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Reddito di cittadinanza no, salario garantito per i giovani sì

Dal referendum svizzero che ha bocciato il reddito di cittadinanza viene una lezione utile anche per noi: no a misure assistenziali che non creano lavoro – Nel pieno della transizione tecnologica ha invece un senso pensare al “salario garantito” ma non per tutti, bensì solo per i giovani che cercano il loro primo lavoro o per chi, avendolo perso, ne cerca uno nuovo.

Reddito di cittadinanza no, salario garantito per i giovani sì

Domenica 5 maggio il 77% degli elettori svizzeri ha detto NO al reddito di cittadinanza e lo ha fatto non per valutazioni economiche ma, stando almeno alle dichiarazioni rilasciate dopo il voto, per una ragione morale. L’idea che lo Stato debba garantire a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito e dal fatto di lavorare o meno, 2.500 euro al mese contrasta infatti con l’etica calvinista del lavoro per la quale il lavoro non è un “diritto” ma un “dovere” (anche morale), oltre che una dura necessità. Ricevere un salario senza avere fatto nulla per meritarselo è per i Calvinisti svizzeri inaccettabile, cosi come lo era per i Comunisti sulle cui bandiere stava scritto “chi non lavora non mangia “.

Al di là, però, della dubbia moralità della proposta, resta il fatto che l’idea di garantire un salario a tutti, compresi quelli che un lavoro neppure lo cercano è, in se, profondamente sbagliata. Non è solo economicamente insostenibile e moralmente inaccettabile. E’ anche profondamente conservatrice e, per certi versi, persino reazionaria. Questa idea nasce, infatti, dalla convinzione che lo sviluppo abbia ormai raggiunto il suo limite, che la rivoluzione informatica in atto sia destinata a distruggere molto più lavoro di quanto riuscirà a crearne e che la produttività non possa che ristagnare. Di conseguenza il lavoro, se proprio non è destinato a scomparire come profetizzava Rifklin, di certo si ridurrà drasticamente, mentre la base dell’economia reale, l’unica in grado di creare ricchezza e lavoro, è destinata anche essa a restringersi a vantaggio dell’economia di carta (la finanza), la quale invece continuerà a crescere su se stessa in modo incontrollabile.

Se è davvero questo il futuro che ci attende allora, sostengono i teorici del reddito di cittadinanza, vi sono due sole risposte possibili, entrambe però negative. La prima è una risposta conservatrice e consiste nel redistribuire la ricchezza attraverso sussidi e misure perequative anche al fine di mantenere alti i consumi. La seconda, assai più radicale e francamente reazionaria, consiste nel cercare di frenare il progresso opponendosi con tutti i mezzi alle innovazioni tecnologiche (in particolare: OGM, biotecnologie, vaccini, fertilizzanti, etc.. oltre che, ovviamente, al nucleare, alla informatizzazione dei processi produttivi, alla globalizzazione, etc.). I conservatori sono per lo più economisti, come Piketty o Sergio Rossi (uno dei promotori del referendum svizzero) o movimenti di protesta come i 5 Stelle, Podemos, Sel e consimili. I reazionari sono invece i teorici della decrescita felice (Deleuze) , i fanatici dell’agricoltura biologica e biodinamica, del consumo a Km. Zero sino ai No Tav, No Triv e No a tutto.

Ciò che accomuna queste due posizioni è la convinzione che la disoccupazione di massa sia ineliminabile e che la crescita sia impossibile (per i primi) o indesiderabile (per i secondi). Se lo Stato, qualsiasi Stato e chiunque ne fosse alla guida, dovesse davvero piegarsi a questa logica e introdurre demagogicamente il Reddito di cittadinanza per tutti, in quello stesso momento verrebbe meno alla sua funzione fondamentale, che non è quella di distribuire sussidi ma è quella di promuovere lo sviluppo per creare lavoro. Con ogni probabilità quello Stato cesserebbe, prima o poi, di essere democratico.

