La chiusura, peraltro parziale dello stretto di Hormuz, sta provocando non soltanto un gigantesco ingorgo di navi al suo interno e nelle sue prossimità, ma anche una confusa centrifuga di informazioni non sempre e non tutte comprovate. Una riguarda il coinvolgimento dell’Europa che sarebbe presto in crisi per la mancanza di petrolio. Non è proprio così, perché dallo stretto di Hormuz ricava solo il 10% del greggio importato. Purtroppo però, dall’area del Mar Rosso e quindi anche di Hormuz passa una rilevante quantità del nostro export.
Ma sullo scacchiere mondiale dell’economia giocano ben altri fattori con ruoli fondamentali tra i quali il primo riguarda l’aumento di tutti i costi attinenti ai traffici commerciali marittimi, con una puntualizzazione: le società di assicurazione e riassicurazione P&I Club (Protection and Indemnity Clubs) controllano il 90% del totale della parte relativa alla responsabilità civile. Sono costi, che a differenza degli altri oneri, variabili, non calano mai nemmeno quando i rischi sono in netta diminuzione. Quanto alle alternative, gli esperti in logistica marittima ne indicano alcuni disponibili e/o implementabili, anche se non sono operazioni semplici.
Alternative contro la flotta oscura
Le alternative vanno rafforzate poiché sta diventando sempre più importante un pericolo, quello della cosiddetta “flotta oscura”. Le uniche imbarcazioni ancora in movimento sono infatti quelle che ignorano le regole. Il petrolio illegale è l’unico che naviga in caso di crisi. Sono imbarcazioni con il numero di identificazione di sette cifre dell’Organizzazione Marittima Mondiale cambiato. Secondo Windward si tratterebbe di circa 1.100 imbarcazioni equivalenti al 17-18% di tutte le petroliere che trasportano liquidi (in gran parte petrolio).
Le sanzioni internazionali hanno reso molto costose e anche politicamente disastrose le regole di autoregolamentazione volontarie così ora conviene non osservarle. Hanno cominciato sin dal 2018 paesi come l’Iran e la Russia.
Le alternative via terra
Nessuna alternativa sostituisce di per sé il gigantesco flusso via Hormuz. Si stima che la capacità inutilizzata di questi oleodotti sia di 2,6 milioni di barili al giorno. Secondo la Reuters la disponibilità proveniente dalle attuali opzioni via terra comporterebbe un calo dell’offerta di 8-10 milioni di barili al giorno rispetto a Hormuz. Ma poiché le possibilità di implementarle sono praticabili è necessario considerarle poiché nell’insieme possono e potranno mettere almeno in parte al riparo i rifornimenti. Si tratta innanzitutto degli oleodotti e dei gasdotti degli Emirati Arabi Uniti (EAU) e dell’Arabia Saudita: se è vero che rischiano di essere colpiti dai droni, è anche vero che la capacità di offesa iraniana è in calo, e che sono abbastanza protetti.
Rapidi adeguamenti
Gli analisti energetici affermano che questi oleodotti potrebbe compensare parzialmente quasi i 20 milioni di barili al giorno di Hormuz. EAU e Arabia Saudita stanno portando al massimo delle capacità tutti i gasdotti e gli oleodotti esistenti. L’Arabia Saudita sta per esempio pompando greggio attraverso il suo oleodotto Est-Ovest dai suoi giacimenti al porto di Yanbu sul Mar Rosso che può trasportare fino a 5 milioni di barili al giorno. L’unica eccezione è che la gigantesca raffineria della benzina avio – per gli aerei la AL Zour in Kuwait, fornitore chiave per Europa e Africa, è ferma.
L’alternativa del Capo di Buona Speranza
Dopo il lockdown mondiale derivante dal Covid e i blocchi degli stretti globali per conflitti, attività criminali e crisi ambientali, numerose flotte di container hanno scelto la circumnavigazione dell’Africa Meridionale passando dal Capo di Buona Speranza. Da notare che si tratta proprio di quelle imbarcazioni di stazza enorme che transitavano senza difficoltà dallo stretto di Hormuz. La rotta alternativa allunga di parecchio i tempi ma, reimpostando le programmazioni delle consegne (dai paesi esportatori escono ormai rifornimenti programmati con lungo anticipo), i percorsi sono “fluidi”. Alle grandi compagnie che hanno scelto questa rotta si sono aggiunte la CMA SGM e Maesrk.
Le altre alternative
L’Oman dispone di numerosi porti importanti che evitano il transito attraverso lo Stretto di Hormuz: Porto Sultan Qaboos, Muscat, Mina Al Fahal, Porto di Sohar, Terminale GNL di Qalhat – Sur, Terminale OMIFCO – Sur, Porto di Salalah, Porto di Duqm, Bacino di carenaggio di Asyad – Duqm. Vi sono inoltre non poche rotte terrestri, avviate quando gli Houthi cominciarono i loro attacchi, diventate essenziali per la logistica. DHL ha affermato che le rotte multimodali che collegano Egitto, Arabia Saudita e paesi del Golfo sono flussi affidabili per l’Asia e l’Europa.
Approvvigionamenti sicuri
Ci sono: il mare del Nord, il Nord Africa, l’Africa e l’America Latina. La Nigeria e l’Angola per esempio inviano il greggio direttamente all’Europa via Atlantico. Il nord Africa è sempre più disponibile a intensificare i rapporti con la UE. Il Brasile e la Guyana sono in grado di intensificare le consegne lungo le rotte atlantiche. E anche dal mar Caspio. Azerbaigian e Kazakistan sono ottimi fornitori di greggio via oleodotti sino al Mar Nero che poi imbarcano il verso lo stretto di Turchia.
Infine la Cina
Che la Cina sia all’inizio di un razionamento della benzina non risulta. Da tempo ha il controllo dei principali porti africani (78) dove si trovano giganteschi container e petroliere. E in patria, ha da mesi bloccato l’export del greggio raffinato nelle sue raffinerie per costruire riserve già molto abbondanti. Non è vero che le sue petroliere possano transitare da Hormuz. Ha preferito evitare qualsiasi scontro o motivo di contrasto anche perché il governo iraniano – su pressioni fortissime dei Pasdaran – ha avviato segreti incontri con vertici cinesi per trattare un aumento delle forniture speciali militari in cambio del quale darà via libera alle navi del Dragone.