Non serviva di certo il Censis a fotografare un’Italia sempre più povera e soprattutto sfiduciata, ma l’istituto creato da Giuseppe De Rita, nel suo 59 esimo Rapporto, è in grado di analizzare il fenomeno nel dettaglio, fornendo dati che non lasciano scampo ad interpretazioni. Innanzitutto, emerge che le famiglie italiane sono sempre più povere e temono di non poter contare su servizi sanitari e assistenziali adeguati: negli ultimi 15 anni, tra il primo trimestre del 2011 e il primo trimestre del 2025, la ricchezza delle famiglie del nostro Paese è diminuita dell’8,5%. A perdere maggiore ricchezza è stato il ceto medio, il che ha portato il 78,5% degli italiani ad esprimere sfiducia nei confronti di servizi sanitari e assistenziali, ritenendo che, se si trovasse in condizione di non autosufficienza, non potrebbe contare su adeguati supporti.
Tutto questo si rivebera su un sentimento sempre più anti-occidentale e anti-democratico: dal Rapporto 2025 del Censis emerge che quasi un italiano su tre condivide ormai la “convinzione inaudita che i regimi autocratici siano più adatti a competere nel nuovo mondo”. In questo contesto, prosegue il documento, “non stupisce che quasi la metà degli italiani (il 46,8%, tra i più giovani è il 55,8%) sia convinta che l’Italia non abbia davanti a sé un futuro all’insegna del progresso. Il 38,7% ritiene le democrazie inadeguate a sopravvivere nell’età cosiddetta “selvaggia”.
Famiglie sempre più povere: in alcuni casi hanno perso un terzo della propria ricchezza
Dividendo le famiglie italiane per decili di ricchezza detenuta, il rapporto Censis rileva che il 50% delle famiglie più povere ha evidenziato un calo della propria ricchezza del 23,2%. Mentre le famiglie distribuite tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione del patrimonio iniziale tra il 35,3% e il 24,3%. Tra le famiglie del nono decile la diminuzione è stata del 17,1%, mentre solo il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare la propria ricchezza del 5,9%. È il frutto di un impoverimento diffuso – in 15 anni la ricchezza delle famiglie cala dell’8,5% – e di una distribuzione iniqua delle risorse – il 48% della ricchezza è in mano a 1,3 milioni di famiglie.
Sanità e ambiente, come si stanno riorganizzando gli italiani
Come detto, il 78,5% degli italiani (8 persone su 10) teme che, in condizione di non autosufficienza, non potrebbe contare su servizi sanitari e assistenziali adeguati. Ma lo stesso vale per i rischi ambientali: il 72,3% crede che, in caso di eventi atmosferici estremi o catastrofi naturali, gli aiuti finanziari dello Stato sarebbero insufficienti. Come riferisce ancora Censis, il 54,7% degli italiani si dichiara disposto a destinare fino a 70 euro al mese per tutelarsi dal rischio di non autosufficienza, dai danni legati al cambiamento climatico o da altri eventi avversi. Il 52,3% ritiene di poter ristrutturare i propri consumi, riducendo alcune spese per destinare quanto risparmiato all’acquisto di strumenti assicurativi (vita, salute, non autosufficienza).
La disponibilità non si traduce però in azioni concrete. Il 70,0% degli italiani non sta facendo nulla sul piano finanziario o assicurativo per tutelarsi in caso di non autosufficienza. Solo il 10,7% si dice pronto a ricorrere a polizze assicurative per affrontare questa eventualità. La maggioranza sceglie soluzioni alternative: il 37,2% afferma che “ci penserà se e quando accadrà”, il 34,5% dichiara che “ricorrerà ai risparmi”, il 22,0% “conterà sul welfare pubblico”, il 19,9% “sull’aiuto dei familiari” e il 14,7% su “amici e volontari”.
Il mercato del lavoro sempre più senile e giovani sempre più inattivi
Come rivela ancora il rapporto, la demografia cambia volto all’occupazione con una progressiva “senilizzazione del mercato del lavoro“. L’aumento di 833.000 occupati, registrato nel biennio 2023-2024, è dovuto prevalentemente alle persone “con 50 anni e oltre”, che sono stati in totale 704.000 (cioè l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%).
Tra i giovani invece sono in netto aumento gli inattivi, che salgono a +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%). Nel biennio 2023-2024, l’input di lavoro supera largamente la crescita dell’economia: +3,7% gli occupati, +5,3% le ore lavorate, solo +1,7% il Pil. Di conseguenza, calano gli indicatori di produttività: -2,0% il valore aggiunto per occupato e -3,5% il valore aggiunto per ora lavorata. Sul fronte della scuola, il 28,3% dei giovani di 16-19 anni ritiene che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro. Un dato che sale addirittura al 32,7% tra ragazze e ragazzi di 18-19enni. Sette giovani su 10 esprimono invece un giudizio positivo, riconoscendo alla scuola una preparazione sufficiente (53,3%) o adeguata (18,4%) alle sfide future. Il 74,6% dei ragazzi insoddisfatti pensa che “la vita vera sia fuori dalla scuola”, il 57,8% invece “non ritiene che la scuola possa aiutarli a capire meglio il mondo” e il 53,0% “non pensa che la scuola sia una palestra di vita”.
Sentimento sempre più anti-europeo e sfiducia nei confronti di democrazia e partiti
Sul fronte della politica internazionale, cresce la sfiducia nei confronti dell’Ue. Il 62% degli italiani ritiene infatti che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali. Il 53% crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività. E il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Come rivela ancora il rapporto, il 72% degli italiani ritiene che “la gente non crede più ai partiti, ai leader politici e al Parlamento”. L’unico leader con una proiezione globale che ottiene la fiducia della maggioranza degli italiani è Papa Leone XIV (che guadagna il 60,7%). Seguono poi il premier spagnolo Pedro Sánchez (44,9%), il cancelliere tedesco Friedrich Merz (33,5%) e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen (32,8%).
Per quanto riguarda il presidente statunitense Donald Trump, il 16,3% degli italiani dichiarano di avere fiducia nel suo operato. Per quanto riguarda il fronte della difesa, invece, quasi la metà (il 43%) disapprova un intervento militare italiano, anche nel caso in cui un Paese alleato della Nato venisse attaccato. Infine, il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora si dovrebbe “rinunciare a rafforzare la difesa”.
Produzione industriale in calo, debito pubblico in aumento
E poi, al di là delle importanti opinioni delle persone, ci sono i dati oggettivi, quelli economici, che confermano il quadro arci-noto di un Paese che, al di là di certa narrazione politica, è in costante affanno. Il rapporto Censis difatti ricoarda anche che l’indice della produzione industriale è stato negativo per 32 mesi consecutivi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi 9 mesi del 2025 (-1,2%). Nei primi nove mesi del 2025 la produzione industriale segnava ancora un calo dell’1,2%, mentre la fabbricazione di armi e munizioni ha registrato un aumento del 31% rispetto al 2025.
Tra i settori in maggiore difficoltà e a rischio deindustrializzazione ci sono soprattutto il tessile e la meccanica. Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione (+1,9%). A calare sono stati il tessile e l’abbigliamento (-11,8%), i mezzi di trasporto (-10,6%), la meccanica (-6,4%), la metallurgia (-4,7%), la farmaceutica (-1,7%). Nel 2030 il rapporto debito pubblico-Pil nei Paesi del G7 supererà il 137%, ritornando prossimo al livello raggiunto nel 2020 a causa della pandemia, quando toccò il 140%. A determinarlo sarà, secondo Censis, “l’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare”. A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro (+38,2% rispetto al settembre 2001).