali da sole, ha cercato di fare il duro”, racconta. Poi ammette: “In realtà Macron mi piace, anche se è difficile crederlo”. Trump racconta di averlo convinto “in tre minuti” sulla questione dei prezzi dei farmaci: “Gli ho detto che avrebbe dovuto raddoppiare o triplicare i prezzi, o avrei applicato dazi del 25% o del 100% sui vini francesi. Ci ho messo tre minuti a convincerlo”.
Trump a Davos: oltre le frasi ad effetto che cosa resta?
Se da una parte Trump ha offerto al pubblico di Davos la versione più brillante della sua “Trumpnomics”, dall’altra ha sollevato quesiti reali riguardo alla coesione transatlantica, alla capacità degli alleati di affrontare insieme temi globali e alla gestione di relazioni economiche sempre più complesse.
A Davos resta una sensazione chiara: dietro l’ironia, l’autocelebrazione e i toni da comizio, Trump delinea un ordine internazionale a trazione americana, in cui le alleanze sono condizionate, la diplomazia è apertamente transazionale e il consenso si misura in obbedienza. Chi dice sì è un alleato. Chi dice no, come ha avvertito, verrà ricordato.