Non è neppure vero che la rivoluzione informatica in atto minacci il lavoro. E’ vero però che lo cambia profondamente. I lavori manuali più usuranti e faticosi tendono a scomparire (per fortuna), mentre quelli che richiedono più professionalità e conoscenze aumentano. E’ ineluttabile che questo avvenga ed è anche un bene. Il nostro problema è avere gli strumenti giusti per tutelare il lavoro in questa difficile fase di transizione. Così invece non è. Noi stiamo passando da un mercato del lavoro basato sul posto “fisso” ad uno in cui il lavoro sarà nella stragrande maggioranza dei casi” mobile” e da un sistema di formazione ”una tantum“ (l’apprendistato) alla “formazione continua”. Una vera e propria rivoluzione copernicana. Le varie Casse Integrazione, le mobilità, i prepensionamenti, gli uffici provinciali del lavoro, i corsi di formazione , etc.., con i quali abbiamo bene o male gestito le ristrutturazioni industriali negli scorsi anni oggi, non servono più. Il Job Act ha segnato una prima inversione di tendenza ma la strada da percorrere è ancora lunga e irta di ostacoli .

E’ in questo contesto, e proprio per gestire la transizione tecnologica, che potrebbe avere senso introdurre, in sostituzione delle altre forme di sostegno, il “salario garantito“, non per tutti ma per i giovani che ricercano il loro primo lavoro e per chi, avendolo perso, ne cerca uno nuovo. Non si possono lasciare i giovani e i disoccupati in cerca di un lavoro senza un reddito. A condizione, ovviamente, che lo ricerchino attivamente (possibilmente con l’aiuto dei centri per l’impiego che verranno), che siano disponibili a frequentare i corsi di formazione e riqualificazione e che non rifiutino le ragionevoli proposte di lavoro che fossero loro fatte.

Il terreno sul quale dovremmo davvero impegnarci è, insomma, quello di costruire un mercato del lavoro davvero efficiente, aperto e inclusivo ed è, altresì, quello di dotarci di tutti gli strumenti necessari per tutelare, promuovere e valorizzare il lavoro in tutte le fasi della vita lavorativa degli individui. Perché non dovremmo riuscire a farlo? Non è la prima volta che una rivoluzione tecnologica sembra minacciare la sopravvivenza stessa del lavoro. Anche la Rivoluzione Industriale,da cui ha prese il via la “ grande fuga” dell’umanità verso un benessere mai sperimentato prima, fu avvertita dai più come un pericolo e fu accolta da un formidabile movimento che cercò di contrastarla. E, in effetti, quella rivoluzione, nel mentre gettava le basi della nostra futura crescita, creava ai lavoratori che ne erano coinvolti enormi problemi: di lavoro, di sicurezza, di sussistenza, di salute e anche di dignità professionale. Tutti effetti collaterali che il mercato non vedeva e che perciò non considerava, come oggi sembra non vedere e non considerare gli effetti collaterali della rivoluzione informatica in corso. Spettò alle forze liberali inglesi, agli imprenditori illuminati, alle prime organizzazioni sindacali, al nascente movimento socialista e allo Stato (a cominciare dalla Germania di Bismark) affrontare e risolvere i problemi che il mercato non vedeva. Fu grazie allo Stato, alla Politica, alla Cultura e alla Scienza che si sono gettate le basi dello Stato Sociale e della moderna economia di mercato nella quale tutt’ora viviamo.

Perché oggi dovrebbe essere diverso? Perché lo Stato Democratico, la Politica e la Cultura non dovrebbero essere in grado di gestire gli effetti della rivoluzione tecnologica in atto estendendone i benefici a tutti? Bisogna però volerlo, rinunciando ad imboccare vie illusorie come quelle dell’assistenzialismo. Guai se l’assistenzialismo dovesse prendere nuovamente piede in Italia. L’abbiamo già sperimentato e mai, in nessun caso, ha creato lavoro e benessere. Ha solo corrotto una parte del mondo del lavoro.

La via da imboccare, caso mai, è un’altra ed è quella che indicava Marx in una delle sue pochissime anticipazioni del futuro. Per Marx la società del futuro avrebbe dovuto basarsi sul principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni“. Vale a dire:un salario per tutti, ma a fronte però di prestazioni lavorative corrispondenti alle capacità di ciascuno. L’esatto contrario insomma del reddito di cittadinanza che assicura a tutti un salario anche in cambio di niente.

